L'inesorabile avanzata verso una Grande Israele

Middle East On Line
10.01.2012
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L’inesorabile avanzata verso una  Israele più Grande.

In costante assenza di un risoluto intervento internazionale, lo scenario più probabile è che Israele cerchi di consolidare l’occupazione di più del 40% della West Bank, compresa la Valle del Giordano, espandendo le colonie o con altre forme di annessione definitiva.

di Patrick Seale 

L’anno appena trascorso ha inferto un duro colpo – forse addirittura definitivo – al progetto, a lungo sostenuto dalla comunità internazionale, di risolvere il conflitto israelo-palestinese sulla base dei due stati. Quando gli Stati Uniti si sono dimostrati incapaci di porre fine all’inarrestabile furto di terre, è parso che niente e nessuno fosse in grado di porre un freno alla ferrea ambizione di Israele di espandere i propri confini per realizzare una “ Israele più Grande”. 
                            patrick_seale

 

Che cosa porterà l’immediato futuro? In costante assenza di un risoluto intervento internazionale, lo scenario più probabile è che Israele cerchi di consolidare l’occupazione di più del 40% della West Bank, compresa la Valle del Giordano, espandendo le colonie o con altre forme di annessione definitiva. I principali centri a popolazione araba, come Nablus, Ramallah e Gerico verrebbero recintati, anche se Israele potrebbe permettere loro dei corridoi per la Giordania. Naturalmente, questa prima parte del progetto verrebbe presentata da Israele come una dolorosa concessione. 

Se Israele riuscisse a farla franca, la fase successiva potrebbe essere molto più radicale, potendo comportare l’espulsione di un gran numero di palestinesi, probabilmente con il pretesto di una guerra come è avvenuto nel 1948 e 1967, tanto da completare la creazione della “ Israele più Grande” tra il mare e il fiume. 

Dopo l’esperienza degli ultimi due anni, nessuno dovrebbe avere il minimo dubbio sul fatto che la coalizione di destra del primo ministro Benjamin Netanyahu sia assolutamente determinata a impedire la creazione sulla West Bank di uno Stato palestinese. Per un po’, forse, dei bantustan, ma uno Stato palestinese, mai! E' noto che Netanyahu è fortemente influenzato da suo padre, lo storico Benzion Netanyahu, di ormai 101 anni, che nel passato è stato segretario di Ze’ev Jabotinsky – “il padre del sionismo revisionista” – e che è rimasto per tutta la vita un veemente sostenitore di una  Israele più Grande. Presentò una petizione Contro il Piano di Spartizione delle Nazioni Unite per la Palestina del 29 novembre 1947 fece una petizione perché , come altri,  voleva per gli ebrei l’intera Palestina. Questo resta il suo sogno. 

Che Israele si appropri di  tutta la West Bank o di solo il suo 40%, il Regno di Giordania, che è probabile sia inondato da palestinesi sfollati, sarà la prima vittima. Ariel Sharon, un fervente sostenitore delle colonie ebraiche nei Territori Palestinesi Occupati, era solito dire che “la Giordania è la Palestina”. Tremendamente preoccupata per il suo futuro – e a buona ragione - la Giordania di recente ha cercato di rilanciare il processo moribondo, ospitando un incontro ad Amman di rappresentanti israeliani e palestinesi, alla presenza di un inutile Quartetto. Com’era prevedibile, il risultato sembra esser stato del tutto pieno di concretezza. 

Lo scorso anno, il più grande shock per il cosiddetto processo di pace è stato costituito dal collasso del presidente Barak Obama di fronte all’ostinazione di Netanyahu. Dato che Obama aveva fatto sorgere le speranze di una nuova politica americana più equilibrata nei confronti del conflitto israelo-palestinese, la sua sconfitta è stata tanto più dolorosa. Quando Israele si è rifiutato di spostarsi anche di poco, Obama ha semplicemente lasciato , mostrando di non possedere alcuna tempra, neppure di quella “fermezza a fin di bene” nei confronti di Israele – che tanti osservatori del conflitto – tra cui gli ebrei americani liberal – avevano sperato di vedere. Il fallimento di Obama mette in evidenza l’enorme incidenza del controllo monopolistico dell’America sul processo di pace nel corso degli ultimi decenni, che ha semplicemente fornito la copertura all’espansione di Israele. 

