Francesca Albanese a TPI: “In Italia si fa disinformazione su Gaza. Rai e La7 non mi vogliono perché accuso Israele di genocidio”

Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati. Credit: AGF

“L’Olocausto non ci ha insegnato niente: abbiamo sconfitto Hitler ma non le su idee razziste. In Occidente c’è una forte lobby pro-Israele, un sistema di suprematismo bianco che intimidisce e punisce chiunque osi criticare lo Stato ebraico. E in Italia questo sistema è particolarmente forte: nei miei confronti c’è una conventio ad excludendum. Vi spiego perché quello di Israele è un genocidio e quello di Hamas no”. Intervista alla Relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati

di Enrico Mingori

27 Giu. 2024 alle 11:59 - Aggiornato il 27 Giu. 2024 alle 14:16

Francesca Albanese, 44 anni, originaria della provincia di Avellino, dal 2022 è Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati. Laureata in Giurisprudenza a Pisa, si è specializzata fra Londra e Amsterdam in diritti umani e in diritto internazionale dei rifugiati. TPI l’ha intervistata per parlare dell’offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza e del modo in cui il conflitto viene raccontato in Occidente.

Albanese, in cosa consiste il suo lavoro di Relatrice speciale Onu per i territori palestinesi occupati?
«Il mio lavoro è sostanzialmente cambiato dallo scorso 7 ottobre. Prima c’era, sì, una violazione costante dei diritti umani nella Palestina occupata, ma non era tanto esasperata quanto adesso. La situazione è stata sempre grave, certo, ma ora è in atto un vero e proprio assalto costante nei confronti della popolazione sotto occupazione. Il mio lavoro consiste nella documentazione delle violazioni che hanno luogo a Gaza, ma sto raccogliendo informazioni anche su quello che succede in Cisgiordania e a Gerusalemme. Israele, infatti, sta approfittando del fatto che in questo momento l’attenzione è tutta rivolta su Gaza per accelerare con l’annessione di terre palestinesi in Cisgiordania, dove intere comunità pastorali sono state scacciate: fino a una decina d’anni fa incontrare tali comunità, incluso beduini nell’Area C della Cisgiordania (60% della terra che Israele controlla interamente) era un fatto comune, mentre oggi sta diventando sempre più difficile. Addirittura è documentata la vendita di proprietà e di terre palestinesi a compratori occidentali, con maggioranza di statunitensi o canadesi. È tutto abbastanza surreale».

Quali sono le fonti da cui raccoglie informazioni?
«Vittime, avvocati, militari ed ex militari israeliani, operatori per i diritti umani sia palestinesi che israeliani… Una volta raccolte le notizie, inizia un processo di triangolazione delle informazioni. L’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti dell’Uomo mi supporta per verificare la solidità dei dati raccolti».

Dopodiché tutto confluisce nelle sue relazioni…
«Esatto. Attualmente sto lavorando al mio prossimo rapporto. Quello precedente “Anatomia di un genocidio” (presentato al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite lo scorso marzo, ndr), ha suscitato un forte interesse».

Recentemente lei ha scritto su X: «Il linciaggio professionale di chiunque controlli le pratiche israeliane in Palestina si è intensificato da quando Israele ha iniziato il genocidio dei palestinesi a Gaza». Chi mette in atto questo «linciaggio» e attraverso quali forme?
«È un sistema. Mi occupo da tanti anni di Palestina, ma io stessa finora non avevo realmente compreso quanto pervasivo sia il problema. Nei Paesi occidentali c’è un vero e proprio sistema di protezione attorno a Israele che intimidisce e punisce giudici, giornalisti, accademici, attivisti e in generale chiunque osi criticare o anche solo passare al vaglio le pratiche di Israele. È un sistema di protezione del suprematismo bianco. Come dice il mio carissimo amico e docente israeliano Raz Segal, con la Seconda Guerra Mondiale è stato sconfitto Hitler, ma la sua idea di razza pura purtroppo ha vinto. Basti vedere come in Occidente viene trattato chi proviene dal Sud del mondo, che si tratti di un palestinese, di un sudanese o di un qualsiasi altro rifugiato o migrante».

