Aljazeera.net
14.11.2010
http://english.aljazeera.net/indepth/2010/11/2010112112241975781.html
Troppo tardi per due stati.
I palestinesi sostengono che non può esserci una resistenza efficace fintantoché la loro dirigenza resta divisa.
di Robin Yassin-Kassab
Nablus è costruita su pozzi profondi in un angusto fondovalle tra il monte Jarizeem e il monte Aybaal. I suoi stretti vicoli sono colmi di botteghe di caffè e di spezie, dell’improvviso aleggiare dell’anice, insieme all’odore mieloso del tabacco che gorgoglia dagli argileh, di quello della carne che emana vapori sulle griglie, dei fumi provenienti dal traffico, delle fragranze da forno, con i marciapiedi cosparsi di polvere e di immondizie. Di giorno c’è un gran frastuono arabo; di notte latrati e miagolii ne prendono il posto.

Anche se si tratta di una città con oltre 130.000 abitanti, tutti sembrano conoscersi tra loro. Ancor più intensa, al confronto, si percepisce un’atmosfera che trasmette una sensazione di solidarietà.
La Città Vecchia caotica e la vista del versante ocra della montagna, mi hanno ricordato Damasco. Diffatti, Nablus era nota come la Piccola Damasco. Prima che i vari Sykes, Picot e Balfour spartissero il mondo, c’era una via commerciale che partendo da Nablus (West Bank), passando per Irbid (Giordania) arrivava a Damasco (Siria). Gli abitanti di Nablus e quelli di Damasco sono imparentati tra loro. Tuttora, in Siria la famosa dolce knafeh è nota semplicemente con il nome di nabulsiyeh, la cosa di Nablus.
Nablus è celebre anche per il suo sapone all’olio di oliva. Nonostante la fascinazione locale per i prodotti “moderni” e (principalmente) le ostruzioni con le quali l’occupazione israeliana ha ridotto l’attività produttiva, nella Città Vecchia sono ancora in funzione saponifici che traggono il loro olio dai villaggi semi-assediati nelle colline dei dintorni.
In questi giorni la vita si è fatta un po’ più calma di quanto non lo sia stata. I palestinesi possono recarsi a Ramallah abbastanza velocemente. Non possono recarsi a Gerusalemme, a Gaza o ad Haifa, ma possono usufruire di alcuni dei finanziamenti disponibili in denaro dell’Unione Europea/Autorità Palestinese, se sono fortunati. Possono perfino recarsi in auto fino al luogo panoramico Sama di Nablus e bere del tè senza che venga loro sparato dalla sovrastante base militare.
Ma gli abitanti di Nablus restano circondati, e lo sono ogni giorno di più. Il villaggio samaritano in cima alla collina è chiuso (i samaritani, che pure sono palestinesi, hanno il permesso di attraversare il checkpoint per recarsi al lavoro o a scuola a Nablus). Iraq Burin, un villaggio dei dintorni in cima alla montagna, subisce il furto costante di terreni oltre ad aggressioni fisiche da parte di coloni e di soldati. In marzo, due ragazzi del villaggio sono stati assassinati.
Gerusalemme vietata.
Su tutte le cime delle colline c’è una colonia ebraica.
Vicino a Nabi Saleh, nell’area di Ramallah, ho visto una colonia - caravan, fondamenta di cemento e terreni agricoli recintati – realizzata durante il recente “congelamento”: Mentre mi trovavo in Palestina il “congelamento” è stato completamente disgelato, scatenando un’ondata di nuove costruzioni oltre a diversi orgiastici incendi di frutteti.
Metà del terreno agricolo di Nabi Saleh e ora la sua riserva d’acqua per le colture sono state rubate da uomini armati provenienti dalla vicina colonia di Halamish.
Nella regione di Salfit, la colonia ebraica di Ariel ha tagliato in due la West Bank, separando la parte a nord da quella a sud. Con la sua università e il complesso teatrale, la colonia viene a costituire una vera e propria città.
Le colonie sono collegate a Gerusalemme e a Tel Aviv da autostrade rilucenti. Tali vie però sono riservate ai soli ebrei. Le strade palestinesi permettono l’accesso solo a frazioni di territorio e sono controllate da checkpoint e fossati.
I cartelli stradali lungo queste vie indicano le colonie ebraiche, ma non le località palestinesi. La Gerusalemme proibita è segnalata in arabo con il nome ebraico di “Urushaleem”, e solo tra parentesi come “al-Quds”, il suo nome arabo antico e contemporaneo.
Montagna di Fuoco.
Questa è la situazione e gli abitanti di Nablus la sopportano tranquillamente. Esempi di ciò che accadrebbe subito dopo, nel caso in cui facessero rumore, non solo sono giunti da Gaza sulle onde della radio, ma sono pure a portata di mano, impressi nelle strutture della città stessa.
Ci sono fori di proiettili sulle vetrate ornamentali dell’hotel Jasmine, cicatrici della ri-occupazione israeliana del centro della città nel 2002, quanto furono uccisi almeno 80 palestinesi e decine di palazzi storici vennero distrutti, comprese moschee antiche e una chiesa ortodossa.
