Così tortura Netanyahu

Così tortura Netanyahu - Osservatorio Repressione

«Sde Teiman non è un carcere, è la nostra vendetta». Parla un medico israeliano entrato nella Abu Ghraib di Netanyahu la base-prigione del Neghev in cui vengono rinchiusi senza un’imputazione i palestinesi presi a Gaza. Abusati e torturati, bendati, feriti senza cure e legati al letto

di Michele Giorgio da il manifesto

Torture, abusi e violenze di ogni genere a danno di centinaia di detenuti palestinesi di Gaza arrestati dopo il 7 ottobre, anche quelli gravemente feriti e ammalati. Di quanto accade nel centro di detenzione di Sde Teiman, la Abu Ghraib di Israele, nei pressi di Bersheeva nel Neghev, si parla da mesi. Solo qualche settimana fa, grazie alla denuncia dei media internazionali e alla petizione presentata alla Corte suprema dall’Associazione israeliana per i diritti umani, le autorità hanno deciso di trasferire gran parte dei palestinesi tenuti prigionieri a Sde Teiman. Ne rimangono altri duecento e le loro condizioni non sono migliorate. Abbiamo raccolto la testimonianza del dottor F.K. che ha visitato Sde Teiman. Ci ha chiesto di non rivelare la sua identità.

foto: Prigionieri rilasciati attendono cure

Quante volte sei stato a Sde Teiman?
Solo una. Sono un chirurgo e mi hanno chiamato a proposito di un detenuto palestinese in gravi condizioni che pochi giorni prima era stato ricoverato nell’ospedale pubblico in cui lavoro. Stava molto male e volevano un parere. Quella persona avrebbe dovuto rimanere ricoverato nella struttura ospedaliera e non essere rimandato subito a Sde Teiman. So di prigionieri (palestinesi) che dopo essere stati operati negli ospedali non sono stati tenuti in terapia intensiva o in osservazione, ma portati subito nei centri di detenzione e nelle prigioni in condizioni instabili.

Cos’è Sde Teiman?
Fondamentalmente è un’enorme base militare con un’area di detenzione divisa in due parti. Una è una sorta di ospedale da campo, dove sono stato io. Nell’altra ci sono le tende con i prigionieri di Gaza. Tutto appare molto precario. All’ingresso sono ammassati i materiali sanitari. Gli ammalati si trovano sotto una tensostruttura, uno scheletro di metallo coperto da un tendone. Quindi sono esposti alle condizioni esterne, con temperature che di notte scendono notevolmente. Sono stato accolto da un medico e due infermiere e mi è stato subito chiesto di non fare il mio nome con nessuno e di non fare il nome di altri; pertanto, si lavora sotto uno stretto animato. Poi mi hanno fatto indossare un camice e una mascherina. Ho trovato due file di pazienti, in totale una quindicina, forse venti. Ho notato subito che erano tutti legati, mano e gamba separatamente, ai bordi del letto. Erano bendati, quasi nudi e con il pannolone. Costretti a rimanere a letto, sempre sdraiati sulla schiena, non vanno in bagno o non vengono portati ai bagni.

Cosa ti hanno detto i medici che lavorano lì?
Quelli con cui ho interagito, anche nei giorni seguenti su Whatsapp, non sono chirurghi o da terapia intensiva. Non sanno come intervenire su pazienti che, forse non tutti ma sicuramente la maggior parte, sono feriti da arma da fuoco, al torace e all’addome. Fondamentalmente i medici di Sde Teiman devono essere guidati da specialisti, ecco perché mi hanno chiesto di visitare anche altri pazienti, oltre a quello per cui ero stato convocato.

I detenuti hanno cercato di comunicare con te?
No. C’era sempre un soldato con me che parlava arabo e mi faceva da traduttore. Le mie domande erano chiaramente limitate ad aspetti di carattere medico. Ma non credo che avrebbero voluto parlarmi, in quel momento io rappresentavo la parte nemica.

Alcuni dei palestinesi liberati dopo mesi di detenzione a Sde Teiman, tornati a Gaza hanno denunciato di essere stati torturati e di non aver ricevuto cure adeguate. L’ultimo in ordine di tempo è stato il direttore dello Shifa Hospital di Gaza city, Mohammed Abu Salmiya. I centri per i diritti umani, anche israeliani, hanno fatto altrettanto. Puoi confermare queste accuse?
Non sono stato testimone diretto di violenze o di torture sui pazienti. Però, come medico e come persona, penso che se un essere umano resta per giorni in un posto, esposto all’ambiente esterno spesso molto freddo di notte, non può muoversi perché è ammanettato al letto e bendato, non capisce la lingua che si parla intorno a lui, ebbene questa per me è una forma di tortura. Senza dimenticare che un medico ha un codice etico e professionale al quale è vincolato. Qui invece abbiamo il ministero della sanità e l’esercito che impongono che i pazienti siano bendati 24 ore su 24. Siamo di fronte a forme di tortura, anche psicologiche.

