Come l'ossessione della "nonviolenza" danneggia la causa palestinese

Electronic Intifada
10.07.2012
http://electronicintifada.net/content/how-obsession-nonviolence-harms-palestinian-cause/11482

 

Come l’ossessione della “nonviolenza” danneggia la causa palestinese.

di Linah Alsaafin  

Negli ultimi anni, i discorsi occidentali che circolano sulla causa palestinese hanno impiegato alcuni nuovi - e superficiali - aggettivi per descrivere la resistenza palestinese :  “resistenza palestinese non violenta", “resistenza palestinese pacifica", “resistenza palestinese popolare", “resistenza palestinese disarmata", infine " resistenza modello-Gandhi ".
                               linah-palestinian-boy

 

Questo discorso è stato adottato dai comitati palestinesi di lotta popolare, nati dopo il successo del villaggio di Budrus, nella West Bank occupata che, abbracciate le proteste popolari, sono riusciti a recuperare il 95% delle loro terre, espropriate nel 2003 ad opera del muro dell'apartheid di Israele. Tuttavia, l'ossessivo e quasi-feticistico concentrarsi su un tipo specifico di resistenza ha in un modo o nell'altro contribuito alla delegittimazione di altre forme di resistenza, e allo stesso tempo ha chiuso una discussione aperta su cosa sia in realtà la resistenza popolare. 

Se si facesse una panoramica storica sulla resistenza palestinese, questa testimonierebbe il suo fare ricorso a forme diverse anche se non considerate distinte l’una dall’altra dai palestinesi stessi. I palestinesi erano consapevoli di essere spogliati dei loro diritti e delle modalità per affrontare i loro occupanti. 

Nel 1929, ci sono state le manifestazioni al Muro del Pianto/Muro al Buraq contro la giurisdizione sul sito acquisita dagli ebrei, sostenuti dal Mandato Britannico, che hanno causato la morte di centinaia di palestinesi e di ebrei; nel 1935, c’è stata la rivolta armata guidata da Izz al-Din Qassam contro i soldati inglesi; l’anno seguente, i sei mesi di sciopero del commercio contro il Mandato Britannico e i colonialisti ebrei, e la successiva rivolta di tre anni brutalmente repressa dagli inglesi. 

Durante  lo scoppio di quella che è stata chiamata prima Intifada, nel 1987, l'immagine di un lanciatore di pietre palestinese che affronta un esercito moderno, completamente armato, è diventata il simbolo che ha “riscattato” la resistenza palestinese del dirottamento degli aerei degli anni ‘70. 

Non c'è bisogno di spiegare 

Al giorno d'oggi, gli israeliani, gli internazionali e, purtroppo, anche qualche palestinese "illuminato", si fanno paladini  della "resistenza non violenta" e considerano il lancio di una pietra un atto violento. Vale la tesi che lanciare sassi offuschi la reputazione dei palestinesi nel mondo occidentale, e neghi di conseguenza il movimento di resistenza "non violento/pacifico". Questo ragionamento cade però nella trappola dei metodi imposti dall’occidente (leggi, colonizzatore) sui mezzi accettabili per resistere. 

Un popolo oppresso non è e non dovrebbe essere tenuto a giustificare la sua oppressione al suo oppressore, né adattare la sua resistenza al comodo degli oppressori e dei loro sostenitori.

L'ultima volta che abbiamo avuto davvero un vero e proprio movimento di resistenza popolare di base in Palestina (prima delle proteste contro il muro dell'apartheid israeliano nel villaggio di Budrus dei primi anni 2000) è stato durante i primi tre anni della prima Intifada. 

Nel 2005, la gente del villaggio di Bilin ha iniziato la sua protesta settimanale contro il muro israeliano costruito sulla sua terra. Il Comitato Popolare di Coordinamento di Lotta (PSCC) è stato fondato nel 2008 e pubblicizzato come la rinascita della resistenza popolare, tanto che un numero crescente di villaggi della West Bank ha dato inizio a proprie proteste settimanali e queste si erano effettivamente propagate sotto le ali del PSCC. 

