Vivere in uno stato messianico che conduce guerre perpetue comporta costi psicologici e finanziari, anche per coloro che un tempo ne hanno beneficiato.
di Abed Abou Shhadeh ![]()
Middle East Eye, 22 giugno 2025
La decisione di Israele di attaccare l’Iran non può essere interpretata attraverso alcuna lente razionale. Contraddice direttamente la dottrina militare storica di Israele, costruita su operazioni brevi e decisive volte a garantire obiettivi strategici concreti – una dottrina radicata nelle vulnerabilità geografiche, economiche e demografiche intrinseche del paese.
Quello a cui stiamo assistendo ora è un cambiamento fondamentale: l’abbandono del realismo strategico in favore di una guerra teologica senza fine.
La trasformazione è netta. Israele si sta evolvendo da un progetto coloniale sostenuto dall’Occidente in cerca di legittimità internazionale, a un’impresa coloniale messianica che prospera sulla guerra perpetua. L’uso crescente della retorica religiosa e l’arruolamento di Dio nella logica della guerra evidenziano questo cambiamento sistemico.
Domenica, Washington si è unita alla guerra di Israele contro l’Iran effettuando attacchi contro i siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan. Donald Trump ha descritto i raid come “molto riusciti”.
Funzionari iraniani hanno confermato che alcune parti dei siti nucleari sono state colpite, incluso Fordow, il segreto impianto di arricchimento nucleare iraniano situato mezzo chilometro sotto una montagna nei pressi della città di Qom.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha elogiato quella che ha definito una "decisione coraggiosa" da parte di Trump di bombardare i siti nucleari iraniani, affermando che avrebbe "cambiato la storia".
In seguito agli attacchi statunitensi, Netanyahu si trova ora ad affrontare una profonda sfida interna. La sua opposizione laica, che un tempo aveva sostenuto le sue iniziative militari, si chiede ora perché debbano sacrificare la propria qualità della vita in nome di un conflitto senza fine.
Allo stesso tempo, Netanyahu sta erodendo lo spazio democratico riservato al pubblico ebraico per mantenere il ritmo della sua agenda militarizzata. Il fronte interno, e non l’Iran, potrebbe diventare il suo campo di battaglia più difficile.
Una delle decisioni più bizzarre ma rivelatrici è stata l’imposizione di restrizioni alla libertà di movimento dei cittadini israeliani, compresa la chiusura dell’aeroporto Ben Gurion per i viaggi in uscita, accompagnata da un avvertimento del Consiglio di Sicurezza Nazionale che scoraggia il rientro tramite Giordania o Egitto.
Sebbene i voli da Israele continuino a partire, sono in gran parte riservati a turisti e residenti stranieri, mentre i cittadini israeliani sono di fatto bloccati. Questa mossa ha una logica politica interna inequivocabile: colpisce in modo sproporzionato gli elettori dell’opposizione della classe media, che possono permettersi viaggi a lungo termine all’estero, mentre la base elettorale operaia del Likud, in gran parte proveniente dalla periferia, rimane inalterata.
Spostare denaro
Nel frattempo, dall’inizio della guerra su Gaza – e persino prima, durante la riforma giudiziaria israeliana – molti israeliani hanno scelto di spostare denaro all’estero, con una società di servizi finanziari che ha riportato a marzo un aumento del 50% nel numero di israeliani intenzionati a cambiare valuta e trasferire fondi all’estero.
Dal mese di ottobre 2023, si sarebbe verificato un aumento di sette volte nei trasferimenti di denaro da Israele verso altri paesi, con circa 5,6 miliardi di dollari usciti dal paese solo in quell’anno.
Per Netanyahu, questi cambiamenti finanziari devono essere allarmanti. Per anni ha sostenuto l’idea che Israele potesse mantenere un esercito altamente equipaggiato solo attraverso una forte economia. Eppure, i suoi partner di coalizione ultraortodossi contribuiscono ben poco in tal senso, mentre i suoi alleati messianici spingono per ulteriori guerre ed espansione territoriale.
Ironia della sorte, i segmenti della società che sostengono l’economia israeliana sono proprio quelli più contrari al governo di Netanyahu. Ma non si sono opposti alle sue guerre: continuano infatti a sostenere le azioni militari di Israele, cercando al contempo di mantenere uno stile di vita di tipo occidentale.
