Pubblicato il13/05/2026 di G - Invicta Palestina
«L’identità non cancella l’identità… Ciò che confonde l’identità e la rende conflittuale è la precondizione che la sua formazione avvenga attraverso la negazione dell’identità dell’altro.» Mahmoud Darwish
Fonte: English version
Immagine di copertina: Illustrazione per gentile concessione di freepalestineproject.com
Di Norma Masriyyeh Hazboun
Oggi, mentre viviamo il settantottesimo anniversario della Nakba, i palestinesi vivono in un luogo dove lo stato di emergenza assume la qualità di una permanenza. È una realtà innaturale, definita da molteplici cause di morte, tra cui il dolore stesso del vivere, come ci racconta Mahmoud Darwish. I palestinesi sono chiamati con urgenza a proteggere la loro realtà di continua pulizia etnica e sfollamento dal mito del loro occupante, un mito in cui la metafisica si interseca con la storia e in cui viene conferito uno status sacro all’attività di occupazione sionista, che rivendica un diritto divino risalente a migliaia di anni fa. Questo mito è diventato una presunta fonte di legittimità per Israele per controllare la terra di Palestina, privarci della legittimità della nostra esistenza nazionale e isolarci da noi stessi e gli uni dagli altri, con l’obiettivo di cancellare la nostra sofferenza dalla coscienza umana, come se la storia si fosse cristallizzata al punto che non sia esistito nulla prima della Nakba e nulla dopo di essa.
In un’epoca che vede la diffusione di violenza, distruzione, sfollamento, razzismo e genocidio in Palestina, sentiamo profondamente la mancanza della voce di Mahmoud Darwish. Ci manca, in particolare, il suo appello all’azione proattiva e collettiva, alla lotta per proteggere la verità e ripristinare la giustizia, di fronte alla negazione e alla cancellazione da parte dell’occupante israeliano. Qui, nella terra di Palestina, il passato e il futuro sono stati invasi e bloccati, come dice Edward Said. Per questo motivo, Said ha scosso i lettori quando ha lanciato un attacco sistematico contro l’occupante sionista scrivendo del passato nel suo libro “Out of Place”, sottolineando come l’occupante eviti di confrontarsi con una memoria collettiva che si rifiuta di dimenticare.²
L’attenzione e la lealtà di Darwish verso la causa palestinese – che fonde la dimensione tragica e quella umana, conferendole una statura universale – sono sempre state accompagnate da una speranza eterna. Come affermato dal dottor Khalil Al Sheikh, specialista in studi comparati e critici presso l’Università di Yarmouk, l’esperienza poetica di Darwish è “un’esperienza araba di portata universale, con le sue dimensioni simboliche e realistiche, assolutamente senza eguali… per via delle sue dimensioni che appartengono al mondo del mito”.³
In un altro contesto, l’ex Primo Ministro israeliano Sharon dichiarò di “invidiare ai palestinesi Mahmoud Darwish, perché tali simboli rimangono un faro per le patrie se vedono nelle loro azioni un modello e una luce lungo i sentieri del domani”.⁴ Darwish era un poeta della resistenza, che resisteva all’occupazione e alla disperazione, radicale nella sua rappresentazione della sofferenza umana dei palestinesi e di tutti i popoli oppressi. Da qui la sua “ricetta per i problemi”: alzare la voce e mobilitarsicontro l’ingiustizia, difendere i popoli oppressi che nessuno vede o sente, e dare voce a coloro che sono stati cancellati dalle narrazioni e dal discorso ufficiale del potere. Come osserva Eduardo Galeano nel suo libro “I figli dei giorni: un calendario della storia umana: “La storia scritta dai vincitori è solo metà della verità. L’altra metà risiede nel silenzio collettivo di coloro a cui non è stato permesso di parlare”.⁵
