Il British Museum non può cancellare la Palestina

Manifestanti si radunano all’esterno del British Museum di Londra, a seguito di segnalazioni  secondo cui il museo sta rimuovendo la parola "Palestine" da diversi allestimenti, 21 febbraio.  Vuk ValcicZUMA Press Wire

Ilan Pappe The Electronic Intifada 

24 febbraio 2026

L'affermazione del British Museum secondo cui il nome Palestina non sarebbe più storicamente neutrale sembra una farsa.

In un clima di indignazione generale, la risposta dell'istituzione è stata evasiva.

"È stato riferito che il British Museum ha rimosso il termine Palestina dalle esposizioni", ha dichiarato il 16 febbraio.

"Semplicemente non è vero. Continuiamo ad utilizzare il termine Palestine in una serie di gallerie, sia contemporanee che storiche."

La vera domanda è se il museo abbia rimosso il termine da alcuni  allestimenti , non se lo utilizzi ancora in altre esposizioni.

In effetti, un portavoce sembra aver  confermato al Guardian che il museo ha sostituito il termine Palestina con "Canaan" in almeno una mostra.

Il British Museum non ha risposto a una richiesta di ulteriori chiarimenti da parte di The Electronic Intifada.

La sua decisione – che si spera venga revocata – riflette una codardia morale diffusa in Gran Bretagna da ottobre 2023.

L'azione del museo è inoltre  storicamente infondata e mette in discussione gli standard accademici di questa istituzione un tempo illustre – sebbene le sue collezioni siano in gran parte composte da reperti saccheggiati durante il periodo coloniale.

Codardia morale

La decisione non nasce da nuovi sviluppi in ambito archeologico, né come risposta a sollecitazioni della comunità accademica.

Al contrario, il museo sembra aver ceduto alle pressioni di UK Lawyers for Israel (UKLFI), uno dei gruppi di pressione più aggressivi della Gran Bretagna.

UKLFI lavora per sopprimere il sostegno ai diritti dei palestinesi e ha intensificato la sua campagna durante il genocidio israeliano a Gaza. Questo ha suscitato denunce legali secondo cui il gruppo utilizzerebbe tattiche "vessatorie e giuridicamente infondate" mirate a reprimere la solidarietà con la Palestina.

Il gruppo ha persino tentato di far radiare dall’albo il chirurgo britannico-palestinese Dr. Ghassan Abu-Sittah a causa della sua difesa pubblica delle vittime del genocidio. A gennaio, un tribunale medico britannico ha respinto la denuncia   definendola infondata.

La pressione di UKLFI sul museo, fa parte di uno sforzo più ampio per cancellare i palestinesi dalla storia e negare la Palestina come nazione.

Il museo negherà senza dubbio che il timore di questa lobby aggressiva abbia guidato la sua decisione.

“Canaan” è un termine controverso

L'idea che il termine Canaan sia in qualche modo più accurato di Palestina non regge. La comunità accademica dibatte ancora i confini storici della terra di Canaan.

3.000 anni fa non esisteva cartografia, quindi le mappe odierne sono prodotte sia basandosi su fonti bibliche che su scavi archeologici.

Per alcuni, Canaan si riferisce a una piccola parte della costa palestinese; per altri, si estende fino all'Eufrate. Molto dipende da quanto gli studiosi si affidano all'Antico Testamento – come amano fare gli archeologi sionisti– e da come interpretano le prove archeologiche.

Una fonte egiziana antica definisce i confini dell'epoca con maggiore precisione di altre e si riferisce a Canaan come una provincia egizia, ovvero una zona di confine tra l'Egitto e i suoi rivali regionali. Si potrebbe sostenere che comprendesse la Palestina storica, la Giordania e il Libano, ma ciò non preclude il fatto di chiamare il Paese "Palestina”.

Allo stesso modo, il fatto che i termini Bilad al-Sham o il Mutasarrifato di al-Quds – la provincia di Gerusalemme – si riferissero a distretti amministrativi ed entità politiche islamiche e ottomane che includevano o esistevano in parti della Palestina, non nega a sua volta il termine Palestina.

Chiunque utilizzi questo termine, che sia uno studioso, un visitatore di un museo, un curatore o un comune cittadino, deve decidere se Canaan fosse parte della Palestina o se la comprendesse interamente.

L'Enciclopedia Britannica riconosce questa ambiguità, affermando che Canaan è "definita in vari modi nella letteratura storica e biblica ma sempre incentrata sulla regione della Palestina."

Canaan non è un sostituto della Palestina e usarla senza contesto non è corretto.

Il termine Canaan è anche profondamente politico, come osserva Mary Ellen Buck, una delle esperte mondiali sull'argomento, nel suo libro The Canaanites: Their History and Culture from Texts and Artifacts.

Scrive: "I politici moderni del Medio Oriente sfruttano i termini 'Canaan' e 'Cananei' come parte del loro discorso politico."

E porta esempi illuminanti di come i politici israeliani usino il termine Canaan per giustificare la colonizzazione della Cisgiordania, mentre i palestinesi lo usano per sfidare l'aggressione israeliana.

L'unica alternativa in inglese sarebbe riferirsi alla regione come "Eretz Israel" – cosa che anche gli studiosi israeliani progressisti esiterebbero a fare.

