L'incerto destino dei palestinesi in Siria

The Electronic Intifada
12.07.2012
http://electronicintifada.net/content/uncertain-fate-palestinians-syria/11490

 

L’incerto destino dei palestinesi in Siria. 

di Anaheed Al-Hardan 

Dato che la rivolta in Siria ha acquisito il carattere di insurrezione armata – e dato che il regime ha modificato l’iniziale risposta alla rivolta dal piano della sicurezza a uno totalmente di tipo militare – lo spettro del caos e della devastazione che ha travolto l’Iraq dopo l’invasione statunitense del 2003 oggi perseguita il paese.

                              border-syria-demonstration

Palestinesi che cercano di attraversare il recinto di filo spinato che separa la Siria dalle Alture del Golan occupate da Israele
(5 giugno 2011) 

 

Una delle minacce che incombono sulla Siria è quella di una guerra civile imminente – a meno che non sia già iniziata – che per il suo popolo e quello dell’intera regione starebbe a significare una catastrofe. In questi tempi di incertezze, ciò che appare certo è che il popolo siriano e le sue esigenze di un futuro migliore continuano a essere i veri sconfitti in relazione alle loro aspirazioni di contro ai contrastanti interessi geopolitici regionali e internazionali. 

In questo contesto in evoluzione, la Siria è pure sede di mezzo milione di palestinesi che fruiscono di diritti incomparabili con quelli di cui godono i profughi palestinesi negli altri paesi arabi. Lo stato siriano si è fatto garante di queste tutele sette anni prima che il partito di governo Baath prendesse il potere. Il fatto che i palestinesi in Siria fruiscano di tali diritti, associato allo spazio occupato dalla Palestina nell’ideologia e nella retorica nazionalista araba di regime, hanno contribuito a tenere alte le credenziali nazionaliste arabe del regime. 

Queste credenziali non includono solo l’esaltazione della causa palestinese e il supporto materiale ad Hamas e Hezbollah, ma anche l’accoglienza dei palestinesi nel paese alla stregua di ”fratelli arabi fino al ritorno”. 

Quest’ultimo fatto potrebbe giocare il ruolo pericoloso di un forte contraccolpo negativo nei confronti della comunità qualora il paese precipitasse nel baratro della guerra civile. Nel peggiore dei casi, per alcuni aspetti, il destino dei palestinesi in Siria potrebbe essere analogo a quello dei circa 30.000 profughi palestinesi provenienti dall’Iraq dopo l’occupazione americana del paese, includendo la perdita dello status di profughi permanenti e l’essere soggetti a una persecuzione generalizzata. 

Nel contempo, queste credenziali non sono senza contraddizioni che derivano da ciò che l’intellettuale e scrittore dissidente siriano Michel Kilo ha evidenziato come la discordanza tra gli interessi e le politiche nazionali interne ed esterne del regime. Le incongruenze derivanti da questo contrasto, tuttavia, sono risultate latenti e meno spiccate per i profughi giovani. Essi non solo costituiscono la maggioranza della popolazione palestinese, ma non hanno neppure avuto esperienza diretta della dimostrazione di tali contraddizioni, come nel caso degli scontri tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e il regime siriano in Libano. 

Ironia della sorte, può essere proprio questa storia di incongruenze, in quanto accentuata da ultimo proprio a causa della crisi, insieme alla relativa forza numerica della comunità, che potrebbe vedere i palestinesi capaci di superare il momento peggiore della bufera della transizione violenta in Siria. 

Marce per il diritto al ritorno hanno puntato i riflettori sui profughi palestinesi. 

In Siria, i palestinesi sono stati sospinti alla ribalta quando, nel maggio 2011, in occasione del 63° anniversario della Nakba – la distruzione sistematica della società palestinese e la loro espulsione durante la creazione dello stato di Israele – giovani profughi hanno preso parte a una marcia diretta verso la Palestina storica. 

