Fra le strade di Chatila, dove tutto è Palestina

Chatila © Annaflavia Merluzzi

Reportage. L’attacco all’UNRWA ha peggiorato la vita anche nel campo profughi palestinese di Chatila, Libano. Ma nessuno cede allo sconforto, e la popolazione palestinese continua a esistere e resistere.

Annaflavia Merluzzi 24 Febbraio 2026

Campo profughi di Chatila, Beirut – «La Palestina è dentro di me, Akka è casa mia, se potessi varcare il confine andrei a combattere per liberare la mia terra». Mentre Majdi Majzoub cammina per i vicoli di Chatila, gli angoli dei palazzi gli sfiorano le spalle, dalle fessure che separano gli edifici filtra quel poco di luce necessario a mostrargli la strada. Conosciuto come captain Majdi perché ha fondato il centro sportivo Palestine Youth Club, Majzoub ha 53 anni. ed è nato e cresciuto nel campo profughi di Chatila, nella periferia meridionale di Beirut.

Vivere in condizione sospesa

In Libano ci sono 12 campi profughi palestinesi, più gli insediamenti informali, dove vive circa mezzo milione di persone. Cresciuti su piccoli appezzamenti di terra a partire dal 1948, con il passare degli anni le tende sono diventate case e poi palazzi. I circondari assegnati all’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, non sono espandibili nel tempo, cosicché all’aumentare della popolazione è diminuito lo spazio edificabile.

«Le case non possono crescere in larghezza, quindi si innalzano verso il cielo. Ormai non riusciamo più a vedere il sole, questo ha creato dei grossi problemi di salute alle ossa e alle articolazioni per gli abitanti del campo», spiega. Nelle stradine non fila il vento, non ricambia l’aria e, non essendoci un sistema di smaltimento rifiuti particolarmente efficiente, sommandoci l’inquinamento «sviluppiamo anche molte malattie polmonari», continua. 

Le autorità libanesi non possono operare nei campi; la gestione della sicurezza e l’erogazione di servizi come sanità, istruzione e infrastrutture sono tutte in mano all’Unrwa. 

«Unrwa non significa solo erogazione di servizi. È l’unico archivio che certifica che io vengo da lì, che mio nonno ha lasciato una casa e una terra che gli apparteneva. Sai, fino alla sua morte, ogni volta che nasceva un nuovo membro della famiglia divideva i terreni per lasciarne un pezzo a tutti. “Vieni da Nazareth, quella è casa tua”, mi ripeteva fin da bambina», racconta Hiba Mawed, donna palestinese che lavora come coordinatrice di progetti per l’Ong Norwegian People’s Aid.  

Anche in Libano i palestinesi pagano l’attacco all’UNRWA

L’attacco frontale che colpisce l’Agenzia non riguarda solo i palestinesi che vivono in Palestina. Per i rifugiati della diaspora libanese, dipendenti in tutto dall’agenzia dell’Onu, il primo mandato Trump ha segnato l’inizio del crinale che, dal 2018, non si è più arrestato. A gennaio di quell’anno, infatti, il tycoon versò solo 60 dei 360 milioni di dollari dei contributi Usa destinati all’Unrwa, per poi comunicare ad agosto che avrebbe azzerato i finanziamenti statunitensi. Gli Usa ne erano il principale contributore. Da quel momento, salvo una breve parentesi di versamenti – in ogni caso inferiori alle reali necessità – durante la presidenza Biden, l’agenzia vive una crisi finanziaria senza precedenti. Se già i campi erano sovraffollati, mirino degli attacchi israeliani e teatro della microcriminalità, che prolifera nei luoghi dove si prospetta come unica uscita dalla povertà, oggi le condizioni umanitarie continuano ad aggravarsi. «A Chatila abbiamo una sola scuola, che in ogni caso non copre l’istruzione superiore. Ormai si vedono tra i 40 e i 55 bambini per classe, distribuiti in delle stanze fatiscenti e senza l’equipaggiamento adeguato», racconta Majdi Majzoub. L’edificio dell’Onu si staglia di fronte al suo negozio di famiglia, dove lavora insieme alla figlia, vendono cartoleria e abbigliamento per lo sport. I cavi elettrici, che si intrecciano nei vicoli costituendone una sorta di soffitto ad altezza uomo, coprono ormai quasi completamente la scritta che identifica la scuola. Si legge solo «Ramallah coed elementary school», nome che rinvia alla capitale della Cisgiordania occupata. 

Dal primo febbraio l’Unrwa ha dovuto adattare le sue politiche al crollo finanziario, con l’entrata in vigore di nuove regolazioni che riducono di un ulteriore 20% servizi, stipendi e apertura di cliniche e scuole. «La sensazione è che si vada verso uno smantellamento definitivo dell’agenzia, questo avrebbe delle ricadute devastanti non solo sul welfare, ma sulla stessa identità dei rifugiati: cancellando il nostro status annichiliscono il nostro diritto al ritorno, cancellano l’archivio che attesta la proprietà della nostra terra», spiega ancora Hiba Mawed. Per evitare la chiusura e compiacere potenziali contribuenti, forse vittima di un esagerato ottimismo, l’Unrwa ha eliminato la mappa della Palestina storica dai libri di testo. «Non sarà una mappa a farci dimenticare da dove veniamo, da mio nonno a mio padre, passando per me, i miei figli e i miei nipoti tramandiamo l’identità palestinese e il ricordo dell’ingiustizia che continua a colpirci», afferma Majdi Majzoub. 