A questo punto molti le obietterebbero che Hitler, però, gli ebrei li ha sterminati.
«Lo so bene, come lo sa bene lo studioso israeliano che ho appena citato. Il problema è che ancora oggi, a ottant’anni di distanza, molti di noi non hanno capito cos’è stato l’Olocausto. Si pensa ai campi di concentramento e ai forni crematori, ma l’Olocausto è stato prima di tutto un processo di de-umanizzazione. Gli ebrei erano considerati alla stregua di animali. E se la discriminazione nei loro confronti non fosse stata normalizzata, l’Olocausto non ci sarebbe stato. Oggi fortunatamente gli stessi ebrei riconoscono di essere stati ormai riconosciuti come vittime della storia. Quel tipo di discriminazione non riguarda più loro, ma altri: i palestinesi, appunto».

Anche lei sente di essere vittima di quel sistema che «lincia» chiunque critichi Israele?
«Io non mi sento vittima facilmente, ma non posso non vedere certe cose. Sono relatrice speciale delle Nazioni Unite su un tema attuale come l’occupazione dei territori israeliani e sono italiana, eppure non vengo mai intervistata dai media italiani. Ho scritto un libro su questo tema con Chicco D’Elia (J’accuse, editore Fuori Scena) e gli editori erano imbarazzati perché nessun giornale, tranne poche eccezioni come Il Fatto Quotidiano e Il Manifesto, lo vuole recensire. In televisione ci sono conduttori che hanno venti o trent’anni di esperienza che non mi vogliono nei loro programmi. C’è, insomma, una conventio ad excludendum. Questa situazione non l’ho incontrata in Germania, né in Francia. Mi fa un po’ sorridere, perché è triste e provinciale, però – almeno per la mia esperienza – questo è il livello di libertà e trasparenza dell’informazione in Italia».

Quali sono stati i conduttori che si sono rifiutati di ospitarla.
«Non glielo dico. Ma stiamo parlando della Rai e di La7».

Negli altri Paesi occidentali la sua attività è tenuta in maggior considerazione?
«Sicuramente. Ho rapporti ormai consolidati con le diplomazie di tanti Paesi europei. Il ministro spagnolo degli Affari Esteri mi ha accolto dicendomi “Sei un orgoglio europeo”. Sono stata di recente in Germania dal senior officer del Foreign Office. In Francia sono stata ricevuta all’Assemblea Nazionale. Ho rapporti con le diplomazie di Irlanda, Lussemburgo, Norvegia… L’Italia è davvero un caso particolare».

E fuori dall’Occidente?
«Fuori dall’Occidente chiaramente il messaggio che porto riceve un’attenzione diversa, maggiore. Il Sudafrica ha utilizzato tanto del mio lavoro per il caso che ha istituito dinnanzi alla Corte di Giustizia internazionale contro Israele per genocidio. E anche l’altro caso pendente dinanzi alla Corte di Giustizia internazionale, quello per l’illegalità dell’occupazione di Israele, si basa in gran parte sul mio lavoro».

Sempre su X ha scritto: «È necessaria una decolonizzazione del pensiero e della cultura». A cosa si riferisce?
«Questo è un punto centrale rispetto al mio lavoro di relatrice speciale. Come giurista, faccio parte di un movimento quasi sconosciuto in Italia che si chiama Twail (Third world approaches to international law) e che mette in discussione il diritto internazionale. Il diritto internazionale non è soltanto uno strumento per mantenere la pace tra Paesi: per secoli è stato utilizzato dagli Stati europei per colonizzare la maggior parte delle terre del pianeta. In 500 anni sono stati colonizzati e distrutti interi popoli. Gli Stati Uniti sono sorti da un genocidio, così il Canada, così l’Australia… Questo passato pesa ancora sul nostro Dna».

In che modo pesa?
«Agli occhi degli occidentali sembra quasi che i Paesi africani siano semplicemente più “arretrati”, ma c’è una sorta di amnesia generale rispetto al fatto che i Paesi più industrializzati si sono arricchiti proprio grazie allo sfruttamento delle risorse del Sud del mondo. Eccoci allora a quello che dicevo in quel post su X: “Decolonizzare la cultura” significa capire che c’è ancora un forte razzismo nel modo in cui si gestisce il potere e si veicolano le informazioni. È l’egemonia occidentale che ancora domina il multilateralismo. Ma oggi se ne vede il crollo».

E questo cosa c’entra con l’offensiva di Israele su Gaza?
«Le Nazioni Unite hanno approvato più di una risoluzione per il cessate il fuoco, ma l’offensiva non si ferma. E sa perché? Perché gli Stati Uniti possono anche votarla, la risoluzione, ma poi continuano comunque a dare le armi ad Israele, perché di fatto sono al di sopra delle leggi. Questa è egemonia coloniale, è mentalità coloniale. E l’informazione, tranne alcune eccezioni virtuose, questo sistema non lo mette neanche in discussione: opera al suo interno».

