Siria: i palestinesi presi di mira dal regime e dall'opposizione

Nena News
08.08.2012
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=32010&typeb=0&Palestinians-targeted-by-regime-and-opposition

 

Da Al-Ayyam , traduzione a cura del Mideast Mirror 

I palestinesi presi di mira dal regime e dall’opposizione.

Com’è successo tante volte nel passato, sono i palestinesi che vivono nel campo profughi Yarmuk di Damasco a pagare il prezzo. 

di Talal Akwal 

Ramallah – Mentre il regime siriano afferma che sono stati i guerriglieri dell’opposizione rintanati nel quartiere Tadamun, adiacente a Yarmuk, i responsabili del bombardamento del campo, l’opposizione insiste sul fatto che è stato il regime che ha bombardato i palestinesi. Qualunque ipotesi possa essere quella vera, sono i palestinesi ad essere costretti a pagare il prezzo. 
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Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando Generale (PFLP-GC), guidato da Ahmed Jibril, è sempre stato dalla parte del regime siriano – una posizione che ha messo in imbarazzo le altre fazioni palestinesi, che preferiscono adottare una posizione di neutralità nel trattare con i regimi arabi. Lo stesso vale per i comuni palestinesi che in gran parte non vogliono interferire negli affari interni siriani. 

E’ un dato di fatto, il PFLP-GC si mostra ancor più fedele al regime siriano di quanto non lo sia il braccio armato ‘palestinese’ dello stesso partito Baath, il Saiqa. Il gruppo di Jibril ha scommesso il suo futuro sulla sopravvivenza del regime siriano, e sa che la sua esistenza in Siria – e quanto a ciò in Libano – è intimamente connessa alla sopravvivenza del regime di Assad. 
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Mentre le altre fazioni palestinesi – e l’OLP in generale – hanno (per ragioni politiche e logistiche, e per evitare che i profughi vengano usati come uno strumento da parte di coloro che pretendono di essere più entusiasti della Siria degli stessi siriani) generalmente evitato un’ingerenza diretta o indiretta nella crisi che travolge la Siria, il popolo palestinese che vive in Siria non ha mai voluto diventare carne da cannone in una lotta poco chiara tra un regime filo-arabo che si presenta come il cuore della resistenza araba (e ha trattato in linea di massima i palestinesi alla stessa stregua di come ha trattato i suoi stessi cittadini), da un lato, e un’opposizione incognita e divisa, dall’altro. In ogni modo, i palestinesi sembrano destinati a pagare il prezzo per gli sconvolgimenti che avvengono nei paesi che li ospitano. Anche nei paesi arabi più stabili, i profughi palestinesi sono considerati sempre sospetti, sono sottoposti a una sorveglianza pervasiva e sono soggetti a restrizioni per ciò che riguarda viaggiare, lavorare, studiare, consultare un medico o acquisire proprietà. 

Mentre alcuni governi potrebbero essere giustificati se prendono dei provvedimenti nei confronti di cittadini che provengono da paesi della primavera araba, è inaccettabile che tali misure debbano essere utilizzate per punire i palestinesi che vivono in un limbo da quasi settant’anni. 

Gli attacchi contro i palestinesi che vivono in Siria non possono essere descritti se non come una forma di pazzia. Non è nell’interesse di nessuna delle due parti che i palestinesi rinuncino al loro buon senso e alla neutralità. Qualora più di 600.000 palestinesi dovessero decidere di difendersi, potrebbero esercitare una forte influenza sul corso degli eventi. 

