La follia di Goldstone: misera e immorale

Richardfalk.wordpress
04.11.2011

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La follia di Goldstone: misera e immorale.

di Richard Falk

Questo post è una versione lievemente rivista di un articolo online pubblicato ieri da Al Jazeera English

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Certo, il The New York Times non avrebbe osato  rifiutare un pezzo al nuovo Richard Goldstone che si era già riproposto come guardiano della reputazione mondiale di Israele pur se, in precedenza,  era stato consacrato quale l'insigne giurista che aveva messo da parte mirabilmente identità etnica e personali appartenenze quando si era trattato di svolgere il compito professionale di specialista in diritto penale internazionale o di eseguire missioni investigative e di inchiesta di alto profilo sulla scena internazionale. Pare che fosse perfino disposto a confrontarsi con le furie sioniste di Israele quando era stato criticato da uno dei loro epigoni per il fatto di presiedere una commissione delle Nazioni Unite incaricata di valutare le accuse sui crimini di guerra israeliani durante la guerra di Gaza del 2008-09.

 

 

Pochi mesi fa, Goldstone ha compiuto il passo irresponsabile di ritrattare unilateralmente una conclusione fondamentale del “Rapporto Goldstone” nel corso di quegli attacchi a Gaza. L’ex giudice ha scritto, in quell’occasione in una rubrica del Washington Post, che il Rapporto sarebbe stato diverso se avesse saputo allora quello di cui ora era venuto a conoscenza, Un’affermazione arrogante dal momento che era solo uno dei quattro membri della commissione incaricata dal Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e considerando che gli altri tre avevano ribadito pubblicamente la certezza sulla conclusione originale come formulata nel rapporto scritto e pubblicato mesi prima. Quello che avrebbe dovuto screditare questo iniziale tentativo di Goldstone di ripristinare le credenziali sioniste intaccate è stato il non consultare gli altri membri della commissione prima di precipitarsi a pubblicare con il  cambiamento, pare opportunistico, di posizione. E’ pure interessante che scelga di esibire questo nuovo ruolo sulle pagine dei più importanti giornali statunitensi e, secondo quanto si riferisce, che abbia rafforzato il tono e la sostanza del suo ritrattare dopo il respingimento da parte di Times della versione originale dell’articolo, presumibilmente perchè troppo blanda. Per andare in stampa con questo traballante cambiamento di posizione, ha compiuto questi straordinari sforzi. 

Ora, alla vigilia della terza sessione del Tribunale Russell sulla Palestina, programmata a Città del Capo tra il 5 e il 7 novembre, Goldstone è nuovamente corso in difesa di Israele in un modo altamente fazioso che abbandona ogni pretesa di ragionevole rispetto sia degli obblighi di legge da parte di coloro che detengono il potere, che del diritto giuridico di quelli che si trovano in condizioni di vulnerabilità. Ricorrere a un tribunale di qualità, in questo caso costituito da, e a cui partecipano coloro che hanno la più elevata autorità morale e cognizione specialistica, è una risposta costruttiva e seria al fallimento dei governi e delle istituzioni internazionali nel sostenere e applicare nel corso di molti anni il diritto penale internazionale, e alla indisponibilità sia della Corte Internazionale di Giustizia che della Corte Penale Internazionale. Le persone di buona volontà dovrebbero accogliere con favore, come attesi da tempo, tali lodevoli tentativi della ONG Russell, anzichè rigettarli, come fa Goldstone, per la loro supposta interferenza con inesistenti e altrettanto irrilevanti trattative tra le parti. Coloro che saranno i giurati nel valutare queste accuse di apartheid contro Israele sono persone di autorità morale nel mondo; il loro responso a riguardo di tale accusa sarà sorretto dalla testimonianza di esperti del conflitto e da giuristi di statura mondiale. Goldstone dovrebbe essere imbarazzato dallo scrivere in modo derisorio di queste personalità sudafricane, quasi delle icone, quali l’Arcivescovo Emerito Desmond Tutu e Ronnie Kasrils o di figure di fama internazionale come la scrittrice su base morale Alice Walker, il Premio Nobel per la Pace Mairead Maguire, la già eletta al Congresso degli Stati Uniti Cynthia McKinney, il 93enne sopravissuto all’olocausto ed ambasciatore francese, Stephane Hessel, così come molte altre personalità di chiara fama. 