Ritiene che ci sia una lobby pro-Israele che condiziona i governi occidentali e il mondo dell’informazione mainstream?
«C’è una forte, forte, lobby pro-Israele. Fino a un paio d’anni fa pensavo fosse frutto del senso di colpa nei confronti degli ebrei dopo l’Olocausto… No, niente di tutto questo: dietro ci sono interessi finanziari e interessi legati alla volontà di mantenere il potere. Oggi nel mondo occidentale vediamo una parte della popolazione che protesta per ciò che sta avvenendo a Gaza, ma il potere rimane arroccato attorno a Israele. Si individua in Israele la continuità della civiltà occidentale: questo emerge anche dal linguaggio usato dagli stessi israeliani, che dicono “Stiamo combattendo per i valori occidentali, per proteggervi dai barbari incivili”. Un linguaggio che riecheggia quello che veniva utilizzato ai tempi della Seconda Guerra Mondiale nei confronti “dell’altro”. La differenza di trattamento dei rifugiati ucraini rispetto al resto dei rifugiati è eclatante in questo senso».

Pensa che i media occidentali trattino con parametri diversi i conflitti in corso a Gaza e in Ucraina?
«In Italia, più che in altri Paesi, si assume sempre per buona la narrazione israeliana. Abbiamo avuto ex esponenti del governo israeliano che dicevano in tv che i palestinesi di Gaza dovevano essere eliminati tutti. In Italia ancora circola la fandonia dei bambini israeliani decapitati il 7 ottobre: nessuno di quei 36 bambini è stato decapitato! Le prove sono state smentite dalle stesse fonti israeliane! Eppure in Italia queste fandonie continuano a circolare. Questo rende la stampa e la televisione veicolo di disinformazione».

La lobby pro-Israele, quindi, opera anche in Italia?
«In Italia bisogna parlare del ruolo delle comunità ebraiche, che nel nostro Paese è veramente diverso e reazionario. Sono rimasta molto colpita dalla loro violenza verbale nei confronti di persone che chiedono semplici espressioni di solidarietà nei confronti del popolo palestinese. Davvero non si rendono conto che, se si giustifica l’uccisione di un bambino perché potrebbe rappresentare un futuro problema di sicurezza, si ritorna a quelle stesse parole che 100 anni fa sono state utilizzate proprio contro gli ebrei? Il razzismo non lo giustifico neanche se viene perpetrato da un popolo che ha sofferto. È di una gravità sconvolgente quello che sta succedendo oggi in Palestina e nei confronti di chi, in Occidente, si espone in solidarietà con il popolo palestinese».

Le comunità ebraiche in altri Paesi si comportano diversamente?
«In Germania oggi sono gli stessi ebrei tedeschi, o anche certi israeliani che sono andati a vivere in Germania, a fare opposizione contro il Governo tedesco affinché cambi le proprie politiche di sostegno incondizionato a Israele. E vengono essi stessi repressi. Nel giugno 2022 incontrati un gruppo di docenti e studenti ebrei tedeschi che mi dissero “Non hai idea della dissonanza cognitiva che si viene a creare nel farsi accusare di antisemitismo da un tedesco”. La maggior parte di loro proveniva da famiglie sopravvissute all’Olocausto. In Italia questo non succede: ci sono voci di ebrei fuori dal coro, ma le comunità ebraiche sono molto chiuse attorno alla difesa indefessa di Israele».

È però evidente che un sentimento di antisemitismo è tornato a covare nelle nostre società, o no?
«Certo, ma l’antisemitismo non è tornato: non se n’è mai andato. L’antisemitismo, la xenofobia, il razzismo, l’islamofobia hanno la stessa matrice. Il fatto è che noi occidentali, come società, non abbiamo mai fatto i conti con l’antisemitismo, che ha reso possibile che milioni milioni di persone siano state mandate a morire solo perché ebree. Abbiamo ridotto tutto alla follia dei leader politici dell’epoca, ma il problema era di quelle società che hanno permesso che ciò accadesse. Così l’antisemitismo non è sparito: è rimasto latente nei gangli del nostro sistema occidentale. Il genocidio degli ebrei è stato il primo e unico caso in cui le pratiche di sterminio, di sottomissione, di de-umanizzazione che da sempre gli occidentali hanno usato fuori dai confini europei sono state utilizzate al centro della civilissima Europa. Ma l’antisemitismo è un sentimento millenario, che precede Hitler: gli ebrei sono stati perseguitati e discriminati per millenni dai cristiani».

