Nuova Opposizione in Giordania: le trappole dell'identità e dell'ambiguità

Jadaliyya.com
20.04.2011
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Nuova opposizione in Giordania e le trappole dell’Identità e dell’Ambiguità
di Hisham Bustani 

In Giordania ci sono due grandi tribolazioni dalle quali derivano tutte le altre questioni. 
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La prima è l’autorità autocratica che sovrasta il ruolo di tutte le “istituzioni dello stato” (cioè, il Consiglio dei Ministri, il Parlamento, e il Sistema Giudiziario). Questa egemonia autocratica è ratificata legalmente dalla costituzione giordana. 

L’articolo 26 stabilisce che “Il Potere Esecutivo sarà conferito al Re, che lo eserciterà per mezzo dei suoi Ministri.” 

L’articolo 35 stabilisce che “Il Re nomina il Primo Ministro e lo può destituire o accettare le sue dimissioni. Egli nomina i Ministri; e li può pure destituire o accettare le loro dimissioni, su raccomandazione del Primo Ministro.” 

L’articolo 34 stabilisce che “(i) Il Re impartisce le disposizioni perché si svolgano le elezioni per la Camera dei Deputati in conformità con le disposizioni di legge; (ii) il Re convoca l’Assemblea Nazionale, l’inaugura, l’aggiorna e la proroga in conformità con le disposizioni della Costituzione; (iii) il Re può sciogliere la Camera dei Deputati; il Re può sciogliere il Senato o sollevare qualsiasi Senatore dalla sua appartenenza.” 

L’articolo 36 stabilisce che “Il Re nomina i membri del Senato e nomina fra loro il Presidente e accetta le loro dimissioni.” 

L’articolo 98 stabilisce che i “Giudici dei Tribunali Civili e della Sharia saranno nominati e sollevati dall’incarico a seguito di un Decreto Reale.” 

In aggiunta a tutti questi poteri conferiti al Re dalla Costituzione, l’articolo 30 della Costituzione stabilisce inoltre che “Il Re è il Capo dello Stato ed è immune da qualsiasi vincolo e responsabilità,” mentre l’articolo 195 del Codice Penale rende illegale ogni critica al Re e la punisce con una pena detentiva da uno a tre anni. 

Questa autorità autocratica è la fonte della corruzione, dell’eliminazione delle libertà civili, del predominio degli apparati di sicurezza sulla società, e della mancanza di rispetto della dignità dei cittadini. Ha gestito la privatizzazione degli enti pubblici e la revoca delle reti di sicurezza sociale fornite dallo stato in quanto lo stato ha facilitato il parto di una classe politica compradora ai cui stretti interessi si rivolge la politica del governo. 

La seconda tribolazione è data dall’insieme delle divisioni identitarie sponsorizzate dallo stato: da un lato un’identità “giordana” e dall’altro un’identità “palestinese”. La prima è suddivisa in un numero illimitato di identità regionali (nord, sud, centro), di clan e di famiglie. Queste divisioni facilitano la manomissione dell’insieme sociale, distogliendolo dalla lotta principale per la liberazione per dirottarlo sulle piccole lotte intestine riguardanti i vantaggi e i privilegi offerti dall’autorità politica. Mentre eruttano questi conflitti minori, l’autorità politica si propone per tutti come mediatrice e come garante per ciascuno dei frammenti in lotta. 

Nonostante l’estrema evidenza di queste tribolazioni, le forze di opposizione – in particolar modo la neo-emergente “opposizione alternativa” – decide di distogliere lo sguardo da loro e lasciarle per molte ragioni senza indirizzo. 

Una ragione di ciò sta nella necessità di costituire la più ampia coalizione possibile, che si è ottenuta adottando formule vaghe, ambigue, e richieste di secondaria importanza che risultano loro effettivamente irrealizzabili finché la loro condizione di successo resta immutata. Oltre a ciò, tali richieste sono soggette a interpretazione e uso opportunistico da parte di ogni gruppo all’interno della coalizione, ciascuno a seconda delle sue proprie priorità, programmi e relazioni. 