In netto contrasto con l’altruismo che Darwish dimostra nei suoi scritti, i sionisti praticano un’ideologia chiusa nei confronti dell’intero popolo palestinese, un’ideologia che ha costruito l’esistenza di Israele sull’idea di controllo assoluto su luogo, tempo e corpo, mentre la coscienza mitica sionista mobilita falsità e promuove una cultura di deliberata oblio e silenzio riguardo alla sua appropriazione della terra di Palestina e allo sfollamento del suo popolo. Eppure i palestinesi non hanno abbandonato, né abbandoneranno, l’arena della storia, né scompariranno semplicemente perché infrangono il sogno sionista di realizzare uno “stato ebraico” che può essere raggiunto solo attraverso la pulizia etnica degli abitanti originari della Palestina. Come scrisse Said, “Forse la più grande guerra combattuta dai palestinesi, come popolo che si è sollevato, è una guerra per il loro legittimo diritto a evocare una memoria che appartiene loro e, nonostante questa presenza, il loro diritto di possedere e rivendicare una realtà storica collettiva, almeno dal momento in cui il movimento sionista ha iniziato a violare la terra”.7
L’occupazione sionista israeliana tenta di confiscare, anzi di assassinare, la memoria palestinese e la narrazione della Nakba, della Naksa (l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza nel 1967) e del genocidio in corso a Gaza. Secondo il Ministero della Salute palestinese nella Striscia di Gaza, il bilancio delle vittime dell’aggressione israeliana dall’ottobre 2023 è salito a 72.551 morti e 172.274 feriti al 21 aprile 2026. In Cisgiordania, lo sfollamento forzato di oltre 41.000 cittadini palestinesi dai campi profughi della Cisgiordania settentrionale, di Jenin, Tulkarm e Nur Shams, è parte integrante di una guerra di logoramento condotta contro Gaza e la Cisgiordania con il pretesto dell’autodifesa. Non dimentichiamo inoltre che Israele ha colto l’occasione offerta dalla preoccupazione del mondo per la guerra a Gaza per consolidare gli insediamenti illegali in Cisgiordania, costruendo 165 nuovi insediamenti illegali dall’ottobre 2023, di cui 59 solo nel 2025, come riportato dalla Commissione palestinese sulla colonizzazione e la resistenza al muro nel marzo 2026.8

Cartolina dell’Unione Generale degli Studenti Palestinesi. Il Cairo, 1959.
Nella sua elegia per il compagno scomparso Darwish, il poeta Samih al-Qasim scrisse:
“Tu non sei né Khosrow né Cesare,
perché sei più alto, più prezioso e più grande.
Tu sei il testamento
e il segreto della causa…”
L’occupazione continua a diffondere menzogne e immagini artefatte, con l’obiettivo di indurre la coscienza globale a simpatizzare con il carnefice anziché con la vittima. Israele sta conducendo una guerra non solo su Gaza, ma anche sulla percezione umana, al fine di creare una “falsa legittimità” per le uccisioni, una legittimità supportata e persino perpetrata dall’intelligenza artificiale. I palestinesi difendono la memoria della Nakba come ultimo fronte per salvare la verità della loro narrazione, rifiutando la normalizzazione dell’ingiustizia e la relatività della giustizia umana. Raggiungono questo obiettivo costruendo un contro-archivio, smantellando la narrazione dell’occupazione sionista basata sulla negazione e sulla distorsione della realtà oggettiva, nella ferma convinzione che l’ingiustizia, se documentata, non vada perduta. Ciò riflette, secondo le parole del dottor Ihab Bseiso, “la decostruzione pratica dell’egemonia”.⁹
Foucault sottolinea che i colonizzati si impegnano a liberare la propria cultura e storia dai tentativi di cancellazione, andando oltre l’uso di significanti e manifestazioni coloniali e inventando i propri metodi per dare voce a coloro che sono stati messi a tacere dal colonialismo.¹⁰ Si può affermare che Gaza ha rotto il silenzio con il sangue e ha costretto il mondo ad ascoltare la propria voce e il proprio dolore, rimanendo salda e incrollabile.
Nella traiettoria storica del popolo palestinese, troviamo che la memoria della resistenza risiede in loro (o ciò che Edward Said chiamava la “logica degli opposti”) come una memoria che scaturisce dal luogo temporaneo, urgente e difficile in cui vivono i palestinesi, nei campi profughi e in esilio. Essa viaggia attraverso il loro sogno del luogo originario, primordiale, il “paradiso perduto”. La storia palestinese, in tutte le sue dimensioni, rivela che il rapporto tra tempo e spazio si è rinnovato, affinché il palestinese possa preservare la propria sopravvivenza, la propria identità nazionale e il proprio diritto al ritorno, affermato dalle risoluzioni internazionali, in particolare dalla Risoluzione 194, che rimane una richiesta non ancora soddisfatta.