Ci sono i ruderi svuotati di interi isolati esplosi ad opera degli F-16. C’è una lapide commemorativa sul sito di una casa che è stata rasa al suolo dal bulldozer con una intera famiglia intrappolata dentro. Otto furono le persone che vi vennero assassinate, nove se si conta il bambino nel grembo di Nabila Shu’bi.
Comunemente nota come Jabal an-Naar, la Montagna di Fuoco, l’area di Nablus ha perduto 1.600 martiri nell’ultima decade. Ogni quartiere ha una targa con la lista di nomi del luogo, e le facce dei combattenti adornano le mura della Città Vecchia.
Quasi una strana eco di questi manifesti, e che si percepisce come dimostrazione che la memoria della morte in Nablus è inevitabile, un’icona nella chiesa restaurata bizantino-crociata presso la fonte di Giuseppe (dove Gesù si rivelò come il messia a un samaritano) mostra l’Archimandrita Philoumenos Khassapis nell’atto di venir colpito 36 volte, nel 1979, dalla mannaia di un colono fanatico.
Turisti greci e cristiani palestinesi spruzzano acqua al santuario dell’Archimandrita.
La famiglia di martiri.
Dopo la preghiera di un venerdì, ho visitato la tomba della madre di un amico, Shaden al-Saleh. Shaden era un insegnante e un organizzatore della comunità. Lei era stata giustiziata dai soldati israeliani mentre stava ricamando sul gradino di casa. Dopo aver rivolto i nostri ossequi, suo figlio ed io pulimmo dagli aghi la tomba di Jihad al-Alul, che era stato colpito alla testa il primo giorno della seconda Intifada, dieci anni fa.
Il ventenne aveva fatto parte di una folla disarmata che aveva affrontato i soldati al checkpoint di Huwwara che bloccava l’uscita meridionale della città. Non appena abbiamo spazzato gli aghi dalla lapide di Jihad, ci siamo messi a chiacchierare con Abu Fadi, i cui due figli martiri erano lì vicino. Uomo caldo e triste, Abu Fadi, aveva trasformato le loro tombe in un giardino. Il mio amico lo conosce molto bene, come conosce tutte le famiglie che fanno visita a queste tombe. Racconta che quando sua madre morì egli venne a far parte della grande famiglia dei martiri.
Ero venuto a Nablus per tenere un corso di scrittura creativa. Chiesi agli studenti, come esercizio, di scrivere su un momento che collegasse un personaggio alla storia. Una giovane scrisse di se stessa più giovane che si stringeva alla radio mentre le bombe inghiottivano gli edifici circostanti. Una scrisse su suo fratello maggiore, non il racconto del suo assassinio bensì quello di quando lei lo ha trovato. Un’altra ha scritto del funerale di suo nipote di 12 anni. Era stato colpito in una strada vuota. Sua zia soffocava dalle lacrime mentre le leggeva il suo testo.
Temevo di essere andato troppo oltre, imponendo loro un argomento che li deve toccare di continuo. Ma la classe mi rassicurò. Una usò la parola “terapeutico”. “Di solito non abbiamo l’opportunità di parlare di queste cose,” mi disse.
Doppia occupazione.
Uno dei motivi del silenzio è dato dal tipo di fredda censura nei confronti della conversazione pubblica che consegue alla scissione nella dirigenza politica.
Il governo di Hamas sotto assedio a Gaza cattura gli attivisti di Fatah, mentre l’Autorità Palestinese sostenuta dall’occidente e da Israele, nella West Bank arresta i simpatizzanti di Hamas. Attualmente, seicento abitanti di Nablus sono detenuti nella prigione Junaid dell’Autorità Palestinese.
La gente si esprime in pubblico con molta cautela, come succede in tutti gli altri stati polizieschi arabi. Proprio per questo molti palestinesi dicono che l’attuale sistema è una doppia occupazione.
Quando gli israeliani decidono di intervenire, ordinano alla polizia dell’Autorità Palestinese di andarsene dalle strade, e poi prelevano persone dalle loro case. Durante il periodo della mia visita, questo è successo diverse volte, sempre di notte – in un caso due fratelli sono stati portati via dal chiosco in fondo alla mia via.
La gente del campo di Balata – un luogo molto più straziante di un cimitero – una volta mi ha raccontato che i soldati sono entrati per molte notti di seguito.
I profughi di Balata hanno il loro proprio cimitero, che in proporzione contiene un numero assurdo di martiri giovani. Ma ciò che a Balata è più doloroso della morte sta nella densità di coloro che vivono in gabbia – un numero elevato di persone sono stipate in strette stanze, un’elevata percentuale di uomini sono in carrozzelle, i volti segnati da una prematura vecchiaia. Questa gente è arrivata da Haifa, Jaffa, Acri. Vivevano in fattorie, in città e in villaggi con la vista sul mare. Oggi queste persone non sono sicure neppure nelle loro celle senza un soffio d’aria. Durante l’Intifada le truppe israeliane avevano l’abitudine di entrare nelle loro case facendo dei buchi nelle pareti con l’esplosivo.