Mohammed Khatib, uno dei fondatori del PSCC, mi ha detto in un'intervista che la commissione "ha cercato di intraprendere un'azione creativa diretta a causa dei numeri bassi nelle proteste". 

Salvato dall'ANP 

Il modello della PSCC è servito per creare un sostegno internazionale e per sensibilizzare i media, e su questo fronte ha dimostrato di avere ottenuto un grande successo. Eppure l'uso del termine "resistenza popolare" è scorretto ed è semplicemente un'imprecisione in quanto tali manifestazioni non sono costruite attorno a una strategia o ad un obiettivo di mobilitazione, non includono il coinvolgimento della maggioranza o anche di solo la metà degli abitanti del villaggio, e alcuni di coloro che vi partecipano impediscono alle loro mogli o figlie di prendervi parte. 

La struttura del comitato è costruita su una base democratica, con personaggi auto-eletti provenienti dai vari villaggi che espletano ruoli di leadership. Il primo ministro dell'Autorità Palestinese, il non-eletto Salam Fayyad, prediletto dell’ Europa e degli Stati Uniti, finanzia il comitato con più di mezzo milione di shekel ($ 125.000) ogni anno. 

"Dall'ottobre 2009, abbiamo costantemente ricevuto 50.000 shekel al mese da Fayyad", ha dichiarato Khatib. I soldi vengono utilizzati verosimilmente per pagare le cauzioni dei palestinesi arrestati durante le proteste, per le esigenze logistiche e per scopi amministrativi. 

"I costi finanziari non possono essere coperti se non dal supporto e dalle donazioni da parte di organi ufficiali", ha spiegato Khatib. "Durante un mese nel 2008, 50 palestinesi sono stati arrestati a Bil'in. Cinquanta persone che hanno bisogno di essere rappresentate da un avvocato e che venga pagata la cauzione. Le donazioni dei sostenitori sono appena sufficienti." 

Fayyad  porta con sé un programma che non ha scrupoli di rendere  pubblico. Nel corso della settima conferenza annuale di Bilin, tenutasi nell’aprile di quest'anno, ha parlato di come queste "proteste popolari siano i passi verso uno stato palestinese economicamente indipendente con i confini del 1967." Questo è in netto contrasto con i cori popolari di queste stesse manifestazioni che scandiscono "dal fiume al mare, la Palestina sarà libera". 

Più concretamente, di certo, Fayyad comanda di fatto le forze di sicurezza che collaborano con lo stesso esercito di occupazione israeliano che attua il furto delle terre dei villaggi. 

Khatib è a conoscenza delle critiche relative al presunto finanziamento del comitato popolare da parte dei politici. "Ho incontrato personalmente diverse volte Salam Fayyad fin dall’aprile del 2011 e gli ho detto che i comitati popolari non vogliono i suoi soldi, ma lui non mi ha ascoltato", ha aggiunto Khatib. 

Il PSCC è finanziato anche da organizzazioni non governative che giungono con propri schemi e progetti. Ad esempio, il gruppo spagnolo NoVA mira, secondo il suo sito web,  ad "offrire sostegno alla società civile in zone di conflitto nel campo della prevenzione della violenza, della costruzione della pace, della mediazione e trasformazione nonviolenta dei conflitti" (noviolencia.nova.cat). 

NoVA sostiene un programma di studio chiamato Diploma Esecutivo per Portare a un Cambiamento. Secondo il partecipante Beesan Ramadan, il vice-console spagnolo Pablo Sanz è stato fatto entrare in una delle classi per tenere una conferenza sul "modo corretto di resistere" dove ha poi continuato dicendo che i palestinesi dovrebbero essere "pragmatici " prendendo in considerazione l’idea di non lanciare sassi nelle proteste. Sanz  sostiene che, quando nelle proteste c’è la partecipazione di funzionari europei il lavoro dei consoli si fa più arduo se si lanciano sassi. 

