AlAkhbar English
26.07.2012
http://english.al-akhbar.com/content/israeli-social-justice-comes-palestinian-solution
La giustizia sociale arriverà con una soluzione per i palestinesi
di Antony Loewenstein
Moshe Silman, un figlio di sopravvissuti all'Olocausto, era un uomo israeliano che è morto la settimana scorsa dopo aver subito ustioni di secondo e terzo grado sul 94% del suo corpo. Una settimana prima si era dato fuoco durante una protesta di grandi dimensioni nel cuore di Tel Aviv. Era disperato, povero e si sentiva ignorato dal neo-liberale Stato di Israele.

Manifestanti israeliani innalzano cartelli mentre marciano su una strada principale
durante una manifestazione chiedendo giustizia sociale a Tel Aviv il 14 Luglio 2012
Ma non ditelo al New York Times, che in un recente editoriale ha citato Israele come uno "stato democratico impegnato per i valori liberali e per i diritti umani".
La realtà per un numero crescente di ebrei è l'esatto opposto. Un collega attivista ha detto al giornale israeliano Haaretz che "Moshe ha scelto di danneggiare se stesso in segno di protesta. È terribile quando una persona deve compiere un atto del genere per spiegare la sua situazione alla gente".
Se non ci fosse l'occupazione, allora sicuramente non ci sarebbe alcun problema per la concessione del diritto di voto pieno e dei diritti civili a tutti i cittadini della Cisgiordania e di Gaza. Se questo succedesse oggi, gli ebrei ben presto si troverebbero ad essere una minoranza. Fatti nudi e crudi. Israele spende solo il 16% del PIL per i servizi pubblici a fronte di una media del 22% dei paesi dell'OCSE (http://www.oecd.org/~~V).Dopo l'auto-immolazione di Silman, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito l'atto una "tragedia personale", ma in realtà Israele sta diminuendo sempre più gli investimenti per l'assistenza sociale, l'istruzione, l'occupazione e per la rete di sicurezza per i cittadini israeliani ebrei.
Il J14 del 2011 è un movimento di protesta nato per evidenziare le disuguaglianze crescenti nella società israeliana, anche se la giustizia per i palestinesi e la fine dell'occupazione non sono presenti nell'agenda dell'associazione.
Lo scorso anno almeno 400.000 ebrei israeliani sono scesi in piazza per chiedere una società più giusta. E' stata una rivolta della classe media contro l'aumento del costo degli alloggi e della vita. Ma nel 2012 gli organizzatori sono consapevoli che i media corporativi, per la maggioranza molto vicino allo stesso Netanyahu, sono molto meno in sintonia con il loro messaggio.
Daphni Leef, l'iniziatore della protesta, ha detto al New York Times a metà luglio che "non credo che viviamo in una democrazia. Mi sento più sottoposto ad un'oligarchia. Poche famiglie ricche controllano l'intero paese".
L'unico gruppo escluso da questa conversazione sono i Palestinesi, su entrambi i lati della linea verde. Le loro opinioni sono in gran parte ignorate nella pratica corrente di Israele, eppure ci si aspetta che servano l'esercito israeliano. E' una idea assurda che la maggior parte dei palestinesi siano respinti da uno stato che li vede chiaramente come una minaccia demografica per una popolazione a maggioranza ebraica.
Una cosa sulla quale si è concentrato il pensiero di molti legislatori sionisti è un recente rapporto dell'ex giudice della Corte Suprema Edmond Levy che ha trovato il modo di sancire che l'occupazione non è in realtà una occupazione e la presenza israeliana in Cisgiordania è legale. Nonostante il fatto che ogni rispettato organismo internazionale legale sostiene che le colonie ebraiche siano contro il diritto internazionale, il governo israeliano ha ora un documento che si limita a confermare la sua convinzione che gli insediamenti (in continua espansione) possono avere una legittimità legale.
La primavera palestinese deve ancora arrivare, anche perché l'Autorità Palestinese è un'estensione dell'occupazione israeliana. Il rapporto di Levy ha provocato malcontento in alcuni circoli sionisti liberali. Tuttavia, in una risposta curiosa pubblicata sul giornale ebraico Forward, JJ Goldberg sosteneva di non essere così preoccupato per l'occupazione, come gli alleati lo sono verso il programma nucleare iraniano. Piuttosto che condannare lo Stato sionista per aver tentato di legittimare gli oltre 600.000 coloni ebrei in Cisgiordania, Goldberg aveva paura che la decisione di Levy potesse indispettire a Washington in quanto "Israele è minacciato di estinzione" da Teheran.