Il palestinese rimane il fondamento nella creazione della propria identità attraverso la sua lotta. L’identità, come afferma Adonis, “non è data in anticipo. Al contrario, l’identità è movimento e mobilità. In altre parole, non è un essere compiuto, ma un perpetuo movimento di divenire”.¹² Nello stesso contesto, Edward Said afferma che la memoria collettiva “non è qualcosa di inerte o passivo, ma piuttosto un campo di efficacia all’interno del quale avvengono la selezione, la ricostruzione, la formulazione e la liberazione degli eventi passati, che si fondono con significati politici”.¹³
Nella sua poesia “Pensa agli altri”, tratta dalla raccolta Almond Blossoms and Beyond, Darwish sottolinea l’importanza di non dimenticare l’altro, dicendo:
“Mentre combattete le vostre guerre, pensate agli altri…
non dimenticate coloro che cercano la pace.
Mentre tornate a casa, alla vostra casa, pensate agli altri…
non dimenticate la gente delle tende.
Mentre pensate agli altri lontani, pensate a voi stessi…
dite: ’Se solo fossi una candela nell’oscurità.’”⁶
E qui Gaza sta riscrivendo i capitoli della Nakba con un nuovo titolo, genocidio, non solo lo sfollamento forzato come nella Nakba del 1948. Si tratta del completamento del crimine originario, che non è stato documentato dalle telecamere, a differenza del genocidio in corso che viene documentato per stabilire una narrazione collettiva che protegga la storia e la memoria palestinese dalla distorsione.
Noi affermiamo che la Nakba non è finita. Nonostante un secolo di tentativi di cancellazione e sradicamento, il popolo palestinese insiste sulla volontà di sopravvivere, simbolo di una fermezza che ridefinisce l’esistenza e forgia una nuova vita dalla morte, nuovi inizi per risorgere. Nella recente guerra a Gaza, l’occupazione ha scoperto di combattere una coscienza che non è morta e una volontà che non può essere spezzata. Elias Khoury ha osservato: “Ogni fine presupposto dall’occupante sionista-israeliano è stato trasformato in un inizio dalla resistenza”.¹⁴ Inventando nuovi meccanismi che emergono dalle macerie, la causa palestinese rimane viva per le generazioni future.
Documentando la guerra genocida a Gaza, i giornalisti hanno prodotto centinaia di immagini e testimonianze che hanno gettato le basi per la costruzione di un archivio di resistenza e liberazione, e per il passaggio dai concetti di memoria teorica alla produzione di una memoria palestinese digitale resistente attraverso applicazioni interattive e pratiche. Questa pratica integrativa, descritta come “memoria applicata”, ha un impatto sul rapporto con la memoria culturale e la memoria del luogo, e permette a Gaza non solo di confrontarsi con il discorso del potere coloniale, ma anche di salvare la memoria dai sistematici tentativi coloniali di cancellazione e negazione, trasformandola in uno strumento di giustizia e responsabilità, poiché Gaza diventa un riferimento etico condiviso per un’intera generazione in tutto il mondo.15
Il giornalista americano Jeremy Scahill osserva: “Le più grandi restrizioni che sono state infrante ora sono che la giovane generazione e le persone libere del mondo hanno iniziato a rendersi conto delle menzogne che sono state propagate sui palestinesi. Da una prospettiva oggettiva, la causa palestinese è una delle cause di liberazione nazionale più legittime nella storia dell’umanità“.16
La Striscia di Gaza, nonostante le ferite, trasuda speranza, grazie a una volontà incrollabile e a una determinazione gazawi capace di superare crisi e distruzioni, come dimostrato dalle precedenti esperienze di guerra e ricostruzione.