D’accordo. Ma oggi nota un acuirsi del fenomeno?
«Non escludo che quello che sta succedendo oggi in Palestina faccia crescere anche l’acrimonia nei confronti degli ebrei. Ma noi dobbiamo contestare le responsabilità dei governi, non dei singoli. E, mi faccia dire: ogni ebreo ha il diritto di amare Israele quanto e come vuole. Per me è aberrante che si possa colpire una persona perché ebrea, così come è aberrante – ma è molto diffuso e meno notato – che si possa colpire una persona perché araba. Per questo è importante decolonizzare la cultura».

Come si «decolonizza» una cultura?
«Con l’istruzione. Evitando un controllo alla “1984” su quello che si può e non si può dire. Ampliando il dibattito, facendo ascoltare più e più voci. Riconoscendo gli errori, i drammi, le tragedie del passato. Non avendo paura di scoprire cosa è stato il passato, perché se capiamo il passato forse possiamo riuscire ad apprezzare meglio il presente e ad assicurarci un futuro che non sia pieno di barbarie e sangue».

Spieghiamo: perché l’offensiva di Israele su Gaza può essere definita genocidio?
«Io cito spesso le parole di William Schabas, il più grande esperto a livello internazionale di genocidio. Rispetto a ciò che sta avvenendo a Gaza, Schabas ha detto: “Non ho mai visto un genocidio in cui l’intento genocida, cioè l’intento di distruggere un popolo, fosse così manifesto”. È il diritto internazionale a stabilire la definizione di genocidio. C’è una convenzione stipulata all’indomani della Seconda Guerra Mondiale (nel 1948 a Nre York, ndr) che afferma che sussiste un genocidio quando vengono commessi una serie di specifici atti, che le dirò fra poco, con l’intento di distruggere in tutto o in parte un popolo o un gruppo nazionale, razziale, etnico, religioso. Quegli specifici atti possono essere omicidi, l’inflizione di sofferenze psichiche o fisiche, la creazione di condizioni di vita che portino alla distruzione del gruppo… Ci possono essere anche casi di genocidio senza alcuna uccisione: si pensi al metodo della prevenzione delle nascite oppure al trasferimento di minori. Ma l’elemento fondamentale, al di là del crimine in sé, è il dolo specifico, cioè l’intenzionalità: l’intenzione di distruggere un popolo in tutto o in parte».

Faccio l’avvocato del diavolo: Netanyahu dice che vuole eliminare Hamas, non il popolo palestinese…
«Non serve che gli israeliani dicano espressamente “Vogliamo ammazzare tutti i palestinesi”: l’hanno già commesso, il genocidio. Hanno già creato le condizioni per la distruzione del popolo a Gaza. Non solo hanno hanno ammazzato 40mila persone, il 70% delle quali donne e bambini: hanno completamente distrutto Gaza. Hanno distrutto tutti gli ospedali, hanno proibito l’ingresso di medicinali, di acqua, di cibo, hanno distrutto i campi agricoli, le barche, tutte le università, quasi tutte le scuole, tutte le chiese, tutte le mosche, tutte le panetterie, tutti i centri culturali. A Gaza non c’è più niente, perché l’idea di Israele è quella di scacciare i palestinesi, ed è sempre stata quella».

Per eliminare Hamas, hanno distrutto un popolo.
«Oggi persino i militari israeliani hanno capito che non si può debellare Hamas, perché Hamas è un’idea, è un partito politico. Quando l’ho detto io, nove mesi fa, sono stata esposta a “linciaggio pubblico”. Ma è semplicemente ovvio che Hamas è un partito politico! È ovvio che è una forza di governo! Come è ovvio che ha commesso atti di terrore: questo non si esclude. Ma avviare una guerra contro un movimento politico con l’idea di sradicarlo ha fatto sì che si giustificasse un’azione che ha messo in pericolo la popolazione. Israele non ha cercato di ammazzare soltanto i combattenti attivi che ponessero un pericolo imminente: ha ucciso chiunque fosse affiliato ad Hamas, cioè a un’organizzazione di governo, inclusi, medici, insegnanti… Attenzione, però: se passa questa giustificazione, per cui non c’è più distinzione tra civili e militari, per cui non c’è più il rispetto del principio di precauzione, per cui bisogna cercare di salvare quanti più civili è possibile, allora si scardina il diritto internazionale. E così può passare anche l’idea che si può colpire il Ministero della Difesa israeliano a Tel Aviv e giustificare la morte di civili israeliani dicendo “Vabbè, ma era Israele che si nascondeva in mezzo ai civili”. Quest’idea dello scudo umanitario generalizzato è una follia, è criminale».