Quindi la denuncia di Abu Salmiya è credibile?
La ritengo verosimile. A mio avviso per comprendere il caso di Sde Teiman il discorso va allargato alla società israeliana e all’atteggiamento di certi medici in Israele nei quali scatta una sorta di meccanismo di difesa, come lo chiamo io, con il quale giustificano certe cose che dal mio punto di vista non sono distanti dalla violenza e che vengono perpetrate in un contesto di terapia. Faccio l’esempio di un palestinese ferito portato al mio ospedale nei giorni successivi al 7 ottobre. Su di lui è stata eseguita una procedura estremamente dolorosa, una incisione e un drenaggio, senza aver ottenuto da lui un consenso informato, senza l’uso di anestesia adeguata, senza neppure un analgesico locale. Quello è stato uno dei momenti in cui ho capito che noi facciamo cose del genere (sui palestinesi) sebbene la legge le definisca forme di violenza fisica. Se non procedi con le terapie antidolorifiche previste, allora è vendetta. C’è un problema grosso nella società israeliana. Il palestinese, soprattutto il palestinese di Gaza, è completamente disumanizzato. E fargli determinate cose è considerato lecito.

Tornando alla tua visita a Sde Teiman, cosa ti dicevano i medici che lavorano stabilmente nel centro di detenzione?
Sono in una situazione particolare. Ho colto un senso di frustrazione in loro che, forse, vorrebbero curare i detenuti in maniera più adeguata. Ma conta il contesto. Lì siamo in una tenda nel deserto, con pazienti legati e ammanettati, non hai strumenti se non quelli per fare una lastra, un elettrocardiogramma o qualche esame del sangue. Quando hai dei feriti da arma da fuoco uno degli esami più importanti è la Tac, se hanno infezioni allora hai bisogno di un laboratorio di microbiologia. Tutte queste cose non le hanno a Sde Teiman. Anche se i pazienti non sono stabili gli esami più urgenti sono richiesti con ritardo. L’utilizzo della medicina come forma di violenza e di vendetta che deve farci riflettere. Non puoi tenerli in vita all’unico scopo di permettere che siano interrogati.

A distanza di tempo, cosa ti viene da pensare della tua visita a Sde Teiman?
Che è tutto così surreale. È uno paradossi del vivere qui. Sde Teiman non è come una infermeria da campo dell’esercito americano sperduta nel deserto dell’Afghanistan, non è un posto che si raggiunge dopo ore ed ore di viaggio del deserto. Io ho viaggiato in auto per una quarantina di minuti, ho anche avuto modo di mangiare uno spuntino ad una stazione di servizio, e in questo poco tempo sono giunto in un posto che è scollegato e fuori dal mondo, in cui non si pratica una medicina adeguata e moderna perché i pazienti sono di Gaza, e che è abbastanza vicino al mio ospedale in cui invece si pratica una medicina avanzata. Tutto questo, pensi, non ha nessun senso. Poi ci rifletti su e capisci che ha un senso perché rientra in un quadro in cui il ministro della salute proclama che gli ospedali pubblici non cureranno mai i «terroristi di Gaza», in cui è evidente che c’è una volontà di compiere una vendetta. Quel breve viaggio dal mio ospedale a Sde Teiman mi ha detto tanto della nostra società.

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Stupri, sevizie e silenzio. «Mai visto niente del genere»

Sde Teiman. Un articolo della testata +972 che riporta la testimonianza dell’avvocato Khaled Mahajneh: era stato contattato da una rete tv per cercare un giornalista detenuto nel «campo della morte»

«La situazione lì è più orribile di qualsiasi cosa abbiamo sentito su Abu Ghraib e Guantanamo». È così che Khaled Mahajneh descrive il centro di detenzione di Sde Teiman in qualità di primo avvocato a visitare la struttura. Più di 4.000 palestinesi arrestati da Israele a Gaza sono stati detenuti presso la base militare nel Naqab/Negev dal 7 ottobre; alcuni di loro sono stati successivamente rilasciati, ma la maggior parte rimane in detenzione.

