Anche parlando, difficilmente ci si capisce
di Simona Sermoneta
Intervento per la Giornata israelo-palestinese,
Sulmona, 4 ottobre 2011
Sono ebrea, nata a Roma. La mia famiglia si è trasferita in Israele nel 1968, poco dopo la Guerra dei sei giorni. Io avevo 7 anni.
Ho pensato di raccontarvi delle mie esperienze perché forse possono contribuire ad illustrare i motivi alla base della mancanza di comunicazione tra Israeliani e Palestinesi o meglio, l'incapacità di molti Israeliani di comprendere.... Non lo dico per giustificare chi non comprende né per condannarlo, ma perché sono questi i meccanismi che in qualche modo bisognerebbe rompere o bypassare per arrivare ad una pace giusta e quindi duratura.
Appena sbarcati in Israele, essendo ebrei, era a noi assicurata la cittadinanza israeliana immediata, accompagnata da un pacchetto di agevolazioni. Questo, grazie alla cosiddetta “legge del ritorno”. Un ritorno che non spetta ai Palestinesi e che nel caso mio invece era un termine un po' forzato.
La famiglia si stabilì in una piccola cittadina, Ra'anana, nata negli anni 20 su terre che sionisti americani acquistarono dal vicino villaggio palestinese di Tabsur.
Nel 1948 la popolazione di Tabsur fu cacciata e Tabsur – villaggio completamente distrutto e terre annesse - fu inglobato nelle vicine cittadine israeliane di Ra'anana e Bazra.
I residenti di Tabsur, relativamente fortunati nella loro disgrazia, ricostruirono le loro vite qualche chilometro più a est, in Cisgiordania. Ma non avranno pace: perderanno il 40% delle loro nuove terre con il muro costruito a partire dal 2002.
Questa storia non è un'eccezione. Nella guerra del 1948 sono stati cancellati centinaia di villaggi palestinesi e spopolate molte città. I Palestinesi hanno vissuto una vera e propria catastrofe: il paese si è pressoché svuotato. Circa 750.000 profughi – la metà della popolazione araba palestinese, ha perso tutto, famiglie separate, gente dispersa, vite spezzate ...
Ovviamente, non ero assolutamente cosciente di tutto questo. Tabsur non c'era più da almeno vent'anni e nessuno ne parlava.
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Dopo la Guerra dei sei giorni, si viene a creare una situazione per cui la popolazione palestinese è divisa grosso modo in quattro categorie, ed è importante ricordare che spesso i membri di una singola famiglia appartengono a categorie diverse:
- I Palestinesi all'interno delle zone assegnate allo stato israeliano nella partizione proposta dall' ONU nel '47, o rimasti nelle zone occupate da Israele nel '48 – hanno cittadinanza israeliana, ma sono lontani dal godere eguali diritti. Queste persone oggi rappresentano il 20% della popolazione israeliana. Importante è ricordare che tra di loro ci sono molti “profughi interni”, rimasti all'interno dello stato israeliano ma che non sono potuti tornare nei loro villaggi o città.
- In Gaza e Cisgiordania, occupate nel '67 – la popolazione palestinese è sotto occupazione militare, molti in campi profughi.
- A Gerusalemme est, occupata nel '67 e annessa nel 1980 – i Palestinesi sono residenti ma non cittadini.
- Poi c'è la diaspora palestinese, soprattutto nei paesi arabi – Giordania, Libano, Siria, Egitto. Anche qui, esistono diversi campi profughi.
Fino agli anni '80 era facile muoversi tra i territori occupati nel '67 e le località israeliane.
Da Ra'anana, per esempio, c'era chi andava alla vicina cittadina di Kalkilya per comprare prodotti palestinesi o chi andava a fare una gita a Gerico. Moltissimi Palestinesi dei territori occupati lavoravano al di là della linea verde. Anche nella nostra cittadina c'erano dei lavoratori palestinesi, quasi tutti uomini adulti, in genere impiegati come operai. Ma un profondo divario, anche economico, determinava contesti tali da non permettere nessun tipo di vera comunicazione. Li vedevo sulle impalcature, ma non ci ho mai parlato.
