Ramallah: proteste giovanili e l'AP

Nena News
08.07.2012
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=27942

 

Proteste giovanili e l’AP.

 

Piuttosto che ricorrere a misure repressive nei confronti delle manifestazioni giovanili, la dirigenza palestinese farebbe meglio a rivedere la sua intera strategia per quanto riguarda l’occupazione, sostiene Hani al-Masri.

di Hani al-Masri (www.badael.ps)
 

Ramallah, 08.07.2012, Nena News – Prima persona: “Questa è la gioventù Facebook che frequenta il ristorante Beit Anissa. Che cosa vogliono dal momento che la visita di Mofaz è stata cancellata? Perché vogliono dirigersi verso l’ufficio del presidente?”

                  youthful protests

Seconda persona: “ Non essere così duro. Sono tra i migliori giovani che lottano contro l’occupazione, le colonie, il muro di separazione e la normalizzazione. Combattono per porre fine alla divisione inter-palestinese [Fatah – Hamas] e per l’unità nazionale. Erano in prima fila nelle campagne di solidarietà per la liberazione dei prigionieri [in sciopero della fame] e hanno sostenuto le loro richieste. Perché non dovrebbero dirigersi alla Muqata’a per consegnare il loro messaggio al presidente? Non è lui il presidente del popolo? Non è suo dovere ascoltare le richieste di ogni parte del popolo? Inoltre, la visita del criminale Mofaz non è stata cancellata, ma solo rinviata.”

 

Ho udito questo scambio di battute la sera di domenica scorsa, che è stata testimone di una manifestazione che si è avviata partendo dalla zona di Manara [al centro di Ramallah] ed ha cercato di raggiungere l’ufficio del presidente, senza riuscirci. E, in realtà, ho notato tra le fila dei manifestanti alcuni dei migliori studenti delle classi superiori, impiegati, avvocati, giornalisti, scrittori e attivisti sociali e politici. Non ho visto il capo di una fazione politica, né ho individuato una presenza significativa per i membri delle fazioni politiche palestinesi, neppure quelli che erano fortemente contrari alla visita di Mofaz.

 

La rabbia popolare e politica è riuscita a rinviare la visita di Mofaz che era programmata si svolgesse domenica presso la sede centrale della Muqata’a a Ramallah. Il movimento popolare ha avuto un successo parziale e ha ancora la possibilità di essere realizzato appieno se viene perseguito con determinazione, senza che venga affrettato o sia trascurata la questione dei tempi, e se non c’è violenza e reciprochi scambi di accuse di tradimento e apostasia. Questo perché, dopo le rivoluzioni arabe che hanno avuto inizio in Tunisia e in Egitto, aleggia sui cieli arabi lo spirito di Piazza Tahrir, e nessuno può volgere la storia a ritroso.

 

Secondo i circoli di Mofaz, è stato il premier israeliano Netanyahu a sventare la visita. Questo è vero. Senza trascurare l’importanza dell’azione popolare e politica palestinese volta ad annullarla. E questo perché l’atteso arrivo di Mofaz con niente in mano ha incoraggiato Abu Mazen a prendere la decisione di rinviare la visita.

 

Ciò che si deve richiedere ora è che la visita venga cancellata del tutto come preludio dell’abbandono del percorso confuso intrapreso dalla dirigenza, almeno dall’inizio del 2009. Cioè, esso ha proclamato che sarebbero stati sospesi i negoziati fino a quando non fossero state soddisfatte determinate richieste, ma poi ha ceduto alle minime pressioni per tenere colloqui diretti, indiretti, esplorativi o di altro tipo o incontri tramite lo scambio di lettere.