Impantanati nell’apatia 

Questo è il problema principale per le proteste alle quali internazionali e israeliani amano tanto partecipare. La PSCC non riflette la società palestinese, che è impantanata in una profonda apatia a causa di una serie di fattori: la dipendenza di un gran numero di persone dalle banche a causa dei prestiti, l'illusione di uno "stato" così come lo ha presentato Fayyad nel suo piano neoliberista della "costruzione dello Stato", l'alto costo di sacrifici già compiuti, la stanchezza per 64 anni di un’occupazione e di una colonizzazione senza fine. 

Gli accordi di Oslo degli anni ‘90, che hanno solo dato legittimità e forza all'occupazione israeliana invece di togliersela di dosso, hanno fatto passare tutto ciò in secondo piano. 

L’ esigenza di una mobilitazione. 

Nel frattempo, si sono fatti sforzi per portare con se delegazioni europee e internazionali e mostrare loro i villaggi impegnati nelle proteste settimanali, oltre che stabilire legami di solidarietà organizzando visite durante le quali i leader dei comitati popolari parlano di "resistenza non violenta". 

Tuttavia, non si fa uno sforzo equivalente per mobilitare i palestinesi. L'incapacità di farlo è indicativo dell'atteggiamento prevalente nella società palestinese, che non è cambiato dalla prima protesta di Bil'in nel 2005. Sette anni di proteste settimanali e l'atteggiamento generale è di nuovo quello di apatia, di spregio per la "resistenza Fayyad" e di disperazione per quanto riguarda l'inutilità di tutto questo, di come i giovani stiano rischiando con coraggio, settimana dopo settimana, la vita e su come questo non cambierà lo status quo. 

Criticando questo modello di proteste in qualche modo si cerca di minimizzare o di insinuare dei dubbi sul coraggio degli uomini e delle donne che protestano contro l'occupante, oppure sui sacrifici fatti dai numerosi villaggi, in particolare da parte di quelli i cui figli e figlie sono stati martirizzati o feriti dalle forze israeliane. 

Gli stress psicologici e fisici che gli abitanti dei villaggi soffrono per i frequenti raid notturni nelle loro case, per i molteplici arresti dei loro familiari e per l'impotenza del non essere in grado di dare ai propri figli un futuro migliore, sono tutti da prendere in considerazione, così come la determinazione ammirevole e il convincimento che tali proteste siano un efficace mezzo per sfidare l'occupazione. 

Nessuna "lotta comune" con gli israeliani. 

Oltre alle questioni che riguardano il sostegno della strategia e l'efficacia di queste forme di protesta, quello della partecipazione di attivisti israeliani è certamente un argomento di grande dibattito. La dinamica odierna di "resistenza palestinese" ha attirato sempre più israeliani nelle proteste e ne ha fatto una prospettiva allettante, quasi come si trattasse di una meta turistica. 

A meno che non sia esplicitamente dichiarato dagli abitanti del villaggio o dalla comunità palestinese coinvolta nelle manifestazioni, nessuno si rifiuta di concedere agli israeliani la possibilità di venire alle proteste.  A prescindere da questo fatto, è pure utile riconoscere che la maggioranza della società palestinese non si fida degli israeliani. Quale  dovrebbe essere il ruolo degli attivisti israeliani? 

Va da sé che gli attivisti israeliani non devono mai prendere decisioni o assumere ruoli di leadership nella lotta palestinese, ma devono invece rimanere ai margini. In base alla mia esperienza, la maggior parte degli attivisti israeliani sa già e capisce tutto ciò. Una volta confermata la loro presenza nelle proteste palestinesi, loro compiti di fondamentale importanza sono il documentare i crimini dell'esercito israeliano, l’essere di aiuto nei procedimenti legali nel caso di palestinesi arrestati dall'esercito israeliano, di impedire proprio l’arresto, il che significa mettersi davanti ai palestinesi che stanno per essere arrestati e dare loro il tempo di sfuggire alla cattura. 

Eltezam Morrar di Budrus, che ha guidato le donne del suo villaggio nelle proteste  contro l'esercito israeliano, ha condiviso il timore che la realtà odierna non sia del tutto guidata da espressioni delle comunità palestinesi. 