Questa è un'iperbole ridicola e rivela la disonestà di circoli giornalistici apparentemente seri. Ma è poco diverso rispetto agli esperti dei media tradizionali israeliani che semplicemente non si preoccupano di parlare o di pensare al "problema" palestinese, ma sono ossessionati dall'Iran e dal presidente Mahmoud Ahmadinejad. L'occupazione può essere ignorata fino a domani, la prossima settimana o per sempre. Ben presto, una persona come Levy creerà una finzione giuridica per legalizzare ciò che il mondo intero sa essere illegale. La critica statunitense è una questione in sordina e la colonizzazione continua a ritmo sostenuto.
Ciò che rimane affascinante dei risultati di Levy - organizzazioni sioniste americane ancora non riescono a parlare chiaramente e onestamente degli insediamenti ebraici in Cisgiordania - è ciò che comporta per i diritti dei palestinesi sotto occupazione. Se non c'è occupazione, allora sicuramente non ci sarebbe alcun problema alla concessione di voto pieno e dei diritti civili a tutti i cittadini della Cisgiordania e di Gaza. Se questo succedesse oggi, gli ebrei sarebbero ben presto una minoranza. Si chiama democrazia, ed è qualcosa che suscita timori nella leadership sionista.
Nel frattempo, i politici israeliani e la maggior parte dei commentatori si stanno chiedendo cosa susciterà la primavera araba nella mentalità bunker del loro paese. In breve, i vecchi amici sono ora visti come potenziali nemici (Egitto e Giordania), mentre sono in corso delle minacce da Siria, Hezbollah, Iran e Hamas, che sono in un periodo di transizione. La primavera palestinese deve ancora avvenire, anche perché l'Autorità Palestinese è un'estensione dell'occupazione israeliana, ma Israele sta pagando oggi il prezzo di definire se stesso, come il ministro della Difesa Ehud Barak ha dichiarato scherzando, come una "villa in una giungla". Tali atteggiamenti sono sempre più contestati in circoli politici d'élite, tra cui in Gran Bretagna.
La supremazia sionista e il fervore nazionalista hanno convinto molti israeliani che il bunker è un luogo confortevole di soggiorno. Un'ineguagliabile forza militare ha permesso a questa illusione di crescere fino al punto in cui, secondo lo storico israeliano Tom Segev, "gli israeliani tendono a non essere interessati agli arabi come persone ma come nemici. Certo, la gente sarà contenta quando Assad cadrà, come lo eravamo quando Saddam se n'è andato. Ma non farà alcuna differenza per il costo dell'affitto di un appartamento a Tel Aviv".
Una valida alternativa è la soluzione dello stato unico, uno stato in cui israeliani e palestinesi vivano allo stesso modo. Questi punti di vista, una volta ai margini del dibattito, stanno sempre più diventando argomenti principali. Anche un parlamentare britannico conservatore, Bob Stewart, che ha trascorso 28 anni nelle forze armate del Regno Unito, ha visitato la Cisgiordania e si è detto "profondamente sconvolto da quello che ho visto". La sua proposta? "A meno di fermare gli insediamenti, non ci può essere alcuna possibilità se non una soluzione a due Stati, e l'unica alternativa...è una soluzione con uno stato unico. Uno stato in cui ebrei e palestinesi si riconoscano tra di loro come pari. Sicuramente questo non è totalmente utopistico".
I fondamentalisti sionisti parlano anche oggi con orgoglio di una equazione dello stato unico, ma una realtà in cui gli arabi rimangono cittadini di seconda classe.
In un nuovo libro che ho scritto con Ahmed Moor, "Dopo il Sionismo", spieghiamo sia il senso della giustizia sia cosa significhi immaginare uno stato futuro. Un capitolo del giornalista di Nazareth Jonathan Cook mette in evidenza il caso di Ahmed e Fatina Zbeidat, una coppia palestinese che deve affrontare una discriminazione sistematica semplicemente perché non è ebrea. Si tratta di un caso, ma il messaggio è universale.Una suddivisione di terre per radicare la separazione di una nazione - che ha avuto più di sei decenni di leadership sionista determinata a separare gli ebrei dai palestinesi - non ha causato altro che dolore e razzismo.
Gli attivisti israeliani per la giustizia sociale evidenziano le principali preoccupazioni di molti israeliani della classe media, ma rimarranno in un movimento cieco, a meno che non si affronti l'ingiustizia storica del privilegio ebraico sull'uguaglianza democratica per tutti.
(tradotto a cura di Palestina Rossa)