Questa marcia, denominata la ‘Rivoluzione dei profughi’, è stata un’iniziativa dei giovani palestinesi ispirata dal fervore rivoluzionario che soffiava dalla Tunisia all’Egitto, e oltre ancora, dopo l’estromissione di Zine al-Abidine Ben Ali dal potere in Tunisia. Quel giorno si sono visti gli straordinari tentativi, da parte palestinese, coordinati a livello regionale, di marciare verso le case delle loro famiglie e le loro terre sotto il controllo dello stato di Israele. A differenza dei giovani profughi di altri luoghi, quelli palestinesi e siriani hanno attraversato la linea di demarcazione sulle Alture del Golan e sono entrati nella cittadina siriana di Majdal Shams occupata da Israele. Un giovane palestinese, nato in Siria, Hassan Hijazi, si è spinto da Majdal Shams fino a Jaffa, alla casa della sua famiglia, e in tono di sfida ha reso pubblico il gesto del suo ritorno simbolico sulla televisione israeliana. 

L’esercito israeliano si è affrettato a incolpare l’Iran, Hamas ed Hezbollah, mentre gli americani sono stati pronti nel denunciare la Siria di “incitamento”. Entrambi non hanno considerato, opportunisticamente, il fatto che, anche se la marcia non avrebbe potuto svolgersi senza l’autorizzazione dello stato, essa è stata organizzata da giovani profughi, alcuni dei quali hanno pagato questa loro iniziativa a prezzo della loro vita. 

Tre settimane dopo, quando è stato fatto un tentativo di ripetere l’evento in occasione del 44° anniversario della Naksa – l’occupazione israeliana del 1967 del resto della Palestina allora sotto la sovranità giordana, delle Alture del Golan e della penisola egiziana del Sinai – l’esercito israeliano ha superato sé stesso uccidendo manifestanti ancor più disarmati di quelli della volta precedente; dai rapporti risulta che in alcuni casi ci siano stati almeno 23 morti. 

In un’intervista ad Al Jezeera in inglese, il portavoce del governo israeliano e capo della propaganda, Mark Regev, ha giustificato le uccisioni con motivi di sicurezza. Ha accusato i profughi di costituire una “bolgia” di “cittadini nemici” e di aver armato e quindi investito i soldati israeliani della “difesa” dei territori siriani illegalmente occupati contro queste incursioni “violente” (“La violenza contrassegna la ‘Naksa’ sulle Alture del Golan”) 

A seguito dei cortei funebri per coloro che hanno perso la vita durante la marcia del Giorno della Naksa, sono affiorati una serie di racconti contrastanti relativi alla sparatoria e all’uccisione di “partecipanti al funerale arrabbiati” o “fanatici” per mano di guardie della sede centrale del gruppo secessionista PFLP – Comando Unificato (PFLP – GC), distaccatosi dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) sostenuto nei tempi andati dal regime. 

Questo è avvenuto nel campo di Yarmouk, un sobborgo di Damasco che ospita un terzo dei palestinesi del paese, così come siriani molto poveri. Secondo quanto riferito, queste sparatorie hanno fatto seguito agli scontri che erano iniziati durante i cortei funebri ad opera di “partecipanti al funerale arrabbiati” o “fanatici” che, secondo testimoni oculari, hanno affrontato i dirigenti delle fazioni in mezzo a loro a proposito della loro partecipazione alle marce. Questi, più tardi, hanno circondato la sede del PFLP-GC, dove hanno avuto luogo le sparatorie mandando in fiamme l’edificio. 

In una conferenza stampa, il leader del PFLP-GC, Ahmad Jibril, ha negato ogni responsabilità per le sparatorie, sostenendo che durante l’attacco alla propria sede il PLFP-GC ha perso tre guardie, mentre sono rimasti uccisi solo un attaccante e un passante. Jibril ha affermato che coloro che sono piombati sulla sede centrale della fazione erano fomentati dall’Arabia Saudita e dal presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, tra gli altri provocatori, allo scopo di trascinare in modo forzoso i palestinesi in Siria negli avvenimenti in corso nel paese. Ha negato pure il coinvolgimento della sua fazione nell’organizzare gli autobus che, il giorno della marcia, hanno trasportato i giovani al confine. 