Un ulteriore imprimatur di rispettabilità al Tribunale Russell è dato dal fatto che all’evento partecipi  John Dugard, una volta stretto collega di Goldstone. Dugard a livello internazionale è considerato come la voce più autorevole del Sud Africa tutte le volte che si effettuano dei confronti giuridici tra l’apartheid praticato in Sud Africa e quello che si dichiara sussistere in Palestina. Il professor Dugard svolgerà un ruolo di primo piano nelle procedure del Russell, fornendo testimonianze di esperti a sostegno delle argomentazioni giuridiche per accusare Israele del crimine di apartheid. Il professor Dugard, avvocato molto stimato a livello internazionale e figura pubblica nel mondo, è stato scrupoloso nell’impegno di riferire fedelmente sulla situazione della Palestina occupata, quando per sette anni ha agito come Relatore Speciale per il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che lo ha condotto,già in questo ruolo, nonostante il temperamento giuridico prudente, ad affermare, nei rapporti ufficiali presentati diversi anni fa alle Nazioni Unite, il carattere di apartheid dell’occupazione. 

Goldstone condanna l’iniziativa prima che cominci, senza citare la presenza di tali insigni partecipanti, disprezzando questa indagine sull’ingiustizia e la criminalità delle pratiche discriminatorie israeliane connesse alla prolungata occupazione della Palestina, col sostenere che va intesa come un “assalto” a Israele al “fine di isolare, demonizzare e delegittimare” il paese. Nello stile più aggressivo della pubblica accusa, demonizza questi giurati Russell senza nome come individui prevenuti che hanno un “punto di vista intollerante verso Israele”. Il nuovo Goldstone adotta la usuale prassi israeliana di denigrare quanto si prevede con la condanna di qualsiasi voce critica, per quanto qualificata e sincera possa essere, senza preoccuparsi di prendere in seria considerazione la plausibilità delle accuse di apartheid. Il fatto che coloro che conoscono bene le politiche israeliane siano dei critici netti non invalida quanto osservato, ma pone sfide sostanziali che possono essere affrontate  solo esibendo prove convincenti e controbilancianti. Realtà sbilanciate possono essere accuratamente descritte solo da una valutazione di parte se la veridicità ha da essere la guida per decidere se c’è o meno parzialità. Se il messaggio contiene notizie spiacevoli, merita rispetto, proprio perché è consegnato da un corriere di fiducia. Andrebbe rispettato, non scartarlo in modo sommario, in quanto questo particolare messaggero ha credibilità associata ad una reputazione professionale impeccabile, rafforzata nel contesto del Tribunale Russell dalla ricchezza di una precedente esperienza che ha predisposto e istruito lei o lui a comporre un messaggio con un taglio particolare. 

La principale tesi di Goldstone è che accusare Israele del crimine di apartheid è un tipo di “calunnia” che ,nelle sue parole,  non è solo “falsa e malevola”, ma pure “preclude, anzichè promuovere, pace e concordia.” 

Naturalmente, è necessario attendere le deliberazioni del Tribunale Russell per stabilire se le imputazioni di Apartheid sono accuse irresponsabili da parte di critici ostili o risultano fondate, come ritengo, nella realtà di un sistematico regime giuridico di separazione discriminatoria di israeliani privilegiati, in particolare di diverse centinaia di migliaia di coloni illegali, da palestinesi privi di diritti e spesso espropriati, nativi nel territorio così a lungo occupato da Israele. Lo Statuto di Roma del Tribunale Penale Internazionale considera l’apartheid come uno tra i diversi tipi di crimini contro l’umanità, associando il perpetrarlo ad una discriminazione grave e sistematica. 