MAHAJNEH, cittadino palestinese di Israele, è stato inizialmente contattato da Al Araby tv, che cercava informazioni su Muhammad Arab, un giornalista della rete arrestato a marzo mentre copriva l’assedio israeliano dell’ospedale Al-Shifa a Gaza City. «Ho contattato il centro di controllo dell’esercito israeliano e, dopo aver fornito loro una foto e una carta d’identità del detenuto, oltre al mio documento ufficiale di procura, mi è stato comunicato che era detenuto a Sde Teiman e che poteva essere visitato». Quando Mahajneh è arrivato alla base il 19 giugno, gli è stato richiesto di lasciare l’auto lontano dal sito, dove una jeep dell’esercito era in attesa per trasportarlo all’interno. «Una cosa del genere non mi era mai capitata in nessuna visita che avevo fatto in precedenza a una prigione», dice a +972. Hanno guidato per circa 10 minuti attraverso la struttura, una vasta rete di roulotte, prima di arrivare a un grande magazzino, che conteneva una roulotte sorvegliata da soldati mascherati. «Hanno ripetuto che la visita sarebbe stata limitata a 45 minuti, e qualsiasi azione che potesse danneggiare la sicurezza dello stato, del campo o dei soldati avrebbe portato alla sua immediata cessazione. Ancora non capisco cosa intendessero», afferma Mahajneh.

I soldati hanno trascinato fuori il giornalista detenuto con le braccia e le gambe legate, mentre Mahajneh rimaneva dietro una barriera. Dopo che i soldati gli hanno rimosso la benda, Arab si è sfregato gli occhi per cinque minuti, non più abituato alla luce intensa. «Dove sono?» è stata la prima domanda che ha fatto a Mahajneh.

LA MAGGIOR parte dei palestinesi a Sde Teiman non sa nemmeno dove si trova; con almeno 35 detenuti morti in circostanze sconosciute dall’inizio della guerra, molti lo chiamano semplicemente «il campo della morte». «Ho visitato detenuti politici e di sicurezza e prigionieri nelle carceri israeliane per anni, anche dopo il 7 ottobre», osserva Mahajneh. «So che le condizioni di detenzione sono diventate molto più dure e che i prigionieri vengono maltrattati quotidianamente. Ma Sde Teiman è diversa da qualsiasi cosa abbia mai visto o sentito prima».
Mahajneh racconta che Arab era quasi irriconoscibile dopo 100 giorni nella struttura di detenzione; il suo viso, i capelli e il colore della pelle erano cambiati, ed era coperto di sporco e di escrementi di piccioni. Il giornalista non riceveva nuovi vestiti da quasi due mesi, e gli era stato permesso di cambiare i pantaloni per la prima volta quel giorno a causa della visita dell’avvocato.
A detta di Arab, i detenuti vengono continuamente bendati e legati con le mani dietro la schiena, costretti a dormire rannicchiati sul pavimento. Le loro manette di ferro vengono rimosse solo durante una doccia settimanale di un minuto. «Ma i prigionieri hanno iniziato a rifiutare di fare la doccia perché non hanno orologi, e superare il minuto assegnato li espone a punizioni severe, fra cui venire lasciati all’esterno per ore sotto il sole o la pioggia», dice Mahajneh.

LE CONDIZIONI di salute di tutti i detenuti, nota l’avvocato, si sono deteriorate a causa della scarsità della loro dieta quotidiana: una piccola quantità di labaneh e un pezzo di cetriolo o pomodoro. Soffrono anche di grave stitichezza, e per ogni 100 prigionieri viene fornito solo un rotolo di carta igienica al giorno». Ai detenuti è proibito parlare tra loro, anche se più di 100 persone vengono tenute in un magazzino, alcuni di loro anziani e minori, dichiara Mahajneh. «Non è permesso loro pregare o persino leggere il Corano».
ARAB ha anche testimoniato al suo avvocato che le guardie israeliane hanno violentato sei prigionieri con un bastone davanti agli altri detenuti per aver violato degli ordini. «Quando ha parlato di stupri, gli ho chiesto, ’Muhammad, sei un giornalista, sei sicuro di questo?’» ricorda l’avvocato. «Ha risposto che l’ha visto con i suoi occhi e che ciò che mi stava raccontando era solo una piccola parte di ciò che sta accadendo lì».