Riguardo alla pratica di documentare la memoria, Bseiso afferma: “La centralità dell’identità si sposta dal discorso del dolore e della sofferenza al luogo dell’azione, attraverso la riproduzione di una struttura epistemologica di fronte alle macchine dello sradicamento, della distruzione e dell’uccisione”.17
Pertanto, dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza, l’occupazione ha condotto un massacro senza precedenti contro il giornalismo palestinese, “trasformando i giornalisti in bersagli silenziati”, secondo il rapporto annuale (per il 2025) dell’organizzazione “Reporter senza frontiere”. Thibaut Bruttin, direttore generale dell’organizzazione, ha dichiarato: “I territori palestinesi sono diventati i più pericolosi sul campo per il giornalismo… tanto che ogni uscita per documentare la verità diventa un azzardo con la vita”. Nonostante tutto ciò, i giornalisti continuano a documentare senza paura in un luogo dove la verità è presa di mira; le loro telecamere rimangono l’ultima linea di difesa per la memoria e la narrazione palestinese, resistendo alla falsificazione o alla distorsione.

“Copertina di un calendario commemorativo per il 18° anniversario della Nakba. Pubblicato dalla Gioventù Araba Palestinese.
Circa 262 giornalisti sono stati uccisi sotto bombardamenti diretti dall’ottobre 2023, con l’obiettivo di mettere a tacere la verità. Sopprimendo la parola e l’immagine, Israele mira a impedire che la voce di Gaza si levi dalle macerie della politica internazionale con i suoi doppi standard. Anche i giornalisti non sono stati risparmiati dagli arresti arbitrari; circa 250 giornalisti sono stati arrestati dall’inizio dell’aggressione e si stima che da 40 a 50 giornalisti siano ancora in detenzione, destinati a una “morte lenta” a causa delle condizioni di detenzione disumane.18
I giornalisti non hanno smesso di documentare; al contrario, continuano la loro missione senza paura, nonostante almeno 262 giornalisti siano stati uccisi, molti dei quali presi di mira direttamente.
La guerra si è ufficialmente conclusa all’inizio di ottobre 2025, ma non è finita. Nei 50 giorni successivi al cessate il fuoco, l’esercito di occupazione ha commesso 591 violazioni e 164 sparatorie dirette contro civili, case e tende di sfollati, oltre a uccidere 365 civili.19 Solo nell’aprile 2026, ha commesso 377 violazioni del cessate il fuoco, uccidendo 111 persone e ferendone 376.20 Sembra che il destino di Gaza sia quello di vivere in un perenne stato di guerra; eppure, allo stesso tempo, è la fonte del nazionalismo palestinese. Questa dualità del destino di Gaza, tra guerra e resistenza, è sorta dopo che l’occupazione sionista ha condotto nove guerre contro Gaza negli ultimi 59 anni (dal 1967). Ciò ha reso la Striscia di Gaza un luogo diverso da qualsiasi altro e ha reso il suo popolo eroi come nessun altro. Nel corso degli anni, Gaza ha dimostrato di essere inflessibile, tanto che la Striscia è diventata un modello palestinese di rinascita dalle macerie, un modello di volontà, consapevolezza e fermezza collettiva verso la dignità e la giustizia.21

Rifugiato palestinese in attesa di un mezzo di trasporto in Libano. © 1948 Archivio ONU, fotografo sconosciuto.
La guerra genocida contro la Striscia di Gaza ha potentemente posto la Striscia sotto i riflettori, dopo che era stata descritta nella letteratura sul conflitto israelo-palestinese come “l’angolo dimenticato della Palestina”.22 D’altra parte, l’epopea di Gaza ha recentemente risvegliato la coscienza globale; anzi, è diventata una misura e una prova della nostra umanità. Attraverso di essa, la causa palestinese è tornata al centro dell’attenzione e della coscienza internazionale, dopo 78 anni dalla Nakba del 1948.