È stata e rimarrà Palestina

Nella sua lettera al British Museum, UK Lawyers for Israel sostiene che usare il termine Palestina in riferimento a ciò che accadde migliaia di anni fa rischia di "oscurare la storia di Israele e del popolo ebraico."

Il gruppo di pressione considera Canaan, come la maggior parte dei sionisti, sinonimo dei regni di Israele e Giudea e aderisce alla mitologia secondo cui le persone che vivono in quelle regioni fossero ebree e che i sionisti siano i loro discendenti.

All'epoca non esisteva lo stato di Israele né un popolo ebraico. Esisteva una tribù ebraica insieme ad altri gruppi che formarono regni come Israele e Giudea.

Fin dall'inizio del progetto sionista, gli archeologi hanno collaborato con il movimento e, successivamente, con lo stato israeliano nell'interpretare l'Antico Testamento come documento storico. Hanno reinterpretato i nomi di questi antichi regni tribali, come il regno di Israele, come il nome del paese, non di un'entità tribale scomparsa da tempo.

Quando la Palestina fu occupata da potenze regionali o straniere, fu ripetutamente divisa in distretti amministrativi prima che l’imperialista Società delle Nazioni la consegnasse alla Gran Bretagna sotto il Mandato britannico della Palestina.

Per questo motivo, fin dalla moderna professionalizzazione dell'archeologia e della storia, la comunità accademica – inclusi coloro che lavorano per il British Museum – ha utilizzato il termine Palestina come riferimento al luogo geografico in cui, per oltre cinque millenni, le persone hanno vissuto ininterrottamente fino a quando non furono espropriate dai sionisti e da Israele nel 1948.

In epoca antica, queste popolazioni vissero sotto il dominio egizio, assiro, babilonese, ebraico, greco e romano. Le affinità religiose dei popoli indigeni cambiarono nel tempo: molti passarono dal paganesimo alla religione ebraica. Nella fase successiva, la maggior parte si convertì prima al cristianesimo e poi all'Islam. Tutto ciò è accaduto in Palestina e il patrimonio accumulato nel corso dei secoli appartiene al popolo palestinese.

Non tutti gli accademici israeliani si sentono a proprio agio con la riscrittura propagandistica della storia da parte del sionismo. Ma l'Israele di oggi, guidato da un élite politica messianica, razzista e genocida, è disposto a perseguitare persino gli israeliani liberali che la sfidano – e i suoi agenti nel Regno Unito cercano di fare lo stesso con accademici e istituzioni in Gran Bretagna.

Soccombere alla richiesta di sostituire  “Palestina” con Canaan non è solo una capitolazione alla lobby israeliana, ma un allineamento con l'attuale leadership di Israele, per la quale Canaan è la terra biblica che si estende dal mare, attraverso la Palestina storica, la Giordania, il Sud del Libano e il sud della Siria.

La decisione del British Museum non farà altro che confermare ai sionisti che l'Impero rimane pienamente dalla loro parte.

Gruppo di pressione mina le stesse rivendicazioni del sionismo

Dunque, possiamo dire al British Museum: Definire "Canaan" come la posizione geografica dei vostri reperti è controverso almeno quanto "Palestina" – ma lo è ancor di più ora che i visitatori sapranno che il nuovo riferimento non nasce dal rigore accademico, bensì dall'adozione della versione più estrema della narrazione sionista.

Senza dubbio, involontariamente, la lettera dell'UKLFI mina in modo significativo una rivendicazione chiave sionista: il gruppo sostiene che applicare il termine Palestina a periodi risalenti a migliaia di anni fa "cancella i cambiamenti storici e crea una falsa impressione di continuità."

Non è forse proprio questo ciò che i sionisti hanno sempre cercato di fare, affermando che la Palestina è sempre stata e solo una terra "ebraica"?

Anche la ricerca sionista che ha tentato disperatamente – fallendo – di dimostrare una presenza ebraica continua, si riferiva alla terra come Palestina.  I congressi sionisti vendevano con orgoglio i prodotti provenienti dalle colonie in Palestina e chiedevano agli ebrei di visitare la Palestina e i suoi antichi siti.

In effetti, nei primi decenni del sionismo, nemmeno i leader del movimento avevano problemi con questo nome. Ne sono esempi significativi istituzioni dichiaratamente sioniste che furono fondamentali per colonizzare la Palestina ed espropriare il suo popolo, come la Anglo-Palestine Company (divenuta poi la Banca Leumi d'Israele) e la Jewish Agency for Palestine (oggi l'Agenzia Ebraica per Israele).

L'unico modo per studiare Israele accademicamente o culturalmente è considerarlo come uno Stato all'interno di un lungo continuum di entità politiche – uno Stato che, come nel caso dei regni di Israele e Giudea, o di Erode, ha occupato solo brevissimi periodi nella ricca storia della Palestina antica, medievale e moderna.

Qualunque sarà l'entità futura in Palestina – auspicabilmente una democrazia autentica per tutti – essa racconterà con orgoglio nei suoi libri di testo e nei suoi musei la propria storia millenaria. La Palestina esisteva allora e continuerà a esistere in futuro.

Ilan Pappe è professore di storia e direttore del Centro Europeo per gli Studi sulla Palestina presso l'Università di Exeter. È autore di Israel on the Brink e di numerosi altri libri.

The British Museum cannot erase Palestine | The Electronic Intifada  di Ilan Pappe

Traduzione a cura di Associazione di Amicizia-Italo Palestinese Onlus, Firenze