Un motivo connesso al fatto che le forze di opposizione tacciono sulle tribolazioni principali è dato dalla presenza di gruppi isolazionisti all’interno della coalizione dell’opposizione che pretendono la revoca della cittadinanza a cittadini giordani di origine palestinese, nonché il totale distacco della Giordania dalla West Bank. Questi gruppi proclamano che “non ci sarà alcuna soluzione prima che sia risolto il problema dei palestinesi in Giordania,” riformulando il diritto al ritorno come una lotta esistenziale interna invece di costituire una questione centrale per la lotta contro “Israele”. Questi gruppi isolazionisti immaginano l’esistenza di una classe “compradora palestinese” e l’incolpano della corruzione e della svendita del settore pubblico. I gruppi isolazionisti all’interno della coalizione dell’opposizione bloccano qualsiasi spostamento dalle identità “giordana” e “palestinese” verso la formulazione di una terza identità collettiva transnazionale, capace di unire la gente in un progetto di liberazione. 

Un altro motivo è che alcuni “capi” di questa opposizione sono chiaramente connessi con le correnti e le personalità all’interno dell’autorità politica, in particolar modo con la “vecchia guardia” che hanno perso la loro posizione con l’ascesa di Re Abdullah II. Questa vecchia guardia di recente ha acquistato un maggiore potere dall’onda delle proteste che stanno dilagando nel paese. Uno di questi leader si è incontrato alla luce del sole con l’ex capo del Dipartimento Generale di Intelligence, Muhammad al-Thahibi, mentre quest’ultimo era in carica e lo ha descritto in articoli di giornale come un “leader nazionale”. Altri “leader” hanno accolto favorevolmente la nomina dell’attuale Primo Ministro Ma’rouf al-Bakhit e si sono incontrati con lui, mentre uno di loro è fortemente legato a Taher al-Masri, un ex-primo ministro e attuale capo sia del Senato che del Comitato per il Dialogo Nazionale sponsorizzato dal regime. Questa connessione permette al tali “leader” di negoziare con l’autorità politica e conseguire vantaggi personali o a circolo chiuso al di fuori degli interessi della collettività che deve ancora formulare un progetto su una base politica ampia. 

Il quarto motivo è il tentativo quasi suicida di queste coalizioni di opposizione di dimostrare la loro autenticità giordana per quanto riguarda la loro identità con il rigoroso rispetto dell’indossare la kuffiyya rossa (non bianca/nera come quella che rappresenta la Palestina), adottando un dialetto beduino, facendo propaganda per il sostegno dei clan (un meccanismo utilizzato pure dall’autorità politica senza suffragare in alcun modo entrambe le asserzioni), suonando le canzoni di Omar al-Abdallat che celebrano le divisioni regionali, mettendo in onda l’inno regale, acclamando “Lunga vita al Re”, e presentando quasi esclusivamente relatori di origini est-giordane. Tutto questo non è accaduto in manifestazioni a favore del regime, bensì nel sit-in del Movimento giovanile del 24 marzo che si è svolto ad Amman in piazza Jamal Abdel-Nasser nei giorni 24 – 25 marzo 2011. Questo sit-in è stato disperso con estrema violenza, causando la morte del 57enne Kahiri Sa’ad e il ferimento di centinaia di persone. Tutto questo insistere sulla “identità giordana” da parte dei manifestanti non li ha protetti e sono stati etichettati – nonostante i loro sforzi – come palestinesi. La contro-mobilitazione si è basata molto su questa premessa. I manifestanti non sono riusciti a capire che una “identità giordana” comporta una lealtà totale nei confronti del regime, e che l’autorità politica, i suoi teppisti, e i settori sociali che essa mette in campo, considera qualsiasi membro dell’opposizione come “palestinese” anche se il suo bis-bis-bis-nonno era nato nella East Bank (cioè nell’attuale Giordania). Un esempio illuminante di ciò è stata la domanda fatta dal deputato Muhammad al-Kuuz – riguardante chi è di origini palestinesi – perché i dimostranti – molti dei quali erano giordani originari della East Bak – venissero espulsi in Palestina passando per il Shaykh Hussein Bridge. Dal punto di vista dell’autorità politica, il “giordano” è il lealista mentre il “palestinese” rappresenta l’opposizione, indipendentemente dai dettagli (cioè, monarchico, riformista, rivoluzionario). 