 

E questo è per non parlare degli incontri tra il presidente Abbas e [il presidente israeliano] Shimon Peres, [il ministro della difesa] Ehud Barak e [l’ex leader del partito Kadima] Tzipi Livni , fondati sulla pretesa che questi non erano in realtà negoziati, ma dialoghi o discussioni, che abbassano il livello della nazione e si concentrano su briciole e sul come migliorare le condizioni di vita sotto l’occupazione, ma che erano privi di un qualsiasi orizzonte politico che prevedesse la fine dell’occupazione. Ma se questi non erano negoziati  allora perché venivano fatti? Dopo tutto, essi danneggiano la credibilità della posizione palestinese e fanno sembrare come se non si credesse realmente in ciò che si dice. Il fatto è che la posizione della dirigenza palestinese è molto brutta. Non è chiaro se negozia o meno. Nonostante ciò che dice e fa per ciò che riguarda le diverse opzioni e le alternative, sembra di essere in attesa di una cosa sola – il successo degli sforzi volti a riprendere i negoziati sulla base del principio che “la vita sta nei negoziati.”

 

Lo stesso vale per la riconciliazione [Fatah/Hamas]. La dirigenza palestinese la vuole, ma ne contempo non la desidera. La rende subordinata a prerequisiti stranieri, la volontà e i finanziamenti. Parla anche di resistenza popolare, ma non s’impegna in essa e neppure fornisce le basi per attuarla. Parla anche di rivolgersi alla Nazioni Unite a tempo debito, anche se quel tempo è passato da molto in base al calendario che essa stessa aveva annunciato, perché teme di dover pagare un prezzo per questa scelta. Essa fa un passo avanti, solo per farne due indietro.

 

La soluzione sta nell’annullare l’incontro con Mofaz e di non tenerne alcuna di questo tipo, specie nella città palestinese di Ramallah. Dopo tutto, il non essere in grado di fare una guerra oggi, non vuol dire che i palestinesi debbano arrendersi. (Nell’attuale squilibrio di potere, portare avanti dei negoziati nell’ombra, dopo le passate esperienze e in vista dell’intransigenza di Israele e della febbrile attuazione dei suoi piani, equivarrebbe ad arrendersi.)

 

In effetti, il prepararsi per la guerra è la via più facile per ottenere la pace. L’alternativa a una guerra per la quale non siamo pronti e ad una pace che in realtà è un arrendersi – come alcuni sostengono – è quella di prepararsi per entrambe, sia per la guerra che per le trattative, quando queste divengono necessarie, partendo da una posizione di forza anziché di debolezza, dove i palestinesi darebbero l’impressione di elemosinare la pace. Possiamo fare delle scaramucce e delle manovre, mettere in ordine la casa palestinese e migliorare i requisiti della nostra determinazione e della nostra presenza sul suolo della nostra patria fino a che non verrà il tempo per la guerra.

 

La soluzione non sta pure nel richiedere che venga concessa la libertà di espressione e il diritto di dimostrare quando abbiamo visto come i manifestati sono stati repressi e impedita loro la possibilità di giungere alla Muqata’a da civili armati. Questi si sono infiltrati tra i dimostranti, li hanno percossi, arrestati e attaccato briga nel tentativo di dipingere il fatto come una lite tra manifestanti.

 

Il tutto è apparso come una rievocazione delle immagini dei [teppisti assoldati dallo stato] baltagiyyah in Egitto e dei shabbeeha in Siria. E’ ai manifestanti che sono stati negati  diritti e  libertà  e sono stati aggrediti. La loro azione è nell’interesse nazionale e non al servizio di  agenzie straniere. Non cercano di diffondere il caos, come ha sostenuto il portavoce dei servizi di sicurezza.

 

La Palestina è diversa dagli altri paesi arabi in quanto è sotto occupazione. L’occupazione riguarda tutti e quindi tutti i palestinesi dovrebbero unirsi nell’affrontarla. L’indagine [sui maltrattamenti nei confronti dei manifestanti] annunciata dal ministro degli interni è un fatto positivo. Ma dovrebbe concentrare l’attenzione su chi ha dato l’ordine ai membri delle forze di sicurezza di attaccare i manifestanti e di incarcerarli.
 

Tradotto in inglese dal Mideast Mirror Ltd

 

(tradotto da mariano mingarelli)