"Qualsiasi internazionale o israeliano che vuole unirsi a noi nelle manifestazioni viene accolto", mi ha riferito. "Una volta, mio padre disse che noi siamo coloro che stabiliscono i programmi per la resistenza e i sostenitori israeliani e internazionali li praticano. Al giorno d'oggi, non sono realmente sicura che gli ordini del giorno siano al 100% palestinesi". 

Questo problema è aggravato dalla mancanza di una leadership palestinese veramente rappresentativa in grado di tracciare una strategia di resistenza e di mobilitazione di massa, invece di affaccendarsi per la creazione di un (non)stato di polizia nei Bantustan della West Bank o del regime autocratico di Hamas a Gaza. 

Alcuni attivisti israeliani parlano esplicitamente di una "lotta comune" di israeliani e palestinesi (si veda, ad esempio, Noa Shaindlinger del 24 giugno, " Riflessioni su una lotta comune ma impari"). 

Ma per dirla senza mezzi termini, non esiste qualcosa che possa essere definita come una "lotta comune". 

Gli anarchici israeliani, molti dei quali sono presenti alle proteste palestinesi e sono forse i più vicini alla comprensione della lotta palestinese, innanzitutto non si identificano assolutamente come israeliani, per cui il termine “israeliani” non ha molto senso. Deve esserci una comprensione di ciò che la lotta palestinese rappresenta, soprattutto per i sionisti liberali, perché non sprechino il proprio tempo venendo a tutte le manifestazioni di protesta in nome della "pace" e "della soluzione a due-Stati". 

Non ci può essere pace senza giustizia, e giustizia significa decolonizzazione, possibilità di attuare il diritto al ritorno per i profughi palestinesi e cancellazione di tutte le leggi e le politiche razziste di apartheid e di occupazione di Israele. Ciò significa nessuno Stato ebraico, nessuna legge che sostenga la supremazia di una razza e neppure sistemi diversi per le persone di diverse origini etniche. 

Non c'è simmetria sotto occupazione 

Il termine "lotta comune" implica un certo grado di uguaglianza o almeno di simmetria, il che non è sicuramente il caso riguardante gli israeliani e i palestinesi, anche se schivano gli stessi proiettili di gomma o inalano lo stesso gas lacrimogeno. 

Gli attivisti israeliani sono attivisti nel campo della solidarietà, proprio come le loro controparti internazionali. Non vi è alcun ruolo chiaro per gli attivisti della solidarietà, proprio perché non esiste una strategia chiara della resistenza palestinese all’interno della Palestina. 

Se le proteste avessero un obiettivo chiaro, gli attivisti della solidarietà si potrebbero unirsi agli abitanti dei villaggi, per esempio, come a Nabi Saleh,  invece di filosofeggiare sulla natura disumana della professione di soldati. 

Il fatto che gli attivisti israeliani vivano sulla terra palestinese colonizzata li spinge a voler fare di più e ad essere considerati come qualcosa di più degli attivisti della solidarietà, in quanto sostengono di essere connessi alla causa palestinese (il che è abbastanza vero). Il problema rimane per quale tipo di azioni vengono “utilizzati”, e che cosa questi attivisti israeliani possono fare per intaccare il sistema dell’occupazione e della colonizzazione. 

Gli attivisti israeliani dovrebbero concentrarsi sul come modificare la loro stessa società 

Gli attivisti israeliani devono lavorare all'interno delle loro stesse società e comunità. Naturalmente questo è un compito molto difficile e anche pericoloso, come ci si aspetta in una società dove il razzismo e il fascismo sono tanto istituzionalizzati. 

Non sommergere i palestinesi, il che farebbe la differenza, di  proteste settimanali, in primo luogo nemmeno credibili per i palestinesi stessi e presenti in numero talvolta perfino superiore a quello dei partecipanti locali. 

