Diario di Paola in Palestina - 5 novembre

Diario di Paola in Palestina – 5 novembre

 

Mo: "Ti ho difesa, parlando con il capo progetto...". Sa bene che i rapporti con il medesimo, per i primi quindici giorni, non sono stati dei migliori; anche perché era la prima volta che partecipavo a un progetto di cooperazione in assoluto, e non avevo mezza idea di cosa realmente avrei dovuto fare. Così finisce che la situazione si è allentata anche per l'intervento del Project Officer, palestinese. E questo, dopo che tutti sapevano che la medico arrivato apparteneva alla genia degli yahud.



Non avrei mai creduto che sarebbe andata così. Anche K., l'impiegato, mi saluta con calore, e mi raccomanda di tornare.

Telefonata fra il capo progetto e il direttore dell'ufficio del MoH. di Hebron. Risultato: vogliono essere avvisati di quando si va a vedere gli ambulatori. Tanto contenti che ci andiamo non devono essere.

Navetta per l'aeroporto. Un francese parla di un progetto di cooperazione rivolto ai ragazzi di Nablus, e della costruzione di un campo sportivo.

Cerco Haaretz in inglese. Quattro giornalai, ma è esaurito. In cambio, in ciascun negozio, un intero scomparto di giornali in russo.


Posto di blocco prima dell'aeroporto. Sale un soldato. "Da", sì, in russo: abbiamo passato l'esame.


Quattro controlli, all'aeroporto. "Perché è venuta qui?" "Per lavoro". "Che lavoro fa?" "In Italia, il medico. Qui, sono venuta a controllare apparecchi. Per la Cooperazione italiana". "Dove?" "A Gerusalemme". All'arrivo, avevo detto "Gerusalemme e Beit Jalla", ma l'espressione 'Beit Jalla' alla soldatessa non era piaciuta. Riproviamo così. "Quali apparecchi?" "Elettrocardiografi. Funzionavano tutti", riferisco, trionfante.