Soluzione a due-stati: Un'autopsia

 

Aljazeera.net
18.02.2011

http:// english.aljazeera.net/indepth/opinion/2011/02/201121810588471977.html 

Soluzione a due-stati: Un'autopsia.

A seguito dei Palestine Papers e della rivolta egiziana il “processo di Pace”come noi lo conosciamo, è morto. 

Di Sandy Tolan

 

Tra i miti consacrati dal tempo nella lunga tragedia di Israele e della Palestina è “L’accordo che si era quasi raggiunto”. L’ultimo riferimento al riguardo, che potremmo chiamare “il quasi accordo del 2008”, viene da Ehud Olmert, l’ex primo ministro israeliano, estratto da alcuni passi delle sue prossime memorie e febbrilmente pubblicizzate su The New York Times come “il piano di pace israeliano che per poco non si era realizzato e che potrebbe ancora esserlo”.

                    bethlehemab

Chiaramente, il numero dei promotori della soluzione a due-stati, in graduale diminuzione nel dopo-Cairo e dopo-Palestine Papers, rappresentano un vano tentativo di continuare a mantenere a galla quella che alla fine non è altro che una nave che affonda: Un pessimo affare che perfino il debole gruppo negoziatore palestinese non avrebbe accettato. “Israele ha un assoluto interesse a fare uno sforzo ulteriore,” ha scritto un nervoso Thomas Friedman mentre i manifestanti riempivano Piazza Tahrir, avvertendo: “C’è una grande tempesta in arrivo, Israele. Levati di torno.” 

“Il quasi accordo del 2008” è al cuore dello sforzo per salvare i resti del fallimento di Oslo. “Eravamo molto vicini, molto più di prima,” riporta Olmert nelle sue memorie. 

Ma come si dice in un famoso spot negli Stati Uniti: “Non esattamente.” 

I vecchi miti sono duri a morire. 

Come altre invenzioni dello stesso tipo – in cima a tutte la “generosa offerta di Israele” a Camp David nel 2002 – questa non è del tutto priva di fondamento. Come rivelano i Palestine Papers, le due parti si erano accordate su diverse misure riguardanti la sicurezza, su scambi di territori e su alcuni criteri relativi al diritto al ritorno, tanto da suscitare l’allarme in molti palestinesi. Proprio per chiarire in modo eloquente, i negoziatori palestinesi avevano accettato di permettere a Israele di annettersi i maggiori blocchi di colonie a Gerusalemme Est – un fatto che, a seguito della divulgazione del documento, sta erodendo quel che resta della credibilità di Abbas tra la sua stessa gente. (Come per sottolineare questo punto, la settimana scorsa, il capo negoziatore Saeb Erekat, in disgrazia dopo le rivelazioni della fuga dei Palestine Papers dal suo stesso ufficio, ha rassegnato le dimissioni). 

Eppure, nonostante le concessioni del 2008, i documenti rivelano anche che i negoziati non avevano portato le parti a essere prossime ad un accordo. Piuttosto, hanno messo in mostra le linee rosse che segnalano la fine del processo di pace così come lo conosciamo, e – sopratutto dopo il Cairo – la morte della soluzione a due-stati. Da nessuna parte tutto ciò è più evidente di quanto non appaia nella discussione sui due grandi blocchi di colonie, dove Israele, supportato da un braccio di ferro degli Stati Uniti, ha messo a repentaglio la sua ultima possibilità di un accordo per due stati. 

Nel 1993, all’inizio del “processo di pace” di Oslo, sul territorio palestinese della West Bank, esclusa Gerusalemme Est, vivevano 109.000 coloni israeliani. Attualmente tale numero è quasi triplicato. Una delle colonie, Ariel, si trova ben dentro la West Bank, a metà strada circa tra il Giordano e la costa del Mediterraneo, ed è protetta dalla barriera di separazione di Israele. Ariel, con i suoi circa 20.000 abitanti, si candida come aspirante “capitale della Samaria”, con il suo parco industriale e persino una università. 

“Non c’è alcun leader israeliano che sottoscriverà un accordo che non includa Ariel,” dichiarò il ministro degli esteri di Olmert, Tzipi Livni, ai negoziatori palestinesi nell’aprile del 2008. 

“E non c’è un solo leader palestinese che sottoscriverà un accordo che includa Ariel,” replicò il negoziatore Ahmad Qurei. Non era solo una posizione assunta da Qurei. Ariel divide in due il distretto palestinese di Salfit e contribuisce a vanificare l’obiettivo dichiarato della diplomazia statunitense di uno stato palestinese “fattibile e contiguo”. 

Un’altra linea rossa è data da Ma’ale Adumim. Nonostante le significative concessioni fatte a Gerusalemme Est – che il negoziatore palestinese Saeb Erekat ha detto equivalere alla “più grande Yerushalayim della storia ebraica “- i palestinesi considerano Ma’ale Adumim come un cuneo posto tra Gerusalemme Est e la West Bank. Per loro la colonia non è altro che un ostacolo alla continuità territoriale sulla quale si basa l’edificazione del loro stato. Per gli israeliani, Ma’ale Adumim, fondata nel 1975 con il sostegno dell’allora ministro della difesa Shimon Peres ed ora città di più di 34.000 coloni, è intoccabile. 