Diversi media, tra cui Cnn e New York Times, hanno riportato casi di stupro e violenza sessuale a Sde Teiman. In un video circolato sui social, un prigioniero palestinese recentemente rilasciato dal campo di detenzione ha detto di aver assistito personalmente a molteplici stupri e a casi in cui i soldati israeliani hanno fatto in modo che i cani violentassero i prigionieri. Solo nell’ultimo mese, secondo Arab, diversi prigionieri sono stati uccisi durante interrogatori violenti. Altri detenuti feriti a Gaza sono stati costretti all’amputazione di arti o alla rimozione di proiettili dai loro corpi senza anestesia, e sono stati curati da studenti di infermieristica.
Le squadre di difesa legale e le organizzazioni per i diritti umani sono state in gran parte incapaci di contrastare queste gravi violazioni dei diritti dei prigionieri a Sde Teiman, e alla maggior parte di loro è persino vietato visitare la struttura, per evitare un maggiore controllo. «Dopo dure critiche, l’ufficio del Procuratore dello Stato ha detto che il centro di detenzione sarebbe stato chiuso, ma non è successo nulla», dice Mahajneh. «Anche i tribunali sono pieni di odio e razzismo contro il popolo di Gaza».

LA MAGGIOR PARTE dei prigionieri, nota l’avvocato, non è formalmente accusata di appartenere a nessuna organizzazione o di aver preso parte a attività militari; lo stesso Arab non sa ancora perché è stato detenuto o quando potrebbe essere rilasciato. Da quando è arrivato a Sde Teiman, i soldati delle unità speciali dell’esercito israeliano lo hanno interrogato due volte. Dopo il primo interrogatorio, gli è stato comunicato che la sua detenzione era stata prolungata a tempo indeterminato, sulla base del «sospetto di affiliazione a un’organizzazione la cui identità non gli è stata rivelata».

Negli ultimi mesi, diversi media internazionali hanno pubblicato testimonianze di prigionieri rilasciati e di medici che hanno lavorato a Sde Teiman. Per il medico israeliano Yoel Donchin, che ha parlato con il New York Times, non era chiaro perché i soldati israeliani tenessero in stato di prigionia molte delle persone che ha curato, ed era «molto improbabile» che alcune di loro«“fossero combattenti» a causa di malattie fisiche preesistenti o disabilità. Il Times ha anche riportato che i medici della struttura erano stati istruiti di non scrivere i loro nomi sui documenti ufficiali, e di non rivolgersi l’un l’altro per nome in presenza dei pazienti, per paura di essere successivamente identificati e accusati di crimini di guerra presso la Corte penale internazionale.

«Li hanno spogliati di tutto ciò che assomiglia all’umanità» ha detto alla Cnn un testimone che ha lavorato come medico presso l’ospedale improvvisato della struttura. «Le percosse non erano inflitte per raccogliere informazioni, ma per vendetta», ha detto un altro testimone. «Era una punizione per ciò che avevano fatto il 7 ottobre e per il comportamento nel campo».
La visita a Sde Teiman ha suscitato in Mahajneh profonda frustrazione e rabbia, ma soprattutto orrore. «Faccio questo lavoro da 15 anni. Non mi sarei mai aspettato di sentire parlare di stupri o umiliazioni di questo tipo. E tutto questo non per interrogarli, dato che la maggior parte dei prigionieri viene interrogata solo dopo molti giorni di detenzione, ma come atto di vendetta. Vendicarsi di chi? Sono tutti cittadini, giovani, adulti e bambini. Non ci sono membri di Hamas a Sde Teiman perché sono nelle mani dello Shabas (Servizio carcerario israeliano)».

Nella sua risposta alle domande per questo articolo, l’esercito israeliano ha dichiarato: «L’Idf respinge le accuse di maltrattamenti sistematici dei detenuti, comprese violenze o torture. Se necessario, vengono aperte indagini della polizia militare quando vi è il sospetto di comportamenti anomali che lo giustificano». L’esercito ha negato i racconti di Arab e Mahajneh e ha insistito che ai detenuti vengono forniti abiti e coperte sufficienti, cibo e acqua («tre pasti al giorno»), accesso a toilette e docce («tra 7 e 10 minuti») e altre comodità. L’esercito ha anche aggiunto: «Dall’inizio della guerra, ci sono stati decessi di detenuti, inclusi detenuti che sono arrivati feriti dal campo di battaglia o in condizioni mediche problematiche. Ogni morte viene indagata dalla polizia militare. Al termine delle indagini, i risultati vengono inoltrati all’ufficio dell’Avvocato generale militare ».

Mahajneh ha trasmesso un messaggio chiaro da Sde Teiman: «Muhammad Arab e gli altri prigionieri nel centro fanno appello alla comunità e i tribunali internazionali perché agiscano per salvarli. È inconcepibile che tutto il mondo parli degli ostaggi israeliani, e nessuno parli dei prigionieri palestinesi». Mahajneh non sa cosa sia successo al giornalista dopo la sua breve visita di 45 minuti. «L’hanno attaccato? L’hanno ucciso? Ci penso continuamente».

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