Anche se il crimine deriva il suo nome dall’esperienza sudafricana terminata nel 1994, ora è stato generalizzato per far riferimento a qualsiasi condizione che impone un regime oppressivo basato sull’identità di gruppo e con lo scopo di beneficiare una collettività dominante che, in modo coercitivo, attraverso il controllo del sistema giuridico usa violenza a una soggiogata. E’ vero che  la base per disegnare la linea di demarcazione tra le due collettività è la "razza", ma la definizione giuridica della medesima è stata ampliata per chiarire, oltre ogni ragionevole dubbio, che la pratica dell’apartheid può essere adeguatamente associata a ogni forma di antagonismo di gruppo che si traduce in un regime giuridico che incorpora l'ineguaglianza come caratteristica di base. Ciò include regimi che basano la loro classificazione umana di appartenenza a un gruppo facendo riferimento all’identità nazionale ed etnica, come è il caso per quanto attiene a israeliani e palestinesi. Il governo stesso di Israele ha attirato l’attenzione su questo divario etnico/religioso richiedendo che la sua minoranza palestinese e l’Autorità palestinese accettino ufficialmente il suo carattere di “Stato ebraico”. 

Le prove schiaccianti di discriminazione sistematica sono impossibili da trascurare in qualsiasi oggettivo descrivero l’attuale occupazione da parte di Israele della West Bank, e, in misura minore, di Gerusalemme Est. Il modello di istituire colonie per israeliani in tutta la West Bank  viola non solo il divieto, parte nel diritto internazionale umanitario, di trasferire membri della popolazione occupante in un territorio occupato. Crea pure la razionalizzazione operativa  da parte di Israele per istituire  un regime giuridico che separa e soggioga. Da questo fenomeno coloniale  deriva una comunità israeliana protetta da forze di sicurezza, dotata di una rete stradale ad alto costo per soli coloni, che fruisce della tutela costituzionale israeliana, a alla quale è dato accesso diretto senza controllo in Israele. Ne segue  pure una comunità  palestinese  soggetta a un’amministrazione militare spesso offensiva, senza la tutela di diritti reali, che vive ogni giorno con grande difficoltà per le molte e gravose restrizioni al movimento, sottoposta a una vasta gamma di condizioni pericolose e umilianti che comprendono l’uso frequente di una forza arbitraria ed eccessiva da parte israeliana, le demolizioni di case,  arresti notturni e  incarcerazioni, che espongono i palestinesi nel loro insieme alle traversie di una vita fatta di acuta umana  insicurezza. Il contrasto tra queste due serie di condizioni, tradotto nei termini di regimi giuridici operativi, per due popoli che vivono l’uno accanto all’altro fa sì che le accuse di apartheid risultino convincenti, e se c’è calunnia, allora  va attribuita a quelli che, come Goldstone, tentano di diffamare e screditare l’eroico tentativo del Tribunale Russell di sfidare lo scandalo del silenzio che ha permesso a Israele di perpetrare l’ingiustizia senza esserne considerato responsabile. 

L’attacco preventivo di Goldstone contro il Tribunale Russell è difficile da prendere sul serio. E’ formulato in modo tale da indurre in errore e confondere un pubblico generalmente poco informato. Ad esempio, nell’articolo dedica molto spazio a dipingere un’immagine in generale rosea ( e falsa) delle attuali condizioni di vita della minoranza palestinese in Israele, senza nemmeno prendere nota della loro storica esperienza di espulsione, la Nakba. Sottovaluta drammaticamente lo status deplorevole degli israeliani-palestinesi che vivono come minoranza discriminata, nonostante godano di alcune delle prerogative della cittadinanza israeliana. Il principale argomento diversivo del contendere di Goldstone è che l’apartheid non può essere ritenuto credibile in un contesto istituzionale nel quale, attualmente, ai palestinesi è stato accordato il diritto di cittadinanza; ma non ha mai il coraggio di sollevare la questione di ciò che significhi chiedere a palestinesi cristiani e musulmani di giurare fedeltà a ‘uno stato ebraico’, per sua natura equivalente a fratturare una comunità fondata su di una disuguaglianza su base razziale. Pochi sosterrebbero che questo modello di inaccettabile disuguaglianza equivalga a una struttura di apartheid all’interno di Israele, e l’accusa di Russell non lo sostiene, ed è probabile che rinunci all’accusa di apartheid connessa con le vicende concomitanti al fondare  Israele alla fine degli anni ’40, perché, dal punto di vista del diritto internazionale, sono avvenute prima che l’apartheid fosse rclassificato come un crimine, a metà degli anni ’70. 