Non capivo l'arabo, che per altro rappresentava la “lingua del nemico”, e addirittura mi destava un po' di apprensione. Anche le scritte in arabo – caratteri che non sapevo leggere - mi facevano una certa impressione.
Secondo l'Istituto israeliano di statistica (2003) – il 79% della popolazione ebraica adulta in Israele non conosce affatto la lingua araba. Me compresa... Questo è grave e pericoloso, perché comporta ulteriori paure e incomprensioni.
A scuola tutti - insegnanti e alunni - erano israeliani ebrei e laici. La scuola israeliana, infatti, è divisa tra i vari settori della popolazione - ebraico laico, ebraico religioso-nazionalista, ebraico ultraortodosso, arabo... in modo che le scuole sono quasi tutte omogenee. Non si ha modo di incontrare l'altro.
In mille modi, anche attraverso la scuola, la storiografia sionista ci propinava una versione alquanto distorta e parziale dei fatti. Non so nulla dei libri di testo nuovi, ma ecco alcuni dei messaggi che il sistema scolastico israeliano impartì a noi, negli anni settanta:
1) Noi siamo i diretti discendenti dell'antico popolo di Israele, tornati dopo millenni nella nostra terra dalla quale fummo esiliati 2000 anni fa.
- Non vedo come si possa negare il ritorno a chi è stato esiliato 60 anni fa insistendo sul diritto al ritorno di chi forse è il remotissimo discendente di persone esiliate 2000 anni fa.
2) l'antisemitismo ci è stato e ci sarà sempre e ovunque. Persecuzioni millenarie sono culminate con lo sterminio in Europa.
L'unica soluzione per noi è quella di avere uno stato ebraico indipendente, cioè il sionismo.
Le tecniche di suggestione sono state perfezionate negli ultimi anni. Oggi moltissimi dei ragazzi fanno un viaggio con la scuola ad Auschwitz, in Polonia. Visitano il luogo dello sterminio per antonomasia, avvolti da bandiere israeliane protettrici. Tornano profondamente scossi e fortemente convinti.
- La sacrosanta memoria delle persecuzioni e della Shoah – che ha colpito anche la mia stessa famiglia in Italia, e che ha pressoché sterminato la famiglia di mio marito in Polonia, viene così strumentalizzata per provocare una paura atavica della vita al di fuori di Israele, spingendo la gente ad ingrossare le file di un movimento politico, il sionismo, e ad alimentare le statistiche demografiche di Israele.
Non è facile far parte di una minoranza. Può diventare anche micidiale. Ma al di là delle considerazioni etiche legate al fatto che la proposta sionista comportava l'occupazione di una terra già abitata, il sionismo neanche risolve il problema! La vita in Israele non è affatto meno pericolosa. Purtroppo, inoltre, sullo sfondo della storia del conflitto e delle attuali politiche israeliane, la diffusa confusione tra i sostantivi sionista (questione di ideologia politica), israeliano (cittadinanza) ed ebreo (religione/cultura), confusione alla quale contribuisce non poco la retorica dello Stato di Israele, rappresenta un grande fattore di rischio per gli ebrei in altri paesi del mondo.
3) Israele è uno stato ebraico e democratico
- Questo è un ossimoro. Se il 20% della popolazione israeliana viene concepita non come cittadini alla pari degli altri, ma come una “minaccia demografica”, non siamo in democrazia ma in etnocrazia. Per definizione, un'etnocrazia democratica è un controsenso.
Non aiuta neanche il permanente stato di emergenza dichiarato per la prima volta il giorno in cui fu fondato lsraele, e rinnovato ogni sei mesi da allora fino ad oggi. Si tratta di uno stato giuridico che permette, tra tante altre cose, di sbattere gente in galera per anni senza processo.
4) Siamo un piccolo paese circondato da nemici,
- Sarà pure vero, ma questo conflitto non nasce da un odio insensato. Ha i suoi presupposti in un vero, enorme torto che deve essere in qualche modo riparato e invece viene ulteriormente aggravato negli anni.
5) Abbiamo sempre combattuto in pochi contro molti
- Forse (anche se non proprio sempre), ma Israele ha goduto di vantaggi di altra natura – economici, politici e diplomatici, organizzativi, militari, tecnologici. Non è certo una vittima indifesa.
