03 ottobre 2007 ? by Joseph Krauss, Agence France-Presse (AFP)
EIN BEIT ELMA CAMP ? Majdi Mabruk cammina scendendo lungo uno stretto vicolo, tappezzato di manifesti dei martiri, alla testa di una moltitudine di bambini piccoli i cui occhi spalancati sono appiccicati al suo fucile d'assalto M16 completamente carico.
?I negoziati non hanno portato a nulla. Hanno portato solo ad un numero maggiore di colonie, di arresti e di check point,? dice Mabruk, i suoi occhi sfrecciano avanti e in dietro, stando all'erta nei confronti degli informatori o peggio ancora.
?Fanno affermazioni di pace sui mezzi di informazione, ma poi non c'è pace sul terreno,? dice.
Il 22enne è uno delle dozzine di uomini armati che vivono nel campo profughi di Ein Beit Elma a Nablus, dove, all'inizio di questo mese, centinaia di soldati israeliani si sono scontrati con militanti palestinesi per tre giorni, in quella che è stata la più recente incursione militare in una città resistente nella West Bank occupata.
Egli è dunque uno dei più di 700.000 profughi che risiedono in campi sparsi nella West Bank ? povere, affollate enclave che hanno educato generazioni di militanti con lo sguardo fisso su i passati tentativi di portare la pace al Medio Oriente,
Fin da quando il movimento islamico di Hamas ha preso il potere nella Striscia di Gaza, a giugno, Israele e l'occidente si sono impegnati a sostenere la West Bank, ancora sotto il potere del moderato presidente Mahmoud Abbas, ed hanno fatto pressione per giungere a rinnovati colloqui di pace.
Ma nei vicoli segnati dalle ferite di Ein Beit Elma, dove una ridda di blocchi di cemento sono stati spinti giù lungo il pendio fin nel centro cittadino di Nablus, si sentono solo discorsi di guerra.
Il 18 settembre, alle 02 circa di notte, centinaia di truppe israeliane rinforzate da 40 veicoli della fanteria, che provenivano da diverse direzioni, si sono riversati entro il campo per la più grande operazione mai fatta, secondo le affermazioni di testimoni e dell'esercito.
Abu Nasr Mabruk, il patriarca di una famiglia di combattenti ? Israele ha ucciso due dei suoi figli e ne ha arrestati altri due ? venne risvegliato dalle esplosioni, racconta, mentre fa scorrere con le dita le nere palline del rosario.
?Per evitare le viuzze strette, i soldati con l'esplosivo praticavano buchi nei palazzi e proseguivano passando attraverso quelli.?
?Trapanavano piccoli fori nelle pareti attraverso i quali poter sparare ai militanti, fuori, nelle strade,? racconta, indicando i rattoppi di cemento sulle pareti, fatti da poco.
?Hanno lanciato i cani nelle strette vie per scovare i combattenti,? continua.
?Questo è il posto dove venne colpito un cane: E qui dove venne ucciso un altro cane,? racconta, facendo riferimento ad un soldato israeliano. ?Ma il soldato venne solo ferito.?
Dopo tre giorni di combattimenti, un soldato israeliano ed un combattente palestinese vennero uccisi. L'esercito arrestò 49 presunti militanti di diverse fazioni palestinesi, compreso un capo locale di Hamas.
In un comunicato diffuso dopo le operazioni, l'esercito affermò di aver scoperto un complotto per inviare un suicida armato di una bomba a Tel Aviv, durante la festa ebraica dello Yom Kippur, ma gli abitanti insistono nell'affermare che l'operazione militare era stata immotivata.
?Ci sono persone armate qui nel campo, ma esse non vanno in Israele, sono gli israeliani a venire qua,? afferma Qassem Mabruk, un altro abitante.
?Ci sono persone ricercate nel campo, ma ci sono anche persone come noi che vivono qua. Questa è la nostra casa. Come possiamo supporre di difendere noi stessi?
Meno di una settimana dopo l'operazione, il presidente US George Bush si incontrò con Mahmoud Abbas a New York per garantire il suo impegno nella creazione di uno stato palestinese.
L'incontro ha fatto parte di una moltitudine di colloqui realizzati in poche settimane, trascorse di recente, per impostare l'organizzazione per una conferenza internazionale che si sarebbe dovuta tenere al più tardi quest'anno, un tentativo di far rivivere un processo di pace che è inattivo da sette anni.
I combattenti di Ein Beit Elma non sono in aperta rivolta contro Abbas, ma sono critici nei confronti della sua Autorità Palestinese e profondamente scettici sulla sua capacità di apportare miglioramenti alle loro vite.
?Non ti darò il mio nome vero perché non voglio ritornare in prigione. Qui non c'è democrazia, non c'è libertà di parola,? sostiene uno dei combattenti.
?L'Autorità (Palestinese) non si preoccupa di noi. Non ci protegge e non difende i nostri diritti.?
Per il popolo di Ein Beit Elma, per i profughi che scapparono qua durante le guerre del 1948, quando venne creato Israele, e nel 1967, quando lo stato di Israele occupò la West Bank, qualsiasi accordo deve riconoscere quello che loro dicono essere il loro inseparabile diritto: di ritornare alle loro case ancestrali, molte delle quali attualmente si trovano in Israele.
Israele ha respinto in modo definitivo ogni tipo di ritorno, temendo che con il permettere ai profughi di ritornare si sarebbe creata una maggioranza palestinese, all'interno di Israele, che avrebbe portato alla fine della sua esistenza come stato ebraico.
La questione è una delle più dolorose tra quelle che affliggono il pluridecennale conflitto israelo-palestinese.
Abbas, lui stesso profugo del 1948, ha accennato che si sarebbe potuto rendere disponibile a concordare un qualche tipo di riconoscimento formale del diritto al ritorno, magari associandolo alla compensazione, in quanto si sarebbe potuto prevedere non scontato il ritorno di tutti i profughi.
Ma Majdi Mabruk, con il suo fucile da assalto appeso alle sue spalle, insiste che? il diritto al ritorno non è qualcosa di suo da poter dare via. E' il diritto di tutti i palestinesi ovunque essi vivano. Non potrà mai esserci pace senza di esso.?
Il giorno dopo l'operazione a Nablus, l'esercito israeliano ritornò, questa volta con bulldozer per la casa d'affitto di cinque piani della famiglia Mabruk e disse loro di andarsene.
Metà della casa venne ridotta in pochi minuti in un ammasso di macerie. Nello spaccato esposto, cinque piani in alto, ad un filo da stendere, sono rimasti appesi abiti da bambini che sembrano quasi bandiere da preghiera himalayane, che oscillano alla brezza di vento.
Una grande bandiera rossa del Fronte .Popolare di Liberazione della Palestina (PFLP), il partito al quale appartiene la famiglia Mabruk, è stata piantata in cima alle macerie.
Molti abitanti ritengono che il palazzo sia stato demolito per vendicare la morte del soldato, ma testimoni affermano che l'uomo armato che lo uccise sparò da un altro posto.
E i combattenti qui non hanno l'intenzione di abbandonare le loro armi. ?Vogliono fermare la nostra resistenza, ma non possono farcela con noi,? sostiene uno dei combattenti riferendosi all'Autorità Palestinese.
?Loro (PA) non fanno nulla per quel palazzo che è stato distrutto,? dice.?Perché non vengono ad indagare? Perché non fanno nulla??