Il Tribunale sta concentrando l'attenzione sulla situazione esistente nella West Bank che è stata occupata fin dal 1967. John Dugard, per ridurre le tensioni, ha rilasciato una dichiarazione, con la quale fa sapere che la sua testimonianza sarà destinata esclusivamente a verificare il sussistere di condizioni di apartheid nei Territori Occupati, ciò che riflette la sua specifica competenza. [ Vedi Dichiarazione di John Dugard, “Testimonianza al Tribunale Russell sulla Palestina: Apartheid and Occupation of Palestine”, Aljazeera, 4 nov 2011]. Che Dugard abbia dovuto rilasciare tale dichiarazione è una sorta di ambiguo omaggio al successo del tentativo hasbara [propagandistico] di Goldstone di sviare e stravolgere. Per quest'ultimo, il confutare la tesi dell’apartheid ricorrendo all’attuale situazione all’interno di Israele, ignorando nel contempo in pratica che l’accusa riguarda principalmente l’occupazione, è una strabiliante manifestazione di malafede. Lo sa bene. Tentando di confutare l'accusa di apartheid, che probabilmente sarebbe considerata dubbia dal punto di vista giuridico per via della retroattività,  evita qualsiasi riferimento all’espulsione di massa dei palestinesi dalle loro terre nel 1948 da parte di Israele e la successiva distruzione di centinaia di villaggi. 

Con spudorato abbandono, nella diatriba si affida a un altro trucco processuale: insistere che l’apartheid è un crimine strettamente circoscritto al campo razziale, dell’esatto tipo di quello che esisteva nel Sud Africa, è certo insincero. Tiene in scarso conto l’esplicito intento giuridico, come sancito nell’autorevole Statuto di Roma e nella Convenzione Internazionale sul Crimine di Apartheid, di concepire la razza in senso molto più ampio, che si applica al conflitto israelo/palestinese se si può  stabilire in modo convincente, come ritengo che sia il caso, che il carattere discriminatorio è sistematico e  legittimato dai Codici di legge. 

La triste saga della discesa di Richard Goldstone dalle vette del rispetto e della fiducia a questo squallido ruolo di gladiatore giuridico che giostra in modo avventato a favore di Israele è tanto indecoroso quanto poco convincente. Fuori di dubbio, si tratta di un processo più  personale e complesso che un capitolare alle pressioni sioniste, che sono state ancor più sgradevoli ed evidenti del solito, oltre a essere chiaramente diffamatorie; ma ciò che ha portato esattamente al  cambio radicale di posizione resta un mistero. Al momento non c’è né un racconto autobiografico,  nè un’interpretazione convincente di terze parti. Goldstone stesso è rimasto in silenzio su questo punto, sembra volerci far credere di essere ora tanto uomo di legge come è sempre stato, ma che solo persevera nel  tentativo imparziale,  di tutta una vita, di agire senza pensare troppo alle conseguenze. Considerato il suo manipolare polemico di fatti e di argomenti,  viene da dubitare di una spiegazione autoreferenziale di questo tipo, basata su di una presunta linearità nell’attività professionale. E’ mio avviso che ora sappiamo abbastanza per riconoscere la giustificabile caduta in disgrazia di Goldstone;  è di per se stesso un peccato che non abbia scelto di ritirarsi in silenzio dalla mischia anzichè reinventarsi come apologeta israeliano di primo piano. 

La sofferenza palestinese e la negazione dei diritti giuridici sono sufficientemente ancorate alla realtà perchè la defezione di un tale autorevole testimone equivalga a una ulteriore aggressione non solo al benessere palestinese, ma pure alla più ampia lotta per ottenere giustizia, pace, e sicurezza per entrambi i popoli. Contrariamente alle proteste di Goldstone secondo le quali il Tribunale Russell si batte contro le speranze di risolvere il conflitto, sono i Goldstone di questo mondo a produrre le cortine di fumo dietro le quali la reale possibilità di una soluzione a due-stati è stata deliberatamente distrutta dalle tattiche dilatorie di Israele mentre si accelerano le politiche di espansione e di usurpazione. 

Alla fine, se mai emergerà una pace giusta e sostenibile, si dovranno ringraziare le molteplici forme di resistenza dei palestinesi e una campagna correlata di solidarietà mondiale alla quale il Tribunale Russell promette di dare un notevole contributo. Dovremmo ricordare tutti che è difficile pronunciare il vero fino e che non lo esprimiamo,  per quanto sgradevole  possa rivelarsi!

(tradotto da mariano mingarelli)