Anche quello di Hamas nei confronti di Israele può essere definito genocidio?
«No, secondo me non ci sono gli estremi per parlare di genocidio. Sicuramente Hamas ha commesso dei crimini di guerra e deve essere accertato se abbia commesso anche dei crimini contro l’umanità, ma non credo si possa considerare quello perpetrato il 7 ottobre scorso nei confronti degli israeliani come genocidio. Se guardiamo alla giurisprudenza dei vari tribunali internazionali, per parlare di genocidio non basta la commissione di atti criminali, ma bisogna stabilire l’intenzionalità, che si ricava da parole proferite ma anche da realtà pratica e capacità di commettere genocidio. Altrimenti potremmo chiamare genocidio qualsiasi repressione nei confronti di un altro popolo».

Nel corso degli ultimi settant’anni, e anche negli ultimi mesi, più volte le Nazioni Unite hanno censurato le violenze di Israele contro i palestinesi, ma lo Stato ebraico è andato avanti come se nulla fosse. Perché l’Onu non riesce a farsi rispettare?
«Perché il sistema è frammentato. Le Nazioni Unite sono un’organizzazione complessa, fatta di Stati, ma anche di programmi, di agenzie… Le agenzie, come l’Unrwa, l’Unicef, la Who, cercano di fare il possibile per fornire aiuti umanitari e hanno usato univocamente espressioni molto forti nei confronti di Israele. Anche il segretario generale (Antonio Guterres, ndr) le ha provate tutte… Ma il problema è che a livello di Stati c’è ancora uno sbilanciamento di forze a favore di un mono-sistema dominato dagli Stati Uniti, con a seguito una serie di Stati europei come Germania, Francia, Italia. Tuttavia io credo che questo sistema stia crollando: il multilateralismo come l’abbiamo conosciuto negli ultimi 76 anni rischia di finire».

Pensa che la tregua a Gaza sia ancora lontana?
«Non sono ottimista, almeno nel breve periodo. Io auspico che un giorno tutti coloro che abitano quelle terre – che siano ebrei, musulmani, cristiani, israeliani o palestinesi – possano vivere in uguaglianza e in libertà, perché queste sono le condizioni affinché ci sia una pace giusta. La pace come se la sono immaginata gli Stati Uniti e Israele – cioè la soluzione dei due Stati priva di un contenuto di libertà e diritti umani per i palestinesi – non è più sostenibile, non è una pace giusta: è una pace imposta e soffocante, è una pace che i palestinesi non vogliono. Sono d’accordo con lo storico israeliano Ilan Pappé, che immagina un decennio violento. Israele, come sistema di apartheid che sta in piedi grazie al suprematismo ebraico, sta implodendo perché ormai è esposto, è sotto gli occhi di tutti e non è più accettabile. Ha ancora degli strenui difensori, sì, ma non reggerà a lungo. Immagino che nel breve periodo la violenza continuerà e porterà al progressivo isolamento di Israele. Il rischio è che nel frattempo il conflitto si estenda alla regione, ma mi auguro che Israele conservi un minimo di lucidità e si renda conto che non è proprio il caso di provocare un conflitto regionale con Libano e Iran. D’altro canto, gli Stati Uniti non mi sembrano interessati a mantenere la pace, perché continuano a sostenere imprese militari più che soluzioni diplomatiche. Insomma, non c’è granché da essere ottimisti. Questo significa che c’è ancora tanto lavoro da fare: garantire la libertà e il rispetto dei diritti umani per palestinesi e israeliani è anche un modo per garantire la continuazione della libertà per noi stessi».

ENRICO MINGORI 

Parmigiano, classe 1985, laureato in Giurisprudenza. Giornalista dal 2005, pubblicista dal 2009, professionista dal 2014.

Francesca Albanese a TPI: “In Italia si fa disinformazione pro-Israele"