6) Nel 1947 Israele accettò la spartizione e gli Arabi no. Il primo conflitto arabo israeliano ebbe inizo quando – non appena Israele dichiarò la sua indipendenza nel maggio del 1948 – il nostro neonato staterello fu invaso da cinque eserciti arabi intenzionati a gettarci a mare.
- Il conflitto con i Palestinesi ebbe inizio molto prima, nei primi anni '20, e si aggravava man mano che si palesava l'intenzione dei sionisti di impossessarsi della Palestina. La spartizione fu accolta dai Palestinesi con scioperi e proteste di massa, precipitati in guerra civile. Tra l'aprile e il maggio del 1948 prima quindi dello scoppio delle ostilità con gli Stati arabi, le forze Israeliane avevano iniziato l'attuazione del Piano D, che autorizzò l'espulsione delle popolazioni civili.
- Quanto alla spartizione, mettiamoci un attimo nei panni dei Palestinesi. Chi avrebbe accettato che si cedesse il 56% del proprio territorio, come proponeva l'ONU nel 1947 ?
Tornando anche molto indietro, al lontano 1917, si capisce bene l'opposizione araba alla dichiarazione di Balfour, Ministro degli esteri dell'Impero britannico, che prometteva “la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”. Si capisce la loro opposizione se si pensa che il governo Britannico - cioè una potenza europea, straniera – si arrogava il diritto di promettere la Palestina ad altri, e neanche solo agli ebrei della Palestina che allora costituivano il 10% della popolazione locale (molti dei quali non erano affatto sionisti), ma agli ebrei tutti (anch'essi, a proposito, non proprio sionisti all'epoca).
Inoltre, la convizione che l'intenzione dei Palestinesi sia proprio quella di massacrare tutti gli Israeliani è la seconda grande paura che tiene gli Israeliani sotto il controllo dei loro governi e la pace lontana. Certo, più va avanti la guerra, più la situazione precipita, facendo vittime e suscitando odio, ma l'esempio del Sud Africa ci dimostra che una via di uscita potrebbe esserci.
7) Quanto ai profughi del '48, la responsabilità è degli stessi “Arabi” (la parola Palestinesi non si usava allora). Sono fuggiti, convinti dai loro leader che sarebbero potuti tornare da vincitori una volta eliminato lo Stato di Israele con l'aiuto degli altri Stati arabi.
- Fuggiti o cacciati, Israele ha impedito il loro ritorno. Secondo Benny Morris, oltre il 90% delle cosiddette “incursioni clandestine” tra il 49 e il 53 altro non erano che profughi che tentavano di tornare alle loro case e alle loro terre. Israele ha contrastato questi movimenti sparando. Solo successivamente, tra il 53 e il 54 ci furono vere incursioni.
8) Il nostro esercito non a caso si chiama Forze di difesa Israeliane. Tutte le guerre di Israele sono state di autodifesa e non di aggressione. Le abbiamo combattute nostro malgrado. L'esercito israeliano è l'esercito più morale del mondo.
- A questo punto chi ci crederebbe più?
9) Noi abbiamo sempre voluto la pace, ma gli Arabi sono stati intransigenti
- Le ricerche dello storico israeliano Avi Shlaim dimostrano spesso il contrario.
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Ma tutto questo lo capii solo successivamente. Torniamo alla nostra storia.
Ovviamente ero cosciente del conflitto, ma era soprattutto “roba da adulti”. Dal punto di vista di un bambino sembrava tutto normale.
Nel 1973, a 12 anni, per la prima volta ho sentito il conflitto da vicino – i carri armati israeliani che passavano per il centro di Ra'anana, il terrore, la sirena, il rifugio, il telegiornale sull'andamento della guerra di Kippur, gli adulti preoccupati.
Durante l'adolescenza iniziavamo ad esplorare le diverse posizioni, e nel 1979 voto per la prima volta alle elezioni. La scelta è tra partiti sionisti di diverso genere, e comunque, come per la maggior parte degli Israeliani ebrei, l'antisionismo non mi passava proprio per la testa. A proposito, a partire dal 1985 la legge israeliana addirittura proibisce la partecipazione alle elezioni di partiti che “negano il carattere ebraico (e democratico) dello stato di Israele”, per cui la scelta è molto circoscritta in partenza.
