«It’s Time», ma la folla pacifista a Tel Aviv si raduna fuori tempo massimo

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La "grande conferenza di pace". Cessate il fuoco e rilancio del dialogo. Artisti, intellettuali, politici... Non si vedeva nulla di simile dai tempi di Oslo. L’attivista Orly Noi: «Gli slogan però non servono»

Michele Giorgio Tel Aviv

Il più grande raduno del centrosinistra israeliano degli ultimi decenni, ma con scarse possibilità di evolvere in un progetto di massa. Non pochi hanno dato questo giudizio ieri alla Menorah Hall di Tel Aviv in cui migliaia di persone hanno partecipato alla conferenza «It’s Time – The Great Peace Conference» per il rilancio di un programma pacifista e di dialogo tra israeliani e palestinesi.

UNA FOLLA che non si vedeva dai tempi degli Accordi di Oslo, formata in prevalenza da israeliani ebrei con una minoranza di palestinesi, ha rispolverato, sollecitata da artisti, cantanti, politici e intellettuali presenti, slogan e propositi – come la soluzione a Due Stati annientata da governi israeliani di qualsiasi orientamento – appartenenti a un altro clima politico che non esiste più, da lungo tempo, da prima del 7 ottobre. Il disinteresse mostrato verso l’evento da buona parte dei media locali più importanti – nonostante la presenza del filosofo e politologo Yuval Harari, dell’ex speaker della Knesset Avraham Burg, del leader del partito arabo ebraico Hadash e della cantante Achinoam Nini (Noa) – è il segno dell’atmosfera prevalente in Israele che resta concentrato sull’offensiva militare a Gaza e la ritorsione distruttiva contro tutti i suoi abitanti per l’attacco compiuto da Hamas nove mesi fa.

TUTTAVIA, SE «IT’S TIME», come ha commentato qualcuno è arrivato «fuori tempo massimo», in ritardo di decenni, invocare pubblicamente il cessate il fuoco a Gaza e l’avvio di trattative con i palestinesi è comunque dirompente mentre il governo Netanyahu, l’opposizione centrista e una porzione ampia di popolazione insistono per continuare la guerra «fino alla vittoria».
Sino ad oggi a chiedere la tregua sono stati solo gruppi minoritari della sinistra radicale e le famiglie degli ostaggi israeliani a Gaza. E neanche tutte. Ieri alcuni parenti dei sequestrati, armati di megafono, si sono ritrovati davanti alla Menorah Hall per lanciare invettive contro quelli in attesa di entrare. «Volete la pace (con i palestinesi) mentre i nostri cari restano nelle mani di quelli di Hamas» ha ripetuto una donna armata di megafono.

L’idea della conferenza, alla quale hanno preso parte 50 organizzazioni ebraiche e alcune palestinesi, è partita da Maoz Inon e Aziz Abu Sarah che qualcuno ricorderà perché hanno incontrato e abbracciato papa Francesco lo scorso 18 maggio a Roma. Inon, 49 anni, il 7 ottobre ha avuto i genitori uccisi nel kibbutz Netiv HaAsara. Abu Sarah, 44 anni, si descrive come «un pacifista palestinese». Conducono insieme una campagna personale e pubblica contro la vendetta e a favore della riconciliazione. «Tutto è iniziato a Ginevra a marzo. Io e Aziz eravamo lì con altri 70 palestinesi e israeliani. Abbiamo scritto un documento per un futuro comune e iniziato a pensare a una roadmap per la pace», ha detto in un’intervista Inon. Secondo Abu Sarah «la conferenza farà sì che migliaia di persone dicano di voler vivere insieme, di trovare un modo per porre fine allo spargimento di sangue e di lavorare con l’altra parte».

LA GIORNALISTA E ATTIVISTA Orly Noi evidenzia i limiti dell’iniziativa alla Menorah Hall. «Da un lato trovo interessante che qualcuno in questo clima stia provando a ridare vita a quello che un tempo si chiamava il campo pacifista della sinistra sionista» ha detto ieri al manifesto «dall’altro i promotori della conferenza sembrano non aver imparato nulla in questi decenni, non hanno compreso che gli slogan non servono a nulla. Piuttosto occorre lavorare su basi totalmente nuove, sulla realizzazione concreta di diritti garantiti a tutti, ai palestinesi sotto occupazione e all’interno di Israele».