I profughi palestinesi che vivono in Siria hanno sempre saputo che ogni azione che fosse vista come un’ingerenza negli affari siriani sarebbe costata loro cara. Sanno che un regime come quello degli Assad, che, nel 1982, non ha esitato a bombardare Hama e uccidere decine di migliaia di propri cittadini, solo perché avevano osato sollevarsi contro, non avrebbe titubato nell’intervenire ancor più duramente nei loro confronti qualora dovessero pensare di lasciarsi coinvolgere nella politica interna siriana. Dal bombardamento a Damasco del quartier generale della Sicurezza Nazionale del mese scorso, la Siria sta assistendo a una folle intensificazione di una violenza senza freni. Le prospettive di dialogo e riforme sono ormai scomparse del tutto. Al loro posto c’è l’incremento della violenza armata, e sempre più uccisioni, distruzioni e deportazioni di massa. Riconoscendo che se avesse continuato con la sua missione avrebbe potuto essere usato per coprire un bagno di sangue, la settimana scorsa l’inviato delle Nazioni Unite Kofi Annan ha rassegnato le dimissioni. In realtà, l’unico obiettivo della missione di Annan consisteva nel dare più tempo alla Siria per la propria auto-distruzione, a vantaggio di Israele e della sua sicurezza.

Annan sapeva che era inutile continuare, in quanto le posizioni delle potenze globali – sia favorevoli che ostili al regime – erano ben radicate, tanto da lasciare poco spazio per nuove iniziative e compromessi. Ma sapeva pure che con le dimissioni avrebbe aperto le porte a qualsiasi potenza avesse intenzione di intervenire in Siria. 

Nel corso dei quattro mesi di durata della missione di Annan, il regime siriano non ha mai abbandonato l’uso della forza come mezzo per risolvere la crisi. Anche con gli osservatori delle Nazioni Unite presenti sul territorio, il regime ha continuato a setacciare i quartieri di Damasco e di altre città, cercando di scovare e distruggere i combattenti dell’opposizione. I piani del regime sono andati tuttavia a pezzi ad Aleppo, quando si è scoperto che i ribelli erano in grado di raggrupparsi in molte delle aree dalla quali erano stati scacciati. 

In quei quattro mesi, l’opposizione è stata in grado di procacciarsi abbastanza armi, sostegno finanziario e logistico (soprattutto da determinate potenze arabe e della regione) tanto da poter continuare la lotta contro il regime con i propri metodi. Ciononostante, l’opposizione non è stata capace finora di arrivare a una direzione unificata e ad un programma comune, il che lascia intravedere che la Siria potrebbe imboccare la strada della Libia. Anche se l’opposizione fosse riuscita a rovesciare il regime di Assad, è molto probabile che la Siria, per qualche tempo a venire, avrebbe continuato a essere testimone di conflitti tra le varie fazioni dell’opposizione. 

Mentre il destino del regime è in gran parte determinato, è ancora difficile prevedere come si comporterà quando si renderà conto che il suo tempo è scaduto. E’ improbabile che il regime di Assad possa scegliere di andarsene in pace – o anche nel modo di Saleh nello Yemen. Quel che risulta però certo è che una deflagrazione in Siria porterebbe inevitabilmente a deflagrazioni in qualche altra parte della regione. Perciò, i palestinesi dovrebbero essere molto cauti e scegliere il proprio futuro con saggezza nel corso degli eventi. Ma attenzione, la dirigenza palestinese non è assolta dalla responsabilità di adottare posizioni atte a minimizzate il prezzo che i palestinesi devono pagare solo perché sono la parte più debole del dramma siriano. 

Se il PFLP-GC o qualsiasi altra fazione palestinese è pronta a suicidarsi con il regime di Damasco, non ha però il diritto di mettere a rischio l’esistenza dell’intera comunità palestinese che vive in Siria. Se così fosse, il PFLP-GC dovrebbe essere delegittimato in quanto fazione palestinese. 

Ciò nonostante, la dirigenza palestinese dovrebbe considerare con attenzione le lezioni della crisi siriana. Non è sempre meglio scegliere la neutralità quando l’opzione è tra il sostenere regimi oppressivi e il desiderio dei popoli di essere liberi. In quanto palestinesi, siamo noi stessi figli di una causa e di una rivoluzione, non possiamo permetterci di fare altro che sostenere i popoli oppressi se decidono di ribellarsi contro i loro oppressori. 

(tradotto da mariano mingarelli)

Non è stata la prima volta nell’attuale crisi siriana che gli abitanti di questo campo sfortunato sono stati costretti a sacrificare il loro sangue per nulla, certe volte per mano di un’organizzazione palestinese che si è impegnata evidentemente a difendere il regime siriano fino alla fine.