Qualsiasi sia la verità su quanto accaduto nel campo di Yarmouk, prese per buone le sparatorie sembrano confermare il controverso racconto israeliano e americano di giovani profughi palestinesi strumentalizzati come burattini, indipendentemente dal fatto che ci siano stati “partecipanti al funerale arrabbiati” o folle di “fanatici” che sono piombati sulla sede centrale del PLFP-GC. 

Tuttavia, qualora si tenga conto della volontà politica propria dei giovani profughi, quanto avvenuto alla sede del PFLP-GC potrebbe essere letto pure come espressione della rabbia popolare a un egoistico tentativo di dirottare e capitalizzare, da parte delle fazioni con sede a Damasco, un’iniziativa promossa dalla gioventù. 

Così, mentre l’inquadratura dei fatti israeliana e americana è servita a contestare ai giovani palestinesi l’essere profughi di terza e quarta generazione, e ostinati pretendenti di un diritto al ritorno alle loro terre legalmente conservato, ciò che hanno evidenziato irrevocabilmente le uccisioni al confine e le sparatorie a Yarmouk sono i conflitti di interesse di tutte le componenti coinvolte nelle marce: il regime, le fazioni, i giovani. 

Palestinesi in Siria, soli e non rappresentati. 

Come per le notizie contrastanti che circondano le sparatorie di Yarmouk, ci sono state informazioni discordanti circa la misura del coinvolgimento palestinese negli avvenimenti in Siria. Già nell’aprile 2011, sul quotidiano al-Watan – un giornale “privato” di proprietà di Rami Makhlouf, cugino del presidente siriano Bashar al-Assad – è stato fatto circolare un rapporto su “estremisti palestinesi” che a Deraa, la città meridionale ove è iniziata la rivolta, hanno danneggiato la città con atti di vandalismo, disordini, saccheggi e incendi dolosi. 

Lo stesso rapporto ha riportato inoltre la condanna – e quindi l’ammissione – del coinvolgimento palestinese da parte di una fonte “ad alto livello” palestinese di Damasco, negata e smentita il giorno dopo sullo stesso quotidiano da un membro dell’ufficio politico del PFLP-GC. Durante la stessa settimana, in un’intervista con la BBC araba, il consigliere di al-Assad Buthayna Sha’ban ha puntato il dito , tra le altre, contro persone provenienti da un “campo” che sono piombate sulla città costiera di Latakia e hanno cominciato a incendiare e distruggere negozi, uccidendo due membri della sicurezza e un manifestante 

Jibril si è affrettato a inviare una smentita al al-Watan su questo presunto coinvolgimento palestinese, facendo presente che il campo di Latakia è adiacente a una zona che ospita immigrati del governatorato di Idlib e altra gente di provenienza rurale-urbana, i veri colpevoli. Questa confusione, secondo quanto riportato nella sua dichiarazione, era simile a quella riguardante l’individuazione dei veri responsabili che stanno dietro alla rivolta di Deraa. Secondo Jibril, come emerso in secondo momento, i rivoltosi di Deraa non erano palestinesi, ma gente della zona adiacente al campo al cui interno sono ospitati gli sfollati siriani del Golan. 

Già in marzo, “fonti” all’interno degli sfollati siriani hanno inviato allo stesso giornale la smentita del loro coinvolgimento. A complicare ulteriormente le cose, mentre Jibril si è dimostrato impaziente di dissociare i palestinesi dall’ iniziale essere segnati a dito, la coalizione delle fazioni con sede a Damasco, nota con il nome di Alleanza delle Forze Palestinesi, che comprende il PFLP-GC di Jibril, si è pure affrettata a smentire il comunicato stampa dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Profughi Palestinesi, che faceva riferimento a violente sparatorie nel campo di Latakia, nel mese di agosto del 2011. 

