Attivisti sotto assedio

Haaretz.con
08.01.2010

http://www.haaretz.com/hasen/spages/1141085.html  

“Attivisti pro-Gaza sotto l’assedio imposto dall’Egitto e da Hamas.”  
  di Amira Hass
 

La partenza dalla Ramses Street del Cairo, in circa 20 autobus, venne fissata per la mattina del lunedì 28 dicembre. Gli organizzatori della Gaza Freedom March vennero però a sapere che gli autobus non sarebbero arrivati. Proprio come domenica notte, i bus prenotati da un gruppo di attivisti francesi non si presentarono mai al loro punto di partenza – la Charles de Gaulle Street del Cairo, vicino all’Ambasciata francese e di fronte allo zoo.

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La settimana precedente alla marcia in programma, il Ministro degli Esteri del Cairo chiarì che non sarebbe stato permesso a coloro che manifestavano, di entrare a Gaza. Domenica sera, scomparvero misteriosamente anche i battelli dal Nilo. Le autorità egiziane erano a conoscenza che numerosi attivisti avevano preventivato di fare un giro in barca ed accendere delle candele per ricordare il primo anniversario dell’attacco israeliano a Gaza e delle 1.400 persone che erano state uccise.
 

Un totale di 1.361 persone erano giunte al Cairo da 43 paesi per partecipare alla Gaza Freedom March, 700 delle quali solo dagli Stati Uniti, molto più numerose di quanto era previsto. Il tutto aveva avuto inizio come una piccola iniziativa. Poi le femministe americane ed il gruppo pacifista Code Pink dettero la propria adesione e, progressivamente, essa di  diffuse agli altri paesi. 

Portare Gaza al Cairo.
 

“Se non possiamo andare a Gaza, porteremo Gaza  al Cairo,” affermò una delle attiviste pacifiste americane. E difatti, per un’intera settimana, più di mille cittadini stranieri, la maggior parte dei quali proveniente da paesi occidentali, percorsero le strade della capitale egiziana  nel tentativo di trovare modi e luoghi per manifestare contro il blocco di Gaza.

“Le dimostrazioni al Cairo sono la prova conclusiva delle pressioni esercitate da Israele sull’Egitto perché impedisca l’accesso a Gaza,” dichiarò un cittadino egiziano ( che allo stesso modo di altri egiziani non aveva osato partecipare alle dimostrazioni per paura di punizioni). “ Per quale motivo l’Egitto ha bisogno di questo problema?” Sarebbe stato più facile e semplice averli mandati tutti a Gaza e lasciati perdere.” 

Non appena gli attivisti francesi videro che gli autobus non arrivavano, disposero le tende ed i sacchi a pelo fuori dall’ambasciata. Alle due di mattina si resero conto che il campeggio era stato circondato da una barriera e da un cordone compatto di polizia anti-sommossa. Tende, una barriera di polizia, limitazioni negli spostamenti e un’area sotto assedio: senza averlo programmato, essi stavano riproducendo la situazione di Gaza in particolare e della Palestina in generale. Resistere alle condizioni dell’assedio divenne un obiettivo ed una sfida. 

Durante i successivi due o tre giorni, il cordone venne rafforzato da una a tre file di poliziotti. Ogni poche ore, gli attivisti esaminavano come procedere; questa era democrazia diretta all’opera. Senza segreti, senza ordini dall’alto, senza gerarchie. 

Un processo analogo si dispiegò nei diversi luoghi dispersi per il Cairo. Alcuni attivisti scoprirono che la polizia stava circondando i loro alberghi, per impedire a loro di uscire. Diversi altri protestarono di fronte alle rispettive ambasciate – e vennero immediatamente circondati dalla polizia anti-sommossa. I più violenti furono quelli che si erano appostati all’ambasciata americana. 

Chi si deve incolpare?
 

Un consistente raggruppamento si attestò sotto gli uffici dei Programmi di Sviluppo della Nazioni Unite. Uno degli organizzatori chiarì: “Con la nostra presenza qui, stiamo affermando che non stiamo addossando la colpa all’Egitto. La responsabilità per lo svergognato ed osceno assedio israeliano a Gaza onestamente ricade sui nostri stessi paesi.”

 
Questo risuonò come una risposta all’accusa espressa a Ramallah prevalentemente dai sostenitori di Fatah e dell’Autorità Palestinese: Con l’incoraggiamento di Hamas, la pressione popolare internazionale e in particolar modo quella araba sta venendo orientata su un obiettivo sbagliato – l’Egitto, piuttosto che Israele. Alcuni degli organizzatori affermarono di aver nutrito difatti  l’impressione che Hamas non fosse affatto interessato alla manifestazione contro Israele,  al posto di confine di Erez, che è pressoché sigillato, ma piuttosto a quella contro l’Egitto, al passaggio di Rafah. 

Il sogno era quello di avere, nel primo anniversario dell’offensiva delle Forze di Difesa Israeliane un corteo di decine di migliaia di persone diretto a Beit Hanun/Erez, per chiedere che Israele ed il mondo pongano fine all’assedio. Gli aspiranti partecipanti erano un insieme molto variegato: Alcuni erano stati per decenni attivisti di sinistra, mentre altri si erano uniti solo durante la campagna di Gaza stessa. Studenti e pensionati, lettori universitari, disoccupati, giovani e vecchi. 

Tra gli attivisti più anziani era inclusa Hedy Epstein, di 85 anni, una cittadina americana nata in Germania, che si salvò in quanto i suoi genitori ebrei la mandarono in Inghilterra quando aveva 14 anni. Essi successivamente morirono ad Auschwitz. Lei se ne stette