Ciò che è successo il 24 – 25 marzo in piazza Jamal Abdel-Nasser ad Amman dovrebbe rappresentare un campanello di allarme per l’opposizione in Giordania, in modo particolare per quei gruppi giovanili che operano a livello di base e che considerano i loro movimenti indipendenti da ogni influenza dall’alto al basso o in alternativa che sovrastimano la loro capacità di neutralizzare tale condizionamento. L’allarme riguarda la possibilità che l’opposizione venga intrappolata nei sopra-citati vincoli che ne provocano la paralisi politica. 

Una via d’uscita da tale dilemma sta nei seguenti punti: 

1)       Eliminare l’ambiguità nelle rivendicazioni politiche dell’opposizione per mezzo di una ulteriore articolazione e poi fonderle in una sola: una nuova costituzione che restituisca il potere al popolo e che protegga le libertà civili. Tutte le altre richieste riguardanti la corruzione, la povertà e così via possono scaturire da questa domanda principale. 

2)       Gli attuali “leader” dell’opposizione dovrebbero farsi da parte e interrompere la loro guida opportunistica che è stata pagata così a caro prezzo dal popolo nel 1989, quando la rivolta nel sud venne cooptata dal Comitato per la Carta Nazionale e un processo di “riforma politica” trasformò gli allora proibiti e vivaci partiti politici in docili strutture inattive uccidendo di fatto la democrazia, in nome della stessa. Ora, al posto del Comitato per la Carta Nazionale abbiamo il Comitato per il Dialogo Nazionale. Il comitato precedente lavorò su leggi in materia di elezioni e di partiti politici, quest’ultimo comitato sta lavorando su quelle stesse leggi! La storia si ripete, ma con un nuovo assetto di leader dell’opposizione. Quei “leader” sono liberi di lottare per una loro collocazione personale nel sistema, ma non sulle spalle di coloro che manifestano. 

3)       Proiezione di un’alternativa di base ampia alle divisioni identitarie. Né l’identità “giordana”, né quella “palestinese” possono essere utilizzate in modo fruttuoso. Una identità razzista e settaria non può essere utilizzata per eliminare un’identità opposta dello stesso calibro. Il portafoglio dell’identità in Giordania, gestito dall’autorità politica in collaborazione con le fazioni politiche palestinesi, dovrebbe essere scartato del tutto. La Palestina non appartiene ai palestinesi, essa appartiene a tutti coloro che vogliono liberarla e a coloro i cui interessi si realizzano attraverso la sua liberazione. Ciò è confermato dalle testimonianze storiche, dalle realtà geografiche e dalle relazioni socio-economiche. Un “Movimento nazionale giordano” e un “Movimento nazionale palestinese” , in Giordania, non c’è la possibilità di tenerli separati. Il movimento è uno solo e deve lottare in entrambe le arene. Qualsiasi tendenza che propone il contrario tende ad approfondire la spaccatura, non a colmarla. 

4)       Rinunciare ai gruppi isolazionisti e allontanarli dal corpo della coalizione dell’opposizione. Fronteggiare l’identità isolazionista giordana con un’altra aperta e democratica, come hanno considerato alcuni gruppi della nuova opposizione, nelle manifestazioni di piazza Jamal Abdul-Nasser ha dimostrato di essere un fallimento. L’identità “giordana” è oberata dal prerequisito della fedeltà assoluta al regime. L’opposizione non può ricuperare e riprodurre questa identità. Un tema importante da menzionare è quello della “cittadinanza”. Resta inteso che la cittadinanza è lo status giuridico di un individuo all’interno di uno stato e l’acquisizione di tutti i diritti politici, sociali ed economici connessi a tale status giuridico. L’identità è l’identificazione individuale di lealtà, sia che si tratti di una lealtà di classe, sociale, politica o religiosa. L’identità è data da come un individuo definisce sé stesso o sé stessa. Si può essere un arabo americano o un musulmano francese o uno della classe operaia svedese. La cittadinanza non dovrebbe avere alcuna connessione con l’identità, e i diritti attribuiti a un cittadino non dovrebbero essere dipendenti dalla identità e dalla fedeltà. Può essere una soluzione, in Giordania, l’approccio “cittadinanza” ? Per nulla, fino a che un approccio di questo tipo verrà inteso automaticamente come “palestinese”, una reazione da parte di coloro che chiedono la revoca della cittadinanza ai giordani di origine palestinese. In tal modo rimane la sfida di costruire una identità che trascenda la divisione “giordano/palestinese”. 

     (tradotto da mariano mingarelli)