Se un semplice corso d’acqua separa i palestinesi dagli immigrati rurali-urbani che vivono nel quartiere di al-Raml, vicino al campo di Latakia, come sostiene la replica fatta a marzo da Jibril alle affermazioni di Sha’ban, allora questa primitiva linea di demarcazione solleva una questione importante per i membri dell’Alleanza delle Forze Palestinesi: come potrebbe l’artiglieria pesante discernere questo corso d’acqua cinque mesi dopo? 

Tale questione è particolarmente rilevante data la replica del Direttore dell’Autorità Generale per i Profughi Arabo-Palestinesi, in massimo organo statale responsabile per i palestinesi in Siria, alla dichiarazione UNRWA sui fatti circostanti il campo di Latakia. Egli, non solo ha contestato la dichiarazione, ma ha pure confermato che la “questione” che è stata “affrontata” ha avuto luogo in una “zona limitrofa al campo” anziché nel campo stesso. 

Allo stesso tempo, anche opinionisti vicini all’Autorità Palestinese di Ramallah si sono uniti al coro che riguarda i fatti di Latakia per insinuare che il regime aveva affettivamente preso di mira i palestinesi sulla base della loro identità nazionale. C’è stato chi è arrivato al punto di rievocare il ricordo della “guerra dei campi” – una fase della guerra civile libanese che ha visto il regime siriano e i suoi alleati libanesi porre sotto assedio e fare guerra alla rinascita di Fatah nei campi profughi palestinesi del Libano – un’affermazione che crea confusione alla stessa stregua della replica all’UNRWA dell’Alleanza delle Forze Palestinesi. 

Questo perché non tiene nel giusto conto la realtà degli spazi etnicamente eterogenei e aperti quali sono i campi palestinesi in Siria – che spesso ospitano i siriani più poveri ai loro bordi e che si disperdono nelle aree adiacenti – e di conseguenza della portata dei fatti accaduti in una città che è stata segnalata per essere stata oggetto di violenti scambi di colpi di arma da fuoco e cui capita pure di essere la sede di un campo profughi palestinese. 

Tali racconti incentrati sui palestinesi in Siria fatti da coloro che sostengono di rappresentare i loro interessi sia all’interno che all’esterno del paese, mettono in evidenza i divergenti interessi di questi sedicenti portavoce. Essi rimarcano pure quanto i palestinesi in Siria siano veramente soli e non rappresentati in momenti tanto difficili come questi. 

Una necessaria neutralità 

Questi racconti contradditori e incentrati sui palestinesi in Siria, come tutto ciò che ne emerge, e che attiene al paese, non ci dicono nulla sulle reali e materiali ripercussioni in atto sulle persone dei due campi e delle aree circostanti. Ciò che ci fanno capire, se spogliate di tutta la loro retorica, le dichiarazioni e le conferenze stampa dell’anno scorso fatte dai membri dell’Alleanza delle Forze in Siria è il desiderio e il rilievo dato dalle fazioni alla neutralità politica dei palestinesi e dei loro campi, evidenziando in tal modo il pericolo di un loro coinvolgimento negli avvenimenti (e che spesso parlano di interessi nascosti che vorrebbero condurre proprio a questo). 

D’altro canto, le dichiarazioni dell’UNRWA dell’anno scorso dipingono un quadro coerente dei campi palestinesi, come pure delle zone limitrofe in cui vivono, in quanto colpiti dalle misure restrittive imposte sulle rispettive città, in primo luogo per la sospensione dei servizi di soccorso, del maggio 2011, a Daraa, nei villaggi circostanti e a Homs, così come per l’impossibilità per l’Agenzia di accedere a Latakia nel mese di agosto 2011. I portavoce dell’Agenzia hanno pure sottolineato la potenziale catastrofe che potrebbe capitare ai palestinesi nel caso in cui risultassero coinvolti in un modo o nell’altro negli avvenimenti, cosa che, nel peggiore dei casi, potrebbe portare una volta ancora alla loro espulsione. 

Anche Hamas è stato estremamente coerente fino alla sua recente partenza dal paese, anche se in maniera diversa. La leadership con sede a Damasco ha mantenuto una posizione di rigoroso silenzio sulla Siria, fino all’intervista di Khaled Meshal su Al Jezeera in lingua araba del tardo dicembre 2011. In tale occasione egli ha osservato che Hamas avrebbe gradito vedere la riforma della compagine di governo in casa propria, pur mantenendo il suo appoggio alla resistenza e che Hamas è al tempo stesso fedele al regime per il sostegno fornito nel corso degli anni, così come lo è al popolo siriano che ha accolto a braccia aperte il movimento. 

Questa intervista, seguita dalla partenza del leader del movimento e il cenno alla rivolta fatta dal primo ministro di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, in occasione del discorso del febbraio 2012 fatto alla moschea Al-Azahr del Cairo, è venuta in mezzo ai mutamenti interni ed esterni al movimento che si sono dischiusi in vista dei cambiamenti apportati alla mappa politica del mondo arabo del dopo-rivoluzione. 

La saga della politica nazionale palestinese si è svolta anche lontano dagli interessi quotidiani e dai pericoli reali che devono affrontare i palestinesi in Siria, la cui presenza nel paese è antecedente a quella di Hamas di circa cinque decenni. Questi interessi e pericoli includono non solo la minaccia di una seconda espulsione, ma anche la crescita delle difficoltà economiche più immediate, che sono conseguenti alle sanzioni, alla situazione del paese che si traducono in un’inflazione galoppante, nell’impennata dei prezzi e nella rovina dei proprietari delle piccole imprese. 

Presente incerto e futuro. 

Dato che, fino a poco tempo fa, Damasco e i suoi dintorni, dove vivono i tre quarti dei palestinesi del paese, sono stati perlopiù risparmiati dallo sconvolgimento della rivolta, allo stesso modo lo sono stati pure i campi e i gruppi di palestinesi della capitale e del suo circondario. Tuttavia, questa situazione ha cominciato a cambiare per le aree costituenti il governatorato di Damasco e quello della sua campagna, tanto da colpire tutti i residenti di queste zone. Anche se oggi i palestinesi costituiscono una minoranza nel campo di Yarmouk, esso è stato perlopiù risparmiato, mentre le aree ad esso adiacenti risultavano cariche di tensione. 

Video di controverse manifestazioni pro- e anti-regime erano in circolazione da almeno la scorsa estate, in numero superiore a quello del gennaio inoltrato del 2012. Ad alcuni di questi hanno fatto seguito le smentite del coinvolgimento palestinese riportate su al-Watan, il quale in precedenza aveva pubblicato rapporti contrastanti sul coinvolgimento palestinese nelle iniziali manifestazioni a Deraa e Latakia. Invece, le manifestazioni in discussione sono state attribuite da fonti anonime palestinesi a siriani – provenienti presumibilmente dai bordi del campo, dalle aree adiacenti e anche da più lontano. 

In marzo, è esplosa un’auto in una delle vie più tranquille del campo, il giorno stesso in cui due bombe hanno squarciato il centro di Damasco, uccidendo coloro che si trovavano nell’auto. Nell’ambito di sviluppi ancor più inquietanti, ci sono state le segnalazioni di misteriosi omicidi di quadri di diverso rango dell’Esercito di Liberazione della Palestina – una brigata dell’esercito siriano nella quale devono svolgere il servizio militare tutti i giovani palestinesi di età superiore ai diciotto anni – e l’uccisione avvenuta questa settimana di tutti i sedici soldati del PLA del campo di Neirab ad Aleppo e quella del loro autista che era stato sequestrato sulla strada vicino a Idlib circa due settimane fa. 