Le lamentele di alcuni attivisti israeliani sul modo orribile con cui vengono trattati e sulle persecuzione che subiscono da parte dell’esercito potrebbero essere visti come atti di auto-indulgenza, specialmente perché gli arresti o le ferite degli israeliani o degli internazionali hanno la possibilità di essere divulgati molto più degli abusi quotidiani e dei soprusi a cui, su larga scala, sono abituati i palestinesi.
A volte, gli attivisti israeliani sono colti dalla disperazione per come sono inutili e inefficaci i loro sforzi nella creazione di una maggiore consapevolezza sulle realtà dell’occupazione all’interno della loro stessa comunità, fatto che però dovrebbe stimolarli unicamente a essere più creativi nel trovare le strategie per affrontare e sfidare la loro società. 

Al momento, pure i palestinesi devono darsi da fare all'interno delle loro stesse società, al fine di mobilitare e infondere nella società lo spirito del volontariato e della comunità sociale che si sta frammentando a causa di politiche economiche neoliberiste che allargano le disuguaglianze, la dipendenza dagli aiuti, il debito e il consumismo. 

Nessuno respinge un  israeliano anti-sionista, ma il definire se stessi come anti-sionisti che arrivano persino per protestare, non è sufficiente. Gli attivisti israeliani affermano di farlo, nella maggior parte dei casi, per prendere coscienza dei privilegi di cui godono per essere bianchi ed ebrei in una situazione coloniale. Ma non è sempre chiaro che si rendano conto di come questi privilegi continuino a manifestarsi nelle loro interazioni con i palestinesi. 

Verso una resistenza veramente popolare 

Nonostante le buone intenzioni degli internazionali e degli israeliani che vengono per protestare, la loro presenza può anche rafforzare l'idea che i palestinesi abbiano bisogno di qualcuno che parli a loro nome. Non solo questo modello di resistenza risulta del tutto inefficace in termini di risultati e di mobilitazione dei palestinesi, ma aiuta a conservare lo status quo che sia Israele sia l'Autorità Palestinese si sforzano di proteggere. 

Bassem Tamimi, uno dei leader del comitato di lotta popolare in Nabi Saleh, ha ammesso che la realtà sul terreno non è una resistenza popolare. 

"Siamo ancora nelle fasi preliminari. Direi anche che c’è un bel po' di strada da intraprendere verso una resistenza popolare. Ci sono un sacco di errori con il modello attuale. Quando abbiamo iniziato con queste proteste settimanali abbiamo usato il termine di 'resistenza popolare' come un modo per mobilitare la comunità  nel prossimo futuro. Ora siamo ad un punto di stagnazione." 

Costruire da zero 

Le rivoluzioni e la resistenza vittoriosa  non avvengono dall'oggi al domani. Ci vogliono mesi, anni prima che un movimento possa affermarsi. La lotta deve essere ricondotta  agli stessi palestinesi, e un modo sicuro di mobilitare non è attraverso le proteste o i discorsi, ma tramite il lavoro sociale di comunità (che incidentalmente, dal momento della sua istituzione, è ciò che ha reso così popolare proprio Hamas, specialmente nei campi profughi). 

Vieni a conoscere la gente per strada. Chiedi loro di cosa hanno bisogno, di che cosa soffrono. Potrebbe trattarsi di un tetto rotto,  o della necessità di denaro per pagare le tasse universitarie della figlia. Si comincia con il creare fiducia nelle diverse comunità, e con tale consapevolezza si accende la scintilla per riavviare un vero movimento di resistenza sul terreno. 

Come Paolo Freire ha giustamente sottolineato, "nessuna  pedagogia davvero liberatoria può rimanere distante dagli oppressi trattandoli come disgraziati e presentando loro dei modelli di emulazione presenti tra gli oppressori. Gli oppressi devono essere di esempio a se stessi nella lotta per la propria redenzione".

Linah Arsaafin è una neo laureata all’università di Bir Zeit nella West Bank. E’ nata a Cardiff, Galles, ma è cresciuta in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Palestina. Il suo sito web è http://lifeonbirzeitcampus.blogspot.com

(Traduzione a cura di Palestina Rossa/ mariano mingarelli)