Don Nandino Capovilla
01.06.2010
La sicurezza: bene comune.
E rieccoci. Ancora a trovare parole adeguate che diano conto di un massacro di civili. Ancora nella maledetta terra palestinese della Striscia di Gaza, anzi, no. Stavolta la furia del terrorismo di stato ha insanguinato anche il mare che conduceva alla gente assediata di Gaza navi stracolme di aiuti umanitari. Come definirlo? Azione criminale di pirateria in acque internazionali. Ma dobbiamo subito evitare l'errore di isolare questo crimine cercandone a tutti i costi una logica, magari per derubricare l'episodio ad un “uso sproporzionato della forza” come penosamente si diceva qualche mese fa per giustificare il massacro infinito di Piombo Fuso. Ce l'ha ripetuto in queste ore la comunità cristiana di Gaza, che partecipa attonita all'ennesima carneficina israeliana: “Stiamo soffrendo da anni, e nessuno lo dice. Perché non obbligate Israele a fermare l'opera di distruzione sistematica del nostro popolo?”

Ecco l'unica chiave per trovare parole adeguate a commentare la strage: sono sessant'anni che Israele rifiuta di agire nel rispetto delle leggi internazionali e, forte della totale impunità che l'Europa e gli Stati Uniti le garantiscono, agisce indisturbata colonizzando Gerusalemme e i territori palestinesi occupati, umilia milioni di civili imponendo loro un sistema di controllo dalla nascita alla tomba, attraverso centinaia di check-point, chilometri di muro di apartheid e la distruzione della vita sociale ed economica del popolo palestinese. In nome della 'sicurezza' Israele si sente in diritto di oltrepassare impunemente qualsiasi regola, qualsiasi freno la comunità internazionale, soprattutto a partire dai tragici anni del secondo dopoguerra, si è data per vivere in pace.
Israele non può continuare a isolarsi aggredendo e distruggendo in modo così sproporzionato e disumano. Gli abitanti di Sderot, di Askelon come di Tel Aviv saranno davvero sicuri quando la sicurezza diventerà 'bene comune'. Avendo a cuore il futuro di entrambi i popoli, vorrei davvero gridare forte che solo così si potrà avviare un vero e saldo percorso di pace.
La condanna dell'aggressione del 31 maggio deve andare di pari passo con la consapevolezza di una inadeguata pressione su Israele perché interrompa tutte le aggressioni sistematiche che da tre lunghissimi anni hanno ridotto allo stremo un milione e mezzo di esseri umani.
Non serve scomodare Amnesty International, la Croce Rossa, le Nazioni Unite e chissà quali altri inascoltati “organismi internazionali” per giudicare la responsabilità di un'ingiustizia che chiunque può valutare nel suo livello di disumanità raggiunto.
Personalmente non ho più cancellato dalla mia memoria la devastazione totale che mi attorniava nella mia ultima visita a Gaza, di cui le montagne di macerie erano solo la mostruosità esteriore, e la gravissima emergenza sanitaria il dato umanamente più insopportabile: quanti bambini, uomini e donne per sempre menomati, mi passavano davanti agli occhi insieme a quelli che riempivano le prime file di banchi della chiesa, mentre il parroco, vergognandosi, mi raccontava l'umiliazione di esser parte di un popolo di... sorci che non avrebbero nemmeno il cibo per sopravvivere se non ci fossero i tunnel verso l'Egitto.
Tutto questo oceano di dolore deve far parte dei comunicati ufficiali di questi giorni, esplicitato non solo in una chiara ed inequivocabile condanna, ma soprattutto nella decisione definitiva di non offrire più ad Israele l'impunità di cui essa stessa si stupisce, per uno Stato che continua a perpetrare odio e violenza in dimensioni uniche al mondo.
Don Nandino Capovilla, coordinatore nazionale Pax Christi Italia