Inoltre, il “rapimento” e il successivo “rilascio” di un ex funzionario di Hamas compiuti due giorni dopo a Damasco ad opera di “sconosciuti” sequestratori, ha ricevuto molta meno attenzione della morte recente di Kamal Ghanaja, quadro militare di Hamas, avvenuta nella sua casa di Damasco. Ciò non sorprende, dato che Ghanaja, come Mahmoud al-Mabhouh che è stato assassinato a Dubai circa due anni e mezzo fa, era sconosciuto al di là di una ristretta cerchia di persone fidate, e che la natura dell’aggressione è stata riferita inizialmente come assassinio, e comprendeva relazioni sul furto di file e l’incendio della casa di Ghanaja che è seguita al suo assassinio. Mentre Hamas ha annunciato che condurrà una propria indagine sulle circostanze che circondano la morte di Ghanaja, fonti anonime presumibilmente del movimento si sono fatte avanti sostenendo che la sua morte è stata un incidente, sollevando così ancor più dubbi su quanto sia realmente avvenuto. 

La morte di Ghanaja ha messo in ombra anche il bombardamento del campo di Deraa, con un resoconto di almeno quattro morti, e il precedente attacco al campo di Neirab fatto da aggressori armati che hanno lasciato almeno altri tre morti. Mentre il PFLP-GC ha rilasciato una dichiarazione sull’attacco al campo di Neirab, accusando “gruppi armati terroristici”, del bombardamento di Deraa non ha fatto alcuna menzione. Quello che ci fa capire quest’ultima serie di avvenimenti è che in Siria i confini tra i palestinesi e i disordini sono fittizi e stanno diventando sempre più difficili da mantenere. 

Dato che la situazione sul terreno continua a cambiare, il destino dei palestinesi nel paese, come quello dei siriani e del paese nel suo complesso, rimane imprevedibile. Tuttavia, a differenza dei loro omologhi siriani, i palestinesi sono profughi senza un posto in cui andare nel caso di un ulteriore deterioramento della crisi in Siria. 

Recenti rapporti riguardanti la Giordania che esaminano la possibilità di realizzare al confine con la Siria una “zona cuscinetto” per i palestinesi che dopo il 17 hanno attraversato la frontiera, dipingono un quadro preoccupante su ciò che può succedere. In aprile, un membro del parlamento giordano ha descritto il campo di Bashabsha, trasformato in ricovero per i palestinesi profughi dalla Siria, come un campo di “detenzione” piuttosto che un campo profughi, che mette in evidenza il contrasto tra il trattamento che il suo governo ha riservato ai palestinesi e l’ospitalità che ha garantito ad approssimativamente 95.000 siriani profughi in Giordania.
                                                                              bashabsha camp
                                                                     Bashabsha camp 

Inoltre, un ultimo rapporto di Human Right Watch sottolinea un tacito cambiamento della politica del governo giordano in relazione ai palestinesi che arrivano dalla Siria fin dal momento in cui ciò è avvenuto. Quelli che attraversano irregolarmente, non solo si trovano di fronte la minaccia di un rimpatrio forzato, ma coloro che non sono in grado di trovare un “garante” giordano vengono al momento incarcerati a tempo indeterminato in un altro centro di detenzione, la “Cyber City”, un complesso murato che, come Bashabsha, è anche vicino alla città
settentrionale di confine di al-Ramtha.
                                                                  cyber city
                                                                                        Cyber City camp 

Un altro stato arabo che chiude le porte in faccia a palestinesi che sono alla ricerca di un altro rifugio, ha troppi precedenti. Se ci qualcosa ci può dire questa interpretazione del posto occupato dai palestinesi negli avvenimenti siriani dello scorso anno, è che, al di là della retorica, durante i periodi di agitazione e sconvolgimenti negli stati arabi, i palestinesi si trovano ancora una volta soli e in una posizione estremamente precaria. 

Questa loro precarietà, in ultima analisi, deriva dal persistere della mancanza di riconoscimento e di risarcimento per la loro espulsione dalla Palestina durante la creazione dello stato di Israele e la conseguente apolidia dei palestinesi che dura da oltre sessant’anni.

 

Una versione completa di questo articolo è pubblicata con il titolo “Un anno dopo: i palestinesi in Siria” sulla siriana Newsletter Studies Association. 

Anaheed Al-Hardan è Postdoctoral Yellow presso l’Institute for Cultural Inqiry a Berlino. 

(tradotto da mariano mingarelli)