La loro incapacità – o riluttanza – a esaminare criticamente l’etica sionista, che li ha educati a credere che il mondo sia intrinsecamente antisemita e che debbano vivere con la spada, ha permesso a Netanyahu e ai suoi alleati di sfruttare il loro potere economico. Così facendo, hanno contribuito ad accelerare la discesa di Israele in uno stato messianico, rafforzando politiche razziste e un’ideologia suprematista ebraica.
Questa dinamica è ora evidente nel contesto del conflitto con l’Iran, con molteplici casi documentati in cui cittadini ebrei israeliani hanno negato ai cittadini palestinesi – e persino ai lavoratori stranieri – l’accesso ai rifugi antiaerei durante gli attacchi missilistici.
Questa è la visione di Netanyahu per Israele: uno stato etno-religioso, liberista, in conflitto permanente con i suoi vicini, che semina distruzione ovunque si estenda, destabilizzando attivamente la regione circostante. Paradossalmente, questo rispecchia le stesse critiche che Israele rivolge all’Iran.
Quegli israeliani che comprendono le conseguenze di questa guerra le stanno già vivendo. Gli impatti finanziari vanno dai danni alla proprietà privata, alle più ampie ripercussioni derivanti dalla chiusura dell’economia civile israeliana e dalla transizione verso un’economia d’emergenza, in cui solo le attività e le istituzioni essenziali continuano a operare.
Da un lato, ciò genera incertezza economica e preoccupazioni crescenti; dall’altro, sta avvenendo sotto una pressione psicologica reale e sotto il timore concreto degli attacchi missilistici iraniani.
Stabilità temporanea
Sebbene l’economia israeliana continui a mostrare resilienza, gli analisti israeliani avvertono che questa stabilità è solo temporanea. Se Israele non tornerà alla sua dottrina delle guerre brevi e decisive, le sue risorse finanziarie si esauriranno e l’economia subirà danni duraturi.
Anche se il numero di missili iraniani che hanno effettivamente colpito il territorio israeliano è relativamente basso, ogni impatto comporta conseguenze gravi, rendendo interi blocchi residenziali inabitabili. Nel contesto israeliano, dove il mercato immobiliare è tra i più costosi al mondo, anche danni limitati hanno implicazioni economiche sproporzionate.
A livello personale, posso testimoniare un timore reale e inedito nei confronti dei missili iraniani – un timore che né i cittadini palestinesi di Israele né gli ebrei israeliani avevano mai provato prima. Sta generando panico diffuso e profonda inquietudine.
Molte famiglie sono ora senza casa, eppure ancora gravate dai debiti del mutuo. Perciò, quando sono emerse notizie di israeliani che tentavano di fuggire verso Cipro su yacht privati, non è stato affatto sorprendente.
La fantasia di sorseggiare un espresso a Tel Aviv mentre Gaza brucia è crollata. Vivere in uno stato messianico che conduce guerre perpetue comporta costi psicologici e finanziari, persino per coloro che un tempo ne traevano beneficio.
Ora è diffusa la convinzione che Netanyahu non si fermerà all’Iran. Escalation che coinvolgano il Pakistan o la Turchia non sono più considerate ipotesi assurde. I think-tank israeliani stanno già ponendo le basi per giustificare futuri scontri con Ankara, presentandoli come inevitabili.
Per l’osservatore razionale, tutto ciò è follia. Ma questa è la realtà dell’Israele odierno: uno stato che ha trascinato l’economia globale nei suoi giochi di guerra, acceso tensioni regionali e invocato Dio per giustificare la distruzione. Gli israeliani laici che hanno sostenuto le guerre di Netanyahu hanno ora il privilegio di pianificare la fuga, mentre i palestinesi continuano a pagare il prezzo – non solo per le politiche israeliane, ma anche per la perdurante complicità dell’Occidente nel legittimarle.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all'autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.
Abed Abou Shhadeh è un attivista politico con base a Giaffa. Ha rappresentato la comunità palestinese nel consiglio comunale di Giaffa-Tel Aviv dal 2018 al 2024 e possiede un master in scienze politiche presso l’Università di Tel Aviv.
Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze