Quando Israele aiutò Hamas. Parola di ambasciatore USA

Santalmassiaschienadritta.blogspot.com
20.06.2011
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Quando Israele aiutò Hamas. Parola di ambasciatore USA

di Maria Grazia Enardu 

Hamas è nato, o meglio si è formato, da una serie di associazioni preesistenti, e di varia natura, alla fine del 1987, in coincidenza più o meno casuale con l'avvio della prima Intifada, iniziata proprio a Gaza, con le dimostrazioni che seguirono a un incidente stradale che aveva coinvolto israeliani e palestinesi. 

              dan-kurtzer                                                                          L'ambasciatore Dan Kutzer con Ariel Sharon

 

Per molti anni, rari e laconici cenni sulla stampa alludevano a un qualche ruolo che Israele aveva avuto nella nascita, o meglio nella crescita di un movimento visto da tutti, Israele compreso, come fondamentalista, estremista e poi anche terrorista.
 
Qualche altra voce, raccolta qua e là, diceva che Israele aveva permesso la crescita di Hamas lasciando entrare in Gaza fondi che la finanziavano, di provenienza saudita o comunque estera. Voci e solo voci, più qualche raro e non proprio ben documentato cenno su libri.
 
La bomba arriva nel 2009, quando Paul McGeough pubblica negli Stati Uniti “Kill Khalid: the failed Mossad assassination of Khalid Mishal and the rise of Hamas”, edizioni Quartet.
 
Mishal è il capo di Hamas,  successore di Rantisi, assassinato con attacco aereo da Israele nell'aprile 2004, e Rantisi era a sua volta il successore dello Sceicco Yassin,  ucciso con lo stesso metodo appena tre settimane prima. Mishal è infatti emigrato in Siria dove ancora risiede, per evitare se possibile la stessa fine. 

Mishal, da anni in esilio in Siria, dove però ora comincia ad essere molto preoccupato,  ha una vita da romanzo. Compreso il tentativo del Mossad di assassinarlo con il veleno nel 1997 in Giordania, tentativo fallito solo perché re Hussein impose al primo ministro di Israele, Netanyahu, di far arrivare, e di corsa, l'antidoto per salvare Mishal. Netanyahu nicchiò ma il re chiese e ottenne l'appoggio del presidente Clinton. Il risultato fu che lo stesso capo del Mossad, Yatom, si precipitò ad Amman per salvare la vita al suo principale nemico.
Re Hussein in pratica aveva spiegato a Israele che se volevano ammazzare Mishal, lo facessero pure, ma NON a casa sua. Ne fece una questione di sovranità, insomma.
 
Nel libro di McGeough,  su fonti stampa ma soprattutto su interviste con i protagonisti ed esperti di quegli anni, c'è anche una ricostruzione della nascita di Hamas, sulla base di un intervista con Dan Kurtzer, rilasciata nel 2008.  Kurtzer aveva appena concluso la sua carriera di diplomatico, che aveva raggiunto come punto massimo l'incarico di ambasciatore in Israele (2001-5), ed  è ora docente della prestigiosa Woodrow Wilson School di Princeton. Ha appoggiato con vigore la campagna presidenziale di Obama ed è da lui ascoltato su questioni mediorientali.
 
Le parole del prof. Kurtzer, ex ambasciatore americano in Israele, sono quindi vere ed estremamente pesanti. La sua ricostruzione è particolarmente importante anche per un dettaglio: Kurtzer è un ebreo, e molto legato alla tradizione ebraica. Nessuno può accusarlo di lanciare accuse contro Israele. 

Il racconto di McGeough pare quasi la sceneggiatura di un film. Nell'estate del 1985, all'epoca dell'episodio raccontato da Kurtzer, al governo di Israele c'era una inusitata coalizione, frutto di un'impasse elettorale. Primo ministro era il laburista Peres,  suo vice il capo del Likud, Shamir, con Rabin alla Difesa.
Una riunione di consiglieri di Peres venne interrotta da un giovanotto che irruppe nella sala urlando di rabbia. Era un diplomatico americano, appunto Kurtzer, in servizio presso l'ambasciata di Tel Aviv. Disse: “Avete tutti perso la testa? non imparate mai nulla dalla storia? lo sapete cosa state facendo a Gaza e proprio in questo momento?”.
 