L' aiuto massicio – finanziario, militariee politico – che gli Stati Uniti elargiscono a Israele sembrano non aver esercitato alcuna influenza sulle politiche israeliane. Gli effetti sono stati del tutto contrari. E’ Israele che è riuscito a plasmare la politica di Washington in Medio Oriente, non il contrario. Raramente si era visto nella storia un esempio talmente flagrante di coda che agita il cane. 

Gli arabi sono affatto nella condizione di controllare l’espansione di Israele. La Primavera Araba li ha indeboliti. I loro leader, siano essi rivoluzionari o meno, lottano per far fronte alle ricadute negative derivate dalle sommosse popolari. C’è poco tempo o energia da vendere per la causa palestinese. Gli stessi palestinesi, sotto occupazione o sotto assedio, rimangono ostinatamente divisi. Sorprendentemente, Fatah e Hamas stanno ancora polemizzando e sembrano incapaci di allestire un fronte unito, anche se il loro paese sta scomparendo sotto i loro occhi. 

Non c’è da stupirsi che gli israeliani di linea dura ritengano che un  Israele più Grande sia a portata di mano. Una spinta più forte, sembrano pensare, e sarà loro. Questo sembra essere vero per gli ultra-ortodossi, che sono più che mai interessati a mettere la loro impronta fondamentalista sulla società israeliana e i cui membri si stanno infiltrando in profondità nei ranghi di comando dell’IDF. E’ vero anche per i nazionalisti religiosi e i loro collegi di coloni violenti e fanatici, come è pure vero, naturalmente, per i politici dalla linea dura, come lo stesso Netanyahu, che sembrano credere che indebolendo e sovvertendo i vicini – e sfruttando la potenza americana per i loro fini  egemonici, al momento, soprattutto contro l’Iran – si permetta  a Israele di continuare a dominare militarmente l’intera regione per il prossimo futuro. Pace, concessioni territoriali e convivenza pacifica sono semplicemente estranei alla loro mentalità. 

Leader come Netanyahu hanno avuto responsabilità di aver sovrinteso a mutamenti molto significativi della società israeliana, tra cui un’allarmate incremento dell’intolleranza, del razzismo e della brutalità. Anche la cosiddetta borghesia liberale israeliana che si è accampata nelle tende a migliaia lo scorso anno per sottolineare le  rivendicazioni economiche, sembra mostrare uno scarso interesse per l’odio che si accumula contro Israele a causa della continua oppressione e dispossessamento dei palestinesi. 

Il conflitto arabo-israeliano – il cui nucleo è il problema palestinese – è stato la causa delle continue guerre, massacri e innumerevoli altri fatti di violenza  nel corso del 20° secolo. E ora minaccia di contaminare pure il secolo attuale. Lo spietato attacco israeliano a Gaza nel 2008 – 9 può divenire il precursore di eventi  peggiori ancora a venire. 

Lo scorso ottobre, in un discorso alla London School of Economics, il dottor Tony Klug, uno dei maggiori esperti britannici sul Medio Oriente, ha descritto la crescita della popolazione costituita dai coloni da meno di 5.000 dei primi anni ’70 ai più di 500.000 di oggi come “ uno dei suicidi-di-stato più lunghi della storia.” “Israele, “ ha dichiarato,”deve affrontare ora una scelta difficile: congelare ogni ulteriore espansione delle colonie, come preludio a negoziati rapidi e mirati sulla base dei confini precedenti al giugno ’67 con equi scambi di terreni, oppure prepararsi a un conflitto permanente e a una condizione indefinita di paria”. 

E’ possibile un cambiamento di regime in Israele? Non si può escludewre un miracolo. Ma non c’è ancora un qualche segno del grande risveglio popolare che un tale risultato  richiederebbe. Non è forse venuto il momento per la comunità internazionale di mettere insieme un pacchetto di sanzioni e incentivi tali da poter indurre Israele a cambiare rotta? Lo scopo, di certo, deve essere non solo quello di salvare Israele dall’auto – distruzione, ma pure di risparmiare il Medio Oriente dall’esperienza traumatica di quella che potrebbe essere la guerra più terribile della storia moderna. 

Patrick Seale è un giornalista inglese specializzato in Medio Oriente. Il suo ultimo libro è “The Struggle for Arabs Indipendence: Riad el-Solh and the Makers of the Modern Middle East” (Cambridge University Press) 

(tradotto da mariano mingarelli)