La guerra parallela di Israele a Hezbollah

Gli incendi nel nord di Israele provocati dai missili lanciati dal Libano, foto Getty Images /Mostafa Alkharouf

REPORTAGE DALL’ALTA GALILEA, SUL CONFINE CHE BRUCIA. 

Per il Libano cresce la voglia di una soluzione militare distruttiva come a Gaza

Michele Giorgio, Inviato in Alta Galilea

«Allontanati subito, è pericoloso. E comunque qui è vietato fare video, è una zona militare». Mentre scattiamo qualche foto delle alture di confine che portano al Libano, sono due le jeep dell’esercito israeliano che si fermano accanto a noi per intimarci di andare via.

Ci rimettiamo al volante e proviamo a spostarci più avanti. I militari insistono e ci obbligano ad invertire la direzione «per la nostra sicurezza» mentre, notiamo, altre auto procedono senza limitazioni. «Sono persone che lavorano in zona o che risiedono qui e hanno deciso di non andare via come gli altri» ci spiega un soldato senza riuscire a convincerci.

Sul telefono intanto arrivano le notifiche di nuovi allarmi nel nord di Israele e Hezbollah dal Libano comunica di aver lanciato 30 droni nello stesso momento, oltre a 150 razzi Katyusha e Falaq contro 15 postazioni militari, inclusi il quartier generale del comando settentrionale, una base dell’intelligence e una caserma. Israele ha subito risposto con l’aviazione e l’artiglieria.

SHLOMI SOTTO HANIKRA/NAQURA, a breve distanza dalla linea blu tra Israele e Libano, è di fronte a noi. Come decine di villaggi, kibbutz, moshav a ridosso del confine, è finito al centro della guerra di attrito che va avanti da otto mesi in questa fascia di territorio lunga alcune decine di chilometri.

Da quando Israele ha lanciato il suo attacco contro Gaza, il movimento sciita libanese Hezbollah, in appoggio ad Hamas e i palestinesi, lancia razzi anticarro, missili, proiettili Burqan a corto raggio e droni verso le basi militari e le postazioni di sorveglianza radar ed elettronica di Israele.

In otto mesi hanno ucciso 18 soldati e 10 civili e innescato lo sfollamento di 60mila israeliani. L’economia in alta Galilea, in particolare il turismo, è in ginocchio da Shlomi a ovest fino a Kiryat Shmona ad est, incluso il Golan occupato.

Dall’altra parte del confine va decisamente peggio. I bombardamenti israeliani nel Libano del sud hanno ridotto in macerie diversi villaggi, costretto alla fuga dalle loro case circa 100mila civili e ucciso, 450 persone: combattenti e ufficiali di Hezbollah in maggioranza ma anche 80 civili, tra cui tre giornalisti.

Ieri hanno fatto il giro del web le immagini di soldati israeliani che con una catapulta lanciano palle infuocate oltre il confine provocando incendi nel territorio libanese.

È UN CONFLITTO PARALLELO a quello di Gaza. Solo ora i media internazionali cominciano a riferirne con più regolarità e profondità. Anche il G7 se ne è accorto e ha espresso «preoccupazione» per l’escalation. Tuttavia, se fino qualche mese fa si riteneva che durerà fino a quando non sarà proclamato il cessate il fuoco nella Striscia – i leader di Hezbollah nei mesi scorsi hanno detto che, se Hamas arriverà a un accordo di un cessate il fuoco con Israele, il movimento sciita interromperà gli attacchi – da settimane a Tel Aviv sale le voce di chi invoca una «soluzione militare» come a Gaza: «Distruzione del nemico e delle sue capacità belliche».

MAI COME IN QUESTI GIORNI l’escalation è apparsa imminente. All’«assassinio mirato» di Abu Taleb, uno dei comandanti di Hezbollah in Libano del sud, compiuto nei giorni scorsi da Israele, il movimento sciita ha reagito lanciando da mercoledì centinaia di razzi e droni.

David Mencer, portavoce del governo di Tel Aviv

Attraverso sforzi diplomatici o meno, Israele ripristinerà la sicurezza sul suo confine settentrionale

«Israele risponderà con la forza a tutte le aggressioni di Hezbollah», ha avvertito il portavoce del governo israeliano David Mencer. «Attraverso sforzi diplomatici o meno, Israele ripristinerà la sicurezza sul nostro confine settentrionale», ha aggiunto ripetendo l’ammonimento lanciato la scorsa settimana dal premier Netanyahu.

