Badil.Org
19.08.2010
http://www.badil.org/en/press-releases/135-2010/2555-press-eng-024
Colloqui di pace all’ombra delle demolizioni.
di BADIL
Resource Center for Palestinian Residency and Refugee Rights
Mentre il Presidente Baraci Obama preme i palestinesi perché partecipino di nuovo ai colloqui di pace diretti, e il Primo Ministro Bibi Netanyahu consiglia al Presidente Mahmoud Abbas di non perdere questa opportunità, le demolizioni proseguono con la stessa intensità e in modo generalizzato all’interno dei Territori Palestinesi Occupati e in Israele.

Quest’anno, secondo l’OCHA*, i mesi di luglio e agosto sono stati contrassegnati dal maggior numero di demolizioni. Come viene riferito dai report dell’OCHA della fine di luglio, dall’inizio del 2010 le forze armate israeliane hanno distrutto oltre 230 strutture trasferendo e/o colpendo di fatto oltre 1.100 palestinesi, 400 dei quali sono bambini. Oltre il 50 % di dette distruzioni ha avuto luogo solo nel mese di luglio. In aggiunta, l’OCHA annota che, come da ordini del Ministero della Difesa israeliano, l’Amministrazione Civile Israeliana aumenterà le demolizioni nella West Bank.

Nella Valle del Giordano, le forze israeliane hanno demolito due volte il villaggio di al-Farisyia nell’arco di 10 giorni; la prima volta il 19 luglio e di nuovo il 5 agosto. Tali demolizioni hanno portato alla distruzione di 116 strutture e allo spostamento di 129 persone, 63 delle quali erano bambini. In un secondo giro di demolizioni sono state demolite 10 strutture che in precedenza non erano state danneggiate, insieme a 27 strutture e a materiali messi a disposizione dal Comitato Internazionale della Croce Rossa. Israele ha sconfessato in modo flagrante la sua retorica di pace con l’emettere ulteriori ordini di demolizione che sono stati distribuiti tra il 15 e il 16 di agosto.

Inoltre, le autorità israeliane risultano complici dell’attività di vigilantes tra i coloni ebrei nel quartiere musulmano della Città Vecchia di Gerusalemme. Nelle prime ore del mattino del 29 luglio colono ebrei hanno fatto irruzione in casa Kirrech, nella quale abitano 9 famiglie palestinesi, senza essere autorizzati. L’ordinanza del tribunale ha permesso la restituzione della propria casa a una sola di queste famiglie. Le altre otto famiglie continuano ad essere prive di casa in attesa che i loro casi vengano discussi in tribunale.

Nonostante gli organismi delle Nazioni Unite abbiano condannato queste demolizioni, in assenza di provvedimenti operativi, le condanne da sole non raggiungono lo scopo dell’obbligo da parte delle Nazioni Unite di mantenere pace e sicurezza, assicurando il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Secondo la Legge Internazionale lo stato è obbligato a prevenire, indagare e porre rimedio, e quando non lo fa la comunità internazionale diviene responsabile e deve occuparsi delle vittime fornendo loro una effettiva protezione. La violenza commessa da protagonisti non statali (i coloni) non dovrebbe essere considerata soltanto come attribuibile a semplici azioni provocatorie; ma come parte di una politica complessiva sostenuta dall’autorità dello stato. Dando fine alla retorica, le Nazioni Unite, gli Stati, e le Organizzazioni Internazionali non riescono a reagire in modo adeguato agli abusi di Israele nei confronti dei diritti umani che alimentano la crisi umanitaria e mettono a repentaglio il processi di pace.

In effetti, anche se le recenti dichiarazioni di Netanyahu fossero da considerarsi sincere, le azioni di Israele starebbero a dimostrare un flagrante rifiuto nei confronti del processo di pace e dei suoi documenti di base tra i quali gli Accordi di Oslo, che si riservano le colonie come questione finale sullo status definitivo, e la Road Map che vieta in modo definitivo l’espansione delle colonie.

Con il pretesto dei suoi appelli per la ripresa dei colloqui di pace, Israele sta violando anche i diritti dei suoi cittadini palestinesi. Forze israeliane hanno demolito 4 volte, dal 27 luglio al 17 agosto, al-Araqib, un villaggio beduino nel Negev, estromettendo 300 palestinesi, cittadini di Israele, all’inizio del Ramadan, il mese santo per i musulmani, e costringendoli a sopportare una recente ondata di calore con il farli vivere all’aria aperta in cima al loro cimitero. Secondo il parlamentare Talab al-Sana, “Questo è un test per la democrazia in Israele; e la democrazia sta precipitando. Al-Araqib è un test su quanto gli israeliani possono vivere in pace con i loro stessi concittadini palestinesi; allo stesso modo, quanto può [Israele] vivere in pace con i palestinesi [all’interno della Palestina].”

Demolizioni e negazione dei diritti umani fondamentali, qual’è quello dell’alloggio, sono caratteristiche del regime di Apartheid di Israele e sono indicative delle cause che sono all’origine delle crisi umanitarie in corso nei Territori Palestinesi Occupati (OPT). Nella migliore delle ipotesi, le recenti demolizioni di Israele possono essere considerate dei tentativi di colonizzazione, nel peggiore possono essere intese come pulizia etnica.

Tenendo conto di queste azioni, non si può fare a meno di essere confusi della buona fede che è alla base delle più recenti richieste di negoziati di pace. Facciamo appello agli Stati, agli organismi delle Nazioni Unite, alle organizzazioni internazionali e alla comunità internazionale in generale di conciliare i colloqui di pace con il diritto umanitario e i diritti umani nel tentativo di creare un ambiente dove si possa ricercare effettivamente la pace invece di far finta di accettare la pace all’ombra di demolizioni e dello sradicamento.
*OCHA = UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs
(tradotto da mariano mingarelli)