Destroidi,
nazionalisti, sciovinisti e militaristi sono i soli legittimi bon ton sulla
piazza. Non infastiditeci con umanità e compassione. Solo ai margini del campo
si può udire una voce di protesta – illegittima, ostracizzata e ignorata dai
media – di un piccolo ma coraggioso gruppo di ebrei e di arabi. Accanto a tutto
questo echeggia un altra voce, forse la peggiore di tutte: è quella dei
virtuosi e degli ipocriti. Ari Shavit, mio collega, sembra esserne l'eloquente
portavoce. Questa settimana, Shavit ha scritto su questo giornale (“Israele
deve duplicare, triplicare, quadruplicare il suo aiuto medica a Gaza”, Haaretz,
7 Gennaio): “L'offensiva israeliana in Gaza è giustificata... Solo
un'iniziativa umanitaria immediata e generosa dimostrerà che anche durante la
guerra brutale che ci è stata imposta ci siamo ricordati che dall'altra parte
ci sono esseri umani.”
Per Shavit, che ha difeso la giustezza di questa guerra, insistendo che non
dovesse essere perduta, il prezzo è irrilevante, come lo è il fatto che non ci
sono vittorie in guerre così ingiuste. E osa, allo stesso tempo, predicare
“mitezza”.
Desidera forse che uccidiamo senza tregua, e in seguito impiantiamo ospedali da
campo e spediamo medicine per curare i feriti? Sa che una guerra contro una
popolazione inerme, forse la più inerme al mondo, che non ha dove fuggire, può
solo essere crudele e spregevole. Ma costoro vogliono sempre uscirne bene. Sganceremo
bombe sulle abitazioni, e poi cureremo i feriti a Ichilov; bombarderemo miseri
locali di rifugio nelle scuole dell'ONU, e poi riabiliteremo i disabili a Beit
Lewinstein. Spareremo per poi piangere, uccideremo per poi deplorare,
abbatteremo donne e bambini come macchine assassine automatiche, mantenendo
pure la nostra dignità.
Il problema è che in questo modo proprio non funziona. Queste sono un'ipocrisia
e un autocompiacimento sfacciati. Quelli che invocano in modo incendiario una
violenza sempre maggiore, senza considerarne le conseguenze, dovrebbero almeno
essere più onesti a questo riguardo.
È come volere la botte piena e la moglie ubriaca. La sola “purità” in questa
guerra è la “purificazione dai terroristi”, che nella realtà significa causare
spaventose tragedie. Ciò che accade a Gaza non è una calamità naturale, un
terremoto o un'alluvione, in cui sarebbe nostro dovere e diritto tendere una
mano per soccorrere i colpiti, mandare squadre di soccorso, come tanto amiamo
fare. Fra tutte la peggiori sfortune, tutti i disastri che accadono adesso a
Gaza sono causati dall'uomo: da noi. Non si può offrire aiuto con mani
macchiate di sangue. Dalla brutalità non può nascere compassione.
Eppure ci sono ancora alcuni che vogliono l'uno e l'altro. Uccidere e distruggere
indiscriminatamente e pure uscirne apparendo buoni, con la coscienza pulita.
Andare avanti con i crimini di guerra senza percepire affatto il grave senso di
colpa che dovrebbe accompagnarli. Ci vogliono nervi saldi. Chiunque giustifichi
questa guerra giustifica anche tutti i suoi crimini. Chiunque la sostenga,
credendo che i massacri compiuti siano giusti, non ha alcun diritto di parlare
di moralità e mitezza. Non è possibile uccidere e nutrire nello stesso momento.
Questa posizione rappresenta in modo fedele come pensano di base in modo doppio
gli israeliani, da sempre. Commettere ogni ingiustizia, ma ritenersi puri.
Uccidere, demolire, affamare, imprigionare e umiliare ed essere nel giusto; per
non parlare dei virtuosi. I guerrafondai colmi di virtù non potranno
permettersi questi lussi.
Chiunque giustifichi questa guerra ne giustifica anche ogni crimine. Chiunque
la veda come una guerra difensiva deve essere moralmente responsabile delle sue
conseguenze. Chiunque adesso incoraggi i politici e l'esercito a continuare
sappia che dopo la guerra avrà il marchio di Caino sulla fronte. Tutti quelli
che appoggiano la guerra ne sostengono pure l'orrore.
Gideon Levy
testo inglese: http://www.haaretz.com/hasen/spages/1054158.html
traduzione di Andrea Piccinini e Paola Canarutto
Il tempo dei virtuosi
Questa guerra, forse più delle precedenti, mette a nudo i veri profondi stati
d'animo della società israeliana. Razzismo e odio alzano la testa, così come
l'impulso per la vendetta e la sete di sangue. L'inclinazione di coloro che
comandano nelle Forze di Difesa Israeliane ora è “uccidere il più possibile”,
come raccontano i corrispondenti militari alla televisione. E anche se il
riferimento è ai combattenti di Hamas, questa propensione resta agghiacciante.
L'aggressione e la brutalità sfrenate si giustificano come “prestare
attenzione”: lo spaventoso bilancio di sangue – circa 100 palestinesi morti per
ogni israeliano ucciso non solleva alcuna obiezione, come se avessimo deciso
che il loro sangue vale 100 volte meno del nostro, riconoscendo così il nostro
innato razzismo.