«Basta con le chiacchiere e le soluzioni provvisorie, vogliano un attacco per distruggere Hezbollah, come stiamo facendo con Hamas a Gaza» ci dice perentorio Nadav che serve piatti di hummus e patatine fritte a cinque soldati seduti ai tavoli di una stazione di rifornimento. «Quando è finita la guerra nel 2006 si sono stabilite delle regole ma non è servito a nulla. Questa nuova guerra, perciò, deve risolvere la cosa una volta e per tutte, perché siamo stanchi di scappare, di perdere il lavoro e tanto altro. In questo periodo dell’anno in alta Galilea è pieno di turisti, da otto mesi non viene nessuno», aggiunge l’uomo che ha scelto di non sfollare.

Nadav, cameriere in Alta Galilea

«Basta con le chiacchiere e le soluzioni provvisorie, vogliano un attacco per distruggere Hezbollah, come stiamo facendo con Hamas a Gaza. Quando è finita la guerra nel 2006 si sono stabilite delle regole ma non è servito a nulla. Questa nuova guerra, perciò, deve risolvere la cosa una volta e per tutte, perché siamo stanchi di scappare, di perdere il lavoro e tanto altro»

La cassiera del supermercato lì accanto è di poche parole. È una araba di fede cristiana, dice la piccola croce appesa alla collana che porta al collo.

Gli arabi in Israele in pubblico difficilmente parlano con estranei della guerra a Gaza e al confine nord, temono conseguenze. «Nel mio villaggio ci sentiamo meno in pericolo anche se siamo abbastanza vicini al confine – spiega – perché dal Libano sembrano prendere di mira i militari, ogni tanto però abbiamo paura anche noi. Nel 2006 avevo solo 6 anni e non ricordo nulla, mia mamma mi ha detto che quella guerra fu dura per tutti e se ora ne scoppia un’altra andrà peggio».

L’OFFENSIVA DI TERRA in Libano del sud non è la sola opzione sul tavolo dei comandi israeliani, come a Gaza si guarda al «futuro del Libano», ci dice Sarit Zehavi, ex ufficiale dell’intelligence militare, che dirige l’Alma Research ed Education Center a Dolev, vicino Maalot.

Sarit Zehavi, ex ufficiale dell’intelligence militare

Il punto non è più se Hezbollah deve arretrare a 10 km dal confine… Il nodo è il disarmo totale di Hezbollah

«Il punto non è più se Hezbollah deve arretrare le sue forze a 10 chilometri dal confine o dietro la linea naturale del fiume Litani. E neppure rioccupare il Libano del sud (come Israele ha fatto tra il 1978 e il 2000, ndr). Il nodo è il disarmo totale di Hezbollah», afferma Zehavi rispondendo alle nostre domande sulle intenzioni di Israele. «Non solo i 60mila sfollati – aggiunge -, tutti vogliamo che Hezbollah non rappresenti più una minaccia e smetta di pianificare un’invasione della Galilea come quella di Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre. Vivo a 7-8 km dal confine e non voglio svegliarmi un giorno alle 6.30 con Hezbollah sulla porta di casa».

SECONDO ZEHAVI «qualcuno dovrà imporre a Hezbollah di disarmare, anche con la forza, anche se ciò avrà un impatto nel quadro interno libanese. Israele si aspetta che la comunità internazionale intervenga in quel senso, altrimenti saprà come garantire la sua sicurezza e mettere fine alla minaccia al confine nord».

Come la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani a Gaza non soddisfa i comandi politici e militari di Israele, che ripetono di voler continuare l’offensiva «fino alla distruzione di Hamas», allo stesso modo al gabinetto di guerra presieduto da Netanyahu, non appare conveniente la sola cessazione degli attacchi di Hezbollah sul confine.

A FRENARE, ALMENO PER ORA, l’inizio della possibile avanzata in Libano del sud è la sicura risposta di Hezbollah, movimento dotato di un arsenale ben più potente e tecnologicamente avanzato rispetto a quello di Hamas nella Striscia.

Il movimento scita libanese è in grado di colpire ogni punto di Israele e il possibile lancio in pochi minuti di migliaia di razzi finirebbe per innescare l’esodo di centinaia di migliaia di persone dalla Galilea verso il sud del paese, come è già accaduto nel 2006.

In Libano la guerra totale sarebbe una catastrofe, le distruzioni e i 1500 morti di 18 anni fa sono nulla in confronto a ciò che Israele minaccia di infliggere oggi al paese dei cedri.

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