La lunga storia di un’ingiustizia

Da quasi cinque generazioni, ormai, i palestinesi espulsi nel 1948, durante la Nakba («catastrofe»), abitano nei campi libanesi. Giri di vite intrappolate in un limbo, senza i diritti di cittadinanza ma a un passo dai palazzoni e i locali di Beirut. Il campo di Mar Elias, il più piccolo del Libano, non ospita più solo i palestinesi, ma svariate nazionalità. «Dagli etiopi ai bengalesi, siriani e gli stessi libanesi si trasferiscono qui perché i prezzi sono molto bassi, e siamo adiacenti alla zona più costosa della città, ai quartieri degli uffici e del turismo», spiega Ammar Youzbachi, del Palestinian Cultural Club di Mar Elias. «Peccato che noi non possiamo accedere al mercato del lavoro d’élite», continua.

Ai rifugiati palestinesi, infatti, è preclusa per legge la possibilità di svolgere professioni che prevedono iscrizione agli albi, licenza o rappresentanza sindacale. L’unico modo per accedervi è sotto falso nome, lavorando in una clinica come dottore ma registrati come addetti alle pulizie, rinunciando così ai salari più alti e alle tutele giuridiche e assicurative. «Così non ha senso, per noi, iscriverci all’università. Perché dedicare tanti anni allo studio, se poi non possiamo esercitarne le professioni?», si domanda retoricamente Youzbachi. Secondo molti di loro dietro questi impedimenti c’è la volontà politica di spingere i palestinesi a lasciare i campi, e con essi il Libano, rinunciando allo status di rifugiato e, soprattutto, al diritto al ritorno sancito dalla Risoluzione 194 del 1948 dell’Onu. «Il nostro ruolo, oggi, è capire come preservare questa identità, per noi è un conflitto esistenziale, non religioso come strumentalmente si vuole far credere», spiega Fouad Daher del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP).

La gestione politica dei campi è affidata ai partiti palestinesi, come Al Fattah o l’FPLP, i quali confluiscono nei Comitati Popolari. Non serve a molto, però, la costruzione di rivendicazioni politiche, visto che senza cittadinanza non hanno accesso ad alcuna forma di rappresentanza in Libano. I pochi fondi che ricevono dalla direzione dei partiti o dall’Autorità Palestinese – che ultimamente ha già il suo da fare nei Territori Occupati – vengono usati per tentare di sopperire alle lacune Unrwa e per la sicurezza interna ai campi. «Si vedono persone girare con mitra e pistole perché sono le forze dell’ordine dei partiti, l’esercito libanese qui non può entrare, in teoria», spiega Majzoub. Ogni tanto, però, entra lo stesso, «con la scusa di colpire il traffico di droga ma la sensazione è che sia una tecnica di intimidazione, per disincentivare le proteste o le sollevazioni popolari». Mentre racconta, il suono della sua voce è disturbato dal rumore assordante di un drone bombardiere israeliano che sorvola la zona. Ormai, l’esercito dello stato ebraico si spinge con i velivoli quasi quotidianamente fino ai cieli di Beirut.

Resistere attraverso la cultura e lo sport

Nell’identità palestinese però, ovunque nel mondo, c’è sempre la capacità di sollevarsi, trarre respiro anche dagli antri più angusti. Tra le forme di organizzazione e resistenza, spiccano i tentativi di edificazione culturale. Il Palestinian cultural club di Mar Elias fornisce supporto scolastico ai bambini, attività ricreative e uno spazio pubblico dove riunirsi. Donne, uomini e bambini di ogni età condividono pratiche e saperi. A Chatila, invece, uno dei pilastri sociali è rappresentato dal Palestine Youth Club, fondato quasi vent’anni fa da Majdi Majzoub. «Abbiamo cominciato dal calcio, poi abbiamo inaugurato “Basket beats Borders” con la sua squadra femminile, che ha dato la possibilità alle giovani donne di uscire dalla dimensione domestica, e infine abbiamo aperto anche i corsi di boxe», racconta. Lo sport ricorda ai ragazzi e alle ragazze che possono porsi un obiettivo e raggiungerlo, «abbiamo notato che grazie alle nostre attività molti giovani hanno ritrovato la motivazione per finire la scuola», conclude.

La vita scorre nei campi, ma non va avanti come gli abitanti vorrebbero. Sono sempre lì, dal 1948, apolidi, ma con la Palestina nel cuore e negli occhi. 

CREDITI FOTO: © Annaflavia Merluzzi  

Annaflavia Merluzzi

Giornalista freelance. Specializzata nelle aree Africa e MENA, presta particolare attenzione alla copertura di conflitti e movimenti sociali, oltre che alle lotte per i diritti umani.

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