Kurtzer era, pur se poco più che trentenne, un diplomatico di lunga esperienza in Medio oriente, di stanza al Cairo quando assassinarono Sadat nel 1981 e si era fatto una cultura sulla Fratellanza Islamica, compreso il gruppo che aveva preparato il complotto. Si era informato anche su Hezbollah, che emerse in Libano nei primi anni '80. Ed era stato parecchie volte a Gaza, a studiare una situazione che non gli piaceva per nulla, e dove la Fratellanza musulmana locale stava mettendosi in proprio,  potenziando risorse e obiettivi.
 
Kurtzer aveva scoperto tra l'altro che a Gaza operava Shmuel Goren, ex Mossad e in quel momento braccio destro di Rabin per le operazioni nei Territori occupati.
E Goren stava in pratica aiutando lo Sceicco Yassin, un vecchio signore paralitico e con la voce chioccia ma anche una mente di primissimo ordine, a metter su un'organizzazione islamica locale, in parallelo e in opposizione all'odiatissima OLP.
 
Nella guerra, su tutti i fronti, che gli israeliani conducevano contro l'OLP, era parsa geniale idea  indebolire l'OLP tramite da un nemico interno. Era la vecchia teoria del nemico del mio nemico, ma era anche giocare col fuoco tenendo le bende sugli occhi. Addirittura, lo raccontò allora il comandante militare di Gaza, generale Segev, i fondi israeliani da lui amministrati andavano alle moschee, base del crescente consenso di Hamas.


Era pura follia. Se così si potevano segnare punti nella lotta contro l'OLP, aiutare un soggetto che si muoveva con logiche e scopi così diversi, così islamisti rispetto al noto laicismo dell'OLP; e per di più in una situazione avvelenata come Gaza, poteva solo produrre fenomeni incontrollabili. Inoltre, Hamas notoriamente lavorava sui tempi lunghi, confidando in Allah, mentre l'OLP ragionava in termini politici e quindi più immediati, fallaci. Aiutare la crescita di Hamas era una scelta suicida.
 
Kurtzer aveva già litigato con gli israeliani che governavano Gaza, e si era sentito dire che non c'era nulla di vero. Era un diplomatico di carriera ed esperto conoscitore dell'area, sapeva bene che questo tipo di decisioni non sono mai prese a livello formale, con un bel verbale in consiglio dei ministri. Kurtzer stesso la definì in seguito la politica del cazzeggio, dell'improvvisazione così come viene.
 
Nella migliore delle ipotesi, e a voler essere molto ottimisti, era la politica di Dayan già formulata all'indomani del 1967, di tolleranza religiosa per evitare di innescare una mina incontrollabile mescolando religione e politica.
Ma quando diventò una tattica di indebolimento dell'OLP tramite la crescita di Hamas, questo innescò un processo incontrollabile. Era, appunto, tattica, non strategia: si sarebbe vinto qualche punto e persa la partita.
 
Anche altri diplomatici americani e analisti della CIA condividevano le paure di Kurtzer ma non riuscirono ad opporsi per la semplice ragione che la stessa tattica, con uguale miopia, veniva usata dal loro governo.
Erano gli anni della presidenza Reagan, che in accordo con l'Arabia Saudita – al cui confronto Hamas spiccava per la sua moderazione – stava armando alla grande i talebani in Afganistan, per opporli all'Unione Sovietica.
 
In questo grande gioco era coinvolto anche Israele, che su incarico degli americani dava armi sia ai guerriglieri islamici in Afganistan sia all'Iran. Una delle poche teste ragionanti, ovvero re Hussein, ammoniva che queste imprese avrebbero solo prodotto disastri, ma non lo ascoltavano.
 
Tutto questo può apparire storia passata, ma non lo è. Hamas e OLP hanno appena concluso un accordo per presentare eventualmente uniti a un negoziato o a passaggi cruciali come la  discussione all'ONU del prossimo settembre. E Natanyahu ha detto in ogni possibile sede che mai tratterà con l'OLP se non rompe con Hamas.
 
Come tutti i politici, è di memoria corta e spera che nessuno ricordi questa vecchia storia. La scelta di aiutare Hamas venne presa sia dalla destra sia dalla sinistra, anzi dal Likud di Shamir, che sull'argomento palestinesi era di durezza estrema. Per ben 6 anni, dal 1984 al 1990, laburisti e Likud hanno governato insieme. In altre parole, la cieca politica verso Hamas è assolutamente bipartisan. Come disse Kurtzer, erano diventati matti.