In teoria, gli stati Uniti che si autodefiniscono come un “onesto mediatore”, avrebbero cercato di colmare le differenze. Ma non è questo quello che aveva in mente l’allora segretario di stato americano Condoleezza Rice quando si rivolse alla debole delegazione palestinese in un incontro a Gerusalemme nel luglio del 2008: 

“Non penso che ci sarà un leader israeliano che cederà Ma’ale Adumim, “ lei disse a Qurei. 

“O un leader palestinese,” replicò Qurei 

“Allora non avrete alcuno stato!” dichiarò la Rice. 

Dalla parte sbagliata della storia. 

Gli Stati Uniti sono stati a lungo ipersensibili a considerazioni riguardanti la politica interna israeliana, mentre hanno ignorato quelle dei palestinesi e del più ampio mondo arabo e musulmano. Nel 2000, Yasser Arafat aveva respinto la “generosa offerta” di Israele, rifiutandosi di accettare un “complesso a sovranità presidenziale” nella Città Vecchia – in sostanza, una gabbia dorata nei pressi dei luoghi sacri musulmani. Arafat aveva compreso che né i palestinesi, né i musulmani di tutto il mondo avrebbero accettato una sovranità palestinese così limitata su Haram Al Sharif, ritenuto il terzo luogo sacro dell’Islam. “Se qualcuno immagina che io possa firmare la rinuncia a Gerusalemme, si sbaglia,” dichiarò Arafat a Bill Clinton, l’allora presidente degli Stati Uniti, a Camp David. “Tu hai perso molte occasioni,” rispose Clinton. “Non avrete uno stato palestinese …sarete soli nella regione.” 

L’approccio degli Stati Uniti, incapace di percepire la realtà palestinese, è il motivo fondamentale che giustifica il fallimento del “processo di pace”. In un incontro del giugno 2008, la Rice suggerì che un modo per risolvere la cronica questione emotiva del diritto al ritorno sarebbe stato quello di spedire i profughi in Sud America. L’équipe di Barack Obama non si è comportata molto meglio. Nel 2009, gli Stati Uniti fecero pressione sui palestinesi perché bloccassero la pubblicazione del Rapporto Goldstone delle Nazioni Unite che richiedeva che venisse svolta un’inchiesta sui crimini di guerra israeliani a Gaza. Questo era esattamente il contrario di ciò che voleva con fervore la popolazione palestinese. La carota degli Stati Uniti: condizioni negoziali più favorevoli per l’Autorità Palestinese (AP). 

Ma gli Stati Uniti, tanto abituati a trattare con dittatori arabi quali l’egiziano Hosni Mubarak e il tunisino Zine El Abidine Ben Ali, sembrano aver dimenticato che i deboli negoziatori palestinesi non sono in grado di ignorare la loro gente, e tanto meno di dare ordini. Qualsiasi accordo di pace verrebbe sottoposto a un referendum nella West Bank e a Gerusalemme Est tra i palestinesi politicamente consapevoli. Un accordo così sfavorevole come quello sostenuto dagli Stati Uniti e da Israele nel 2008, avrebbe un esito tutt’altro che sicuro. Olmert ricorda di aver detto ad Abbas: “Prendi la penna e firmalo ora. Non otterrete mai un’offerta che sia più equa e più onesta.” Ma sono stati gli israeliani e gli Stati Uniti ad aver perso l’occasione. 

Poco prima delle giornate in cui gli egiziani si sono emancipati, Obama ha cercato di puntellare un po’ della credibilità statunitense sperperata fin dal suo discorso al Cairo del 2009 con il sostenere le richieste di democrazia. Ma per molti palestinesi, la credibilità degli Stati Uniti o dell’Autorità Palestinese non è più importante. Nella West Bank, le dichiarazioni degli Stati Uniti suscitano un forte calo di interesse nella gente. E, nel bel mezzo dell’euforia della lotta dei suoi vicini, è stata proprio l’Autorità Palestinese che si è posta con decisione sul lato sbagliato della storia con il proibire le manifestazioni di solidarietà con il popolo egiziano e quello tunisino. Un portavoce della sicurezza dell’Autorità Palestinese ha dichiarato che: “La politica è non ingerenza nelle vicende interne dei paesi arabi o di nazioni straniere.” 

Non si poteva trovare un simbolo più adatto a rappresentare il logorato e irrilevante regime palestinese, vergognosamente privo di ogni contatto con il suo popolo e con il giubilo di Tahrir Square, e strutturalmente incapace di cogliere il momento. Ora, con l’équipe dei negoziatori dell’Autorità Palestinese allo sbando è difficile immaginare che nella West Bank i palestinesi ripongano ancora la loro fiducia “nell’autorità”, o nei rottami di un processo di Oslo connesso a un ordine del Medio Oriente che non esiste più.

Perfino nei loro disperati tentativi di inventare un accordo per due-stati, i negoziatori palestinesi sotto bersaglio sembrano consapevoli del fatto che esso sta svanendo. Nell’aprile 2008, in un momento di frustrazione, Qurei dichiarò alla Livni che: “Alla luce di queste circostanze e di queste posizioni irrealistiche, ritengo che l’unica soluzione possibile sia quella di uno stato bi-nazionale, dove musulmani, cristiani ed ebrei vivano insieme.” 

Sandy Tolan è professore associato alla Scuola per Comunicazioni e Giornalismo Annenberg a USC, e autore del The Lemon Tree: An Arab, a Jew, and the Heart of the Middle East. 

(tradotto da mariano mingarelli)