La sinistra proponeva di risolvere il conflitto in base alla formula “territori in cambio di pace”. Territori conquistati nel 1967, s'intende. La destra parlava del nostro diritto inalienabile a dominare l'intero territorio dal fiume Giordano al mare. “Pace in cambio di pace”.
Il '48, la questione dei profughi, che per i Palestinesi è al cuore del conflitto, non faceva parte del discorso. Secondo il sociologo Yehuda Shenhav è proprio questo il motivo per cui non si è mai arrivati alla pace: la rimozione della Nakba (la catastrofe). Oggi la sensibilità al tema è un po' maggiore da quando, aperti gli archivi di Stato negli anni '80, diversi studiosi israeliani hanno rivisitato criticamente la storiografia di Stato israeliana. Rimane, comunque, una forte tendenza ad evitare l'argomento, e la cappa repressiva del governo contro chi lo vuole invece sollevare (Palestinesi e Israeliani, spesso in progetti comuni), si sta facendo più densa.
Anche l'ipotesi di uno stato palestinese era inaccettabile a molti in quegli anni. Ora tutti ne parlano ma la politica d'insediamento portata avanti da tutti i governi israeliani da oltre quarant'anni ha molto probabilmente reso questa opzione non più praticabile.
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Solo a 23 anni incontro i primi “veri” Palestinesi all'Università di Geruslamme. Studenti come me. Sento per la prima volta testimonianze di prima persona. Mi sento confusa, sotto accusa, un po' in colpa, un po' indignata, a volte anche addirittura impaurita. Come durante una passeggiata con un compagno palestinese, cittadino israeliano, nel boschetto di Gerusalemme.
Ecco un altro paraocchi: come altri progetti di forestazione della Keren Kayemet Leisrael, anche questo boschetto piantato negli anni 50, aveva la duplice funzione di occupare terre in mancanza di coloni sionisti, e di nascondere i resti di villaggi distrutti. Il mio amico mi indicò Deir Yassin, un villaggio in cui avvenne un truce massacro nel 1948. E' un nome noto, Deir Yassin, spesso usato come parola d'ordine tra Palestinesi nelle loro manifestazioni e lotte, come anche Yaffa, Haifa, Lidda, ed altri siti e città spopolati, ma che ora fanno parte del consenso israeliano, nel senso che sono all'interno dei confini largamente accettati del 1967. Cosa mi stava dicendo? Che non avevo il diritto di vivere qui? Forse mi ritiene responsabile di quel massacro inquanto israeliana? Avrà intenzione di vendicarsi? Mi saltò addosso un profondo terrore, che più che riflettere le intenzioni del mio amico, rifletteva i miei pregiudizi nei suoi confronti.
Dai tempi dell'università mi rimane un solo amico palestinese, residente in Gerusalemme est, con carta d'identità israeliana e passaporto giordano. Se lascia Gerusalemme per oltre tre mesi perde la residenza e non potrà più tornare a casa.
Un altro amico, proveniente da un piccolo villaggio nei pressi di Hebron - Bet Ummar - e quindi dei “territori”, l'ho conosciuto nei primi anni '90 quando s'intrufolava con sempre maggiori difficoltà oltre la linea verde per cercare lavoretti saltuari. Bussò alla mia porta per chiedere se avevo qualche lavoro per lui. Negli anni la sua condizione andò aggravandosi – arrivare a Gerusalemme diventava sempre più difficile e rischioso, uno dei suoi figli fu arrestato proprio per aver fatto questo, a noi era proibito visitarli e ospitarli (l'abbiamo comunque fatto). Faceva anche l'insegnante di scuola ma la paga da parte dell'Autorità Palestinese era estremamente irregolare e poi cessò di arrivare del tutto per via di sanzioni da parte di Israele, UE e Stati Uniti. Gli accordi di Oslo, a proposito, tagliarono Bet Ummar in due – parte in area B e parte in area C. La disoccupazione arriva all' 80%. Il mio amico Infine trovò il modo di emigrare clandestinamente negli Stati Uniti con parte della sua famiglia, lasciando i due figli grandi in Palestina. Non riesco a contattarlo da più di un anno.