Tornando alla filosofia di Darwish sull’esistenza come resistenza, scopriamo che le sue poesie affrontano le speranze e i dolori dei palestinesi in particolare, e dell’umanità in generale, nel contesto dello sfollamento del popolo palestinese. Ci ricorda quindi come i palestinesi si siano schierati dalla parte della vita e della sopravvivenza a scapito della morte, ripetendo lo slogan “Lunga vita alla vita”, in attesa del passaggio del sole. Afferma: “E amiamo la vita se troviamo una via per raggiungerla”. Darwish spiega la loro via: “… Ma il nostro modo di attraversare le strade da un momento all’altro sollevava la domanda: chi sono coloro che, se vedono una palma, restano in silenzio e si prostrano alla sua ombra? E chi sono coloro che, se ridono, disturbano gli altri?”. E Darwish si chiede: è forse l’omicidio della nostra sicurezza umana il fatto di essere nati palestinesi, nella terra di Palestina, e che fosse destino che appartenessimo a questo luogo e a questo tempo?
Gli abitanti di Gaza insistono nel sopravvivere, nonostante gli immensi sacrifici. La loro resilienza è un atto di resistenza per dimostrare la legittimità della loro esistenza su quella terra di fronte ai tentativi di liquidare la causa palestinese e il popolo.23
Poiché la guerra ha annientato ogni mezzo di sussistenza a Gaza, distruggendo il 90% della Striscia nel silenzio del mondo, i gazawi assomigliano alla fenice, un uccello che occupa nella mitologia collettiva palestinese lo status di metafora estesa dell’identità collettiva che rifiuta l’annientamento.25
Pertanto, la cultura del ritorno non si è estinta nell’animo degli abitanti di Gaza. La nostalgia e il desiderio della loro patria usurpata li tormentano ancora. Il ritorno, sia esso simbolico o reale, fisico o spirituale, è inevitabile per ristabilire l’equilibrio nel quadro della perdita e della rinascita.
Dopo due anni di guerra e sfollamento, e con un cessate il fuoco ufficialmente dichiarato, le famiglie sono tornate a piedi lungo le vie Al-Rashid e Salah al-Din a Gaza City, portando con sé i figli e ciò che restava dei loro averi in mezzo alla distruzione di oltre il 90% della Striscia di Gaza. Lacrime di gioia si mescolavano a lacrime di dolore, anche se molti di loro non avevano trovato una casa in cui tornare. Il ritorno è l’istinto dei palestinesi, che non ha mai abbandonato la loro mente e il loro cuore durante 78 anni di sfollamento. Um Ali, del campo di Nuseirat, che ha perso una casa di tre piani con un piccolo giardino, afferma: “Abbiamo perso molto, ma non abbiamo perso la nostra volontà. Finché saremo vivi, pianteremo un nuovo albero al posto di ogni pietra che l’occupazione ha demolito, e il suono delle nostre risate tornerà a risuonare, perché amiamo la vita anche se ci ha fatto ciò che ci ha fatto”.

Distruzione a Gaza.
Nel dolore e nella perdita, gli abitanti di Gaza trovano la legittimità a rimanere sulla loro terra, anche di fronte al piano di pulizia etnica di Israele, appoggiato dagli Stati Uniti. La loro incrollabile determinazione li spinge a ripristinare gli aspetti essenziali della vita, per quanto dure siano le condizioni. Ogni famiglia ha una storia di dolore, ogni bambino privato di cibo, istruzione, cure e dei propri genitori ha una storia senza precedenti. Ibrahim Asfour, della città di Al-Mughraqa nella Striscia, racconta: “La distruzione ha rubato le risate dei bambini, il rumore delle auto, le grida dei venditori e persino il cinguettio degli uccelli. Tutto è improvvisamente piombato nel silenzio”. E aggiunge: “Non riesco a trovare la nostra casa né la nostra moschea. Tutto è scomparso, come se la città fosse stata ricoperta da una grigia cortina di macerie e cenere”.
Ma nonostante la desolazione dello scenario e i tentativi di annientare ogni mezzo di sostentamento per un intero popolo, oggi Gaza si erge fiera di fronte alla cancellazione politica e alla disinformazione mediatica, rappresentando con forza la volontà di ricostruire la vita, il sogno e la speranza, anche se dalle macerie. Mentre Gaza è emersa più consapevole e resiliente, i palestinesi di tutto il mondo si assumono la responsabilità della memoria collettiva e dell’identità nazionale, resistendo alla cancellazione dalla geografia e dalla memoria, nonostante il silenzio globale che ha reso possibile il genocidio nella Striscia di Gaza, così come gli sfollamenti forzati, l’espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni in Cisgiordania.