Nessuna resistenza senza unità.

Ho visto Haneen al-Zoabi tenere una lezione. Essa è la parlamentare della Knesset che ha navigato sulla Freedom Flotilla ed è stata insultata in modo molto meschino mentre tentava di fare il suo resoconto al parlamento di Israele su quanto accaduto. A Nablus ha parlato con grande emozione della situazione dei palestinesi-israeliani, di coloro che sono discendenti dei pochi che sfuggirono alla pulizia etnica del 1948.
Cittadini, ma non componenti nazionali dello stato (la nazionalità è solo per gli ebrei), i palestinesi-israeliani ottengono solo una frazione di quanto fornito agli ebrei, a loro è proibito l’insegnamento della storia della Palestina nelle scuole e hanno la stessa probabilità di essere vittime di confische di terre come accade ai palestinesi nella West Bank. Il 93% dei terreni di Israele è inaccessibile ai non-ebrei per cui la metà delle famiglie palestinesi-israeliane vive al di sotto della soglia di povertà.
Ho sentito parlare Jamal Hwayil. Era il leader, a Jenin, delle brigate dei martiri di Al-Aqsa, legate a Fatah, al tempo del massacro israeliano del 2002, mentre attualmente è un membro indipendente al parlamento palestinese. Ha preso una posizione chiara riguardo alla divisione tra i palestinesi: “Gli arresti politici sono sbagliati. Sono sbagliati a Gaza come sono sbagliati nella West Bank. Gli arresti politici non dovrebbero aver luogo in una lotta di liberazione.”
Un poco più tardi ha aggiunto: “Non ci potranno essere né negoziati costruttivi e neppure una resistenza armata efficace fintantoché ci saranno divisioni nella dirigenza politica.”
Seduti accanto a questo veterano della resistenza armata c’erano Ayed Morrar e Muhammad Khatib, leader della resistenza “popolare” o non-violenta rispettivamente nei villaggi di Budrus e di Bil’in. Morrar è la star del film Budrus , che mostra come lui non solo ha portato all’unità tra gli attivisti di Hamas e quelli di Fatah nel suo villaggio, ma ha mobilitato pure le donne del villaggio, attivisti internazionali e perfino alcuni israeliani contro il muro di separazione che si sta divorando gli oliveti di Budrus. Budrus è riuscito a conservare il 95% delle terre a rischio.
Dal tavolo, Jamal Hwayil si è congratulato con Morrar per l’aver raggiunto il 95% dei suoi obiettivi immediati, ma lo avvertì che la vittoria non era completa: il 5% delle terre se ne erano andate, il muro era ancora in piedi e l’occupazione continuava.
Hwayil, Morrar e Khatib concordano sul fatto che la resistenza armata e quella disarmata s’integrano l’un l’altra e il problema di che cosa mettere in atto in un determinato contesto non dipendeva da fattori morali, bensì tattici.
Oltre ai resistenti, c’erano quei tipi di persone che hanno organizzato al discussione: eloquenti giovani pensatori impegnati che criticavano il sistema in quanto di apartheid, che parlavano di come il sistema avrebbe dovuto essere sostituito da una democrazia e promuovevano uno boicottaggio occidentale di Israele come una via per giungervi. Tali idee sono sempre più influenti nella società civile, ma non hanno un partito al potere che le rappresenti.
Prospettive della West Bank.
Nel frattempo, come mi ha detto Neta Golan, una cittadina della West Bank di origini ebraiche: “Hanno facilitato molto la possibilità di ottenere prestiti. La gente di Ramallah ha acquistato auto. Gli affitti sono saliti alle stelle. Per i prossimi anni una gran quantità di persone avrà il piacere di ripagare i prestiti.”
Questo è il piano di Tony Blair-Salam Fayyad delle prospettive per la West Bank. Usando le parole del geografo politico Saed Abu Hijleh il messaggio è “mangia, bevi, va al gabinetto e tappati la bocca.”
Il paesaggio racconta a tutti quelli che vivono qui, ristretti tra torri, posti di controllo e abitazioni coperte di rosso per soli ebrei, che è troppo tardi per i due stati.
Per i profughi chiusi in gabbia nei campi, che ancora conservano le chiavi delle loro case distrutte sul litorale, la soluzione a due stati non ha mai rappresentato comunque una soluzione . Palestina-Israele è sempre stato un solo paese.
Dal villaggio di Refaat potevo vedere le torri di Tel Aviv, niente affatto molto lontane, scintillare contro il buio che si fa più intenso. La pioggia di Israele cade qui dove sto, nella West Bank, sulla prima fila di colline ad est del Mediterraneo.
Robin Yassin-Kassab è l’autore di The Road From Damascus, un romanzo edito da Penguin. E’ co-editore di www.pulsemedia.org e blog su www.qunfuz.com.
(tradotto da mariano mingarelli)