Sono cose delle quali mi sono resa consapevole con gli anni. La mia reazione iniziale fu quella di nascondermi dietro la frase “io non mi occupo di politica”. Ma non durò a lungo. Comunque sia, la politica si occupa di tutti noi, nel bene e nel male, e non possiamo lasciarla fare.
Mi identificavo con la sinistra sionista . In quel periodo sostenevo una pace basata sull'idea di due stati per due popoli e cercavo di contribuire. Ho partecipato a manifestazioni, a presidi, alla ricostruzione di qualche casa abbattuta dall'estercito. Ma le contraddizioni le sentivo sempre più presenti.
Con gli accordi di Oslo nel 93 la soluzione dei “due stati” sembrava quasi a portata di mano. La felicità e il sollievo furono grandi, ma presto andò tutto in malora – i coloni si scatenavano e gli attacchi palestinesi nelle città israeliane si intensificavano. Rabin venne assassinato nel 95 durante una manifestazione a sostegno degli accordi da un colono ebreo – eravamo in piazza e lo abbiamo visto con i nostri occhi. Ogni due per tre i negoziati entravano in stallo, e in tutto questo i governi israeliani continuavano a colonizzare e a reprimere.
Nel 2000, a Camp David si capisce che per Oslo è la fine, e scoppia la seconda Intifada.
Molti rivedono la propria posizione. Anche noi, io e mio marito, leggendo e ragionando insieme, ci rendiamo conto che questo processo di pace era probabilmente fallito in partenza. Se Israele rimane uno stato etnico, non ci può essere uguaglianza per i Palestinesi in Israele, e se non si parla di profughi, non si sana il conflitto. Lo Stato ebraico e democratico è una finzione. E la pratica sionista è una progressiva, graduale, pulizia etnica della Palestina. Sarà pericoloso un unico Stato democratico? Forse. Ma non vedo alternative.
Intanto gli accordi sono ironicamente serviti ad intensificare la colonizzazione e a restringere ulteriormente le zone palestinesi. Oggi, tra Zone A, B, C, 600 posti di blocco, colonie e strade bypass, la Cisgiordania è uno spazio disomogeneo e invivibile.
Dopo la seconda Intifada le restrizioni sui Palestinesi sono aumentate ulteriormente e Israele è passato ad agire unilateralmente. Gaza è sotto assedio da quattro anni e ha subìto il micidiale attacco denominato Piombo fuso, in Cisgiordania è stato eretto il Muro, il movimento, non solo verso Israele, ma anche tra le varie zone dei territori è diventato pressoché impossibile per i Palestinesi, e agli Israeliani è proibito andare nelle zone palestinesi.
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Volevo farvi vedere come la realtà fisica, militare, giuridica, linguistica e sociale tiene le due popolazioni separate, e come – riscrivendo la storia, istillando paure, manipolando il vocabolario (esempio eclatante ma tutt'altro che unico, l'invasione del Libano nel 1982 è stata nominata non Guerra del Libano ma addirittura Pace per la Galilea), e ancora, squalificando partiti, usando leggi e pretesti di sicurezza e di emergenza, cambiando i toponimi, persino piantando boschetti, e non ho avuto modo di parlare di come vengono presentate le notizie – come in mille modi Israele controlla le menti degli Israeliani. A tal punto che anche incontrandosi, anche parlando, difficilmente ci si capisce. Forse qualche progetto comune può aiutare a penetrare questa fitta nebbia, ma ci sono due rischi –
il primo è quello di creare una falsa simmetria tra l'aggressore e la vittima. Perché la maggioranza degli Israeliani si deve ancora rendere conto che il suo paese da oltre 60 anni sta effettuando una pulizia etnica in Palestina usando cioè violenza militare, burocratica ed economica per limitare al massimo il numero di Palestinesi sul territorio.
Il secondo rischio è quello di placare le coscienze senza che ci si avvicini alla giustizia e quindi alla pace.