Darwish afferma che le nostre radici sono in Palestina e che le pratiche razziste che prendono di mira la nostra storia e la nostra esistenza non ci spaventeranno, perché:
Siamo i discendenti dello spirito del luogo
Siamo nati qui… e qui vivremo
E ogni luogo lontano da Dio
O dalla Sua terra è esilio…24
La giustizia ha perso, legalmente e moralmente, e l’universalità dei diritti umani è crollata, sepolta sotto le macerie di edifici demoliti, uno strumento applicato selettivamente ad alcuni Stati ed esentandone altri, secondo la geografia politica e il potere, non i valori umani. Chi dunque riterrà responsabile l’entità sionista per lo sperpero della dignità, della libertà e del sangue delle vittime delle sue guerre e della sua continua occupazione? E come può il mondo ritenere responsabile un assassino che nasconde i suoi crimini dietro algoritmi mascherati da scienza e tecnologia? Poiché l’occupazione, gli insediamenti e la giudaizzazione rappresentano un’aggressione contro l’intero popolo palestinese e una minaccia per la sua intera patria, sorge un’altra domanda: queste violazioni dei diritti garantiscono la sicurezza di Israele? O Israele ha esaurito la sua legittimità dopo 78 anni di pulizia etnica e genocidio nella Striscia di Gaza? La rinuncia di Israele alla propria umanità27 ha portato al suo isolamento e al rifiuto globale: la solidarietà contro la guerra genocida è stata più evidente a livello globale che tra gli arabi. Gaza ha smascherato la falsità della democrazia israeliana di fronte al mondo, rivelando la sua incapacità di monopolizzare i media a proprio vantaggio.
Gaza, come descritta dal poeta gazawi Ahed Hallis nella sua “Poesia di Gaza”:
Gaza non vive
e Gaza non muore
, ma si prende una tregua di vita
tra un massacro e l’altro.
E poiché è inflessibile
e poiché è leale
… Gaza rimarrà
e tornerà gloriosa
e tornerà fresca
… ma in mezzo alle ceneri dell’olocausto.26
Occorre affermare che la questione dell’identità, soprattutto nella vita di qualsiasi popolo, è non negoziabile e fondamentalmente non soggetta a contrattazione. Elias Khoury lo conferma, dicendo: “I palestinesi non hanno problemi, perché sanno chi sono e non hanno bisogno di un maestro sionista che li guidi verso se stessi… I palestinesi lasciano le questioni di identità e razzismo agli israeliani, che sono alla ricerca dell’identità del loro Stato, che non troveranno. Quanto alla Palestina, la sua identità è la terra, il dolore, la libertà e la resistenza”.28
Fonti:
1 Norma Masriyyeh, “Accompagnati da una speranza forzata… Una diversa interpretazione del viaggio palestinese 66 anni dopo la Nakba: il loro mito e il nostro mito”, Al Quds, 14 maggio 2014.
2 Edward Said, Fuori posto (Memorie), tradotto da Fawaz Tarabulsi. Beirut: Dar Al Adab, 2000.
3 Al-Ghad, “La critica esamina la specificità dell’esperienza di Mahmoud Darwish alla Conferenza di poesia araba”, quotidiano Al Ghad, Amman, 25 luglio 2011.
4 Centro Palestinese per gli Studi Israeliani, “Quando Sharon invidia… Mahmoud Darwish”, Ramallah: Madar Center, 26 aprile 2025.
5 Eduardo Galeano, I figli dei giorni: un calendario della storia umana, tradotto da Osama Al Saber, Amman: Dar Khutut Thilal per Publishing and Distribution, 2021.
6 Mahmoud Darwish, Fiori di mandorlo e oltre, Beirut: Riad El Rayyes Books for Publishing and Distribution, 2005.
7 Edward Said, “Invenzione, memoria e luogo”, Al Karmel Magazine, numeri 70–71, inverno–primavera 2002: 82–109.
8 Awad Rajoob, “Oltre 500 insediamenti e avamposti israeliani illegali sparsi in Cisgiordania, secondo un rapporto palestinese”, Anadolu Ajansi, 30 marzo 2026.
9 Ihab Bseiso, “Gaza o il concetto di memoria applicata di fronte al genocidio”, Journal of Palestine Studies, 145, inverno 2026: 62–80.
10 Michel Foucault, L’archeologia del sapere e il discorso del linguaggio, Londra e New York: Routledge, 2002.
11 Norma Masriyyeh, Atti della conferenza “Identità palestinese: dove andare?”, 21-23 marzo 2008. “Memoria del tempo e del luogo: il rifugiato palestinese tra identità rinunciata e identità reale”, Al Bireh: Centro per gli studi sul patrimonio e la società palestinese e Associazione per la rinascita familiare, 2009.
12 Adonis et al, Islam e modernità: un simposio e una posizione, Londra: Dar Al Saqi, 1990.
13 Edward Said, Riflessioni sull’esilio, tradotto da Taer Deeb, Beirut: Dar Al Adab, 2004.
14 Elias Khoury, “Kicking the Scene,” Al Quds Al Arabi, 23 aprile 2024.
15 Ihab Bseiso, ibid.
16 Jeremy Scahill, DropSiteNews.com, 23 novembre 2025.
17 Ihab Bseiso, ibid.
18 Aljazeera.net, 20 aprile 2026.
19 Abdul Basit Khalaf, “Palestina in 3 mesi: Israele viola il cessate il fuoco a Gaza e l’esercito di occupazione e i coloni invadono la Cisgiordania”, Journal of Palestine Studies, numero 145 (inverno 2026): 184–207.
20 “L’ufficio stampa di Gaza segnala 377 violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele nel mese di aprile”, Middle East Monitor, 1° maggio 2026.
21 Norma Masriyyeh, “Meccanismi di cancellazione: tra i desideri dell’occupazione e le dinamiche dei rifugiati nella Striscia di Gaza”. Relazione presentata alla Conferenza annuale sullo status geostrategico e politico della Striscia di Gaza, Università di Birzeit: Istituto Abu Lughod per gli studi internazionali in collaborazione con l’Istituto per gli studi sulla Palestina, 18-19 novembre 2014.
22 Ann M. Lesh, “Gaza: angolo dimenticato della Palestina”, Journal of Palestine Studies 15(1), 1985.
23 Khaled Dader, Malaka Shwaikh e Saga Hamdan, “Quando la resilienza diventa un peso: riflessioni di studiosi palestinesi di Gaza”, Journal of Palestine Studies, 2025, 54:4: 51–59.
24 Mahmoud Darwish, La perplessità del ritorno: articoli selezionati, Beirut: Riad El Rayyes Books for Publishing and Distribution, 2007.
25 Bin Maamar Al Haj Issa, “Un’ala che non muore: il simbolismo della rinascita e del mito ne ‘La storia dell’ala della fenice’ di Samaha Hassoun”, Al Quds, 25 ottobre 2025.
26 Ahed Hallis, “Gaza Poem,” Journal of Palestine Studies, numero 137 (inverno 2024): 324–25.
27 Yahya Al Rakhawi, “Il conflitto è una necessità vitale e l’aggressione è un istinto di sopravvivenza: alla ricerca di una guerra alternativa”, Perspectives, numero 69 (ottobre 2004): 26–30.
28 Elias Khoury, “Il gioco aramaico”, Al Quds Al Arabi, 22 settembre 2014.
La dottoressa Norma Masriyyeh Hazboun, professoressa associata di scienze politiche e sociologia politica presso le Università di Betlemme e Birzeit, è stata a capo del Dipartimento di Scienze Sociali (per due mandati) dell’Università di Betlemme. È ricercatrice e ha scritto ampiamente su questioni sociopolitiche palestinesi. È stata visiting professor presso il Master in Diritti Umani e Democratizzazione, finanziato dalla Commissione Europea , presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Malta, dove ha tenuto lezioni sulla difesa dei diritti dei rifugiati palestinesi. Ha conseguito un dottorato di ricerca in scienze politiche/sociologia politica presso l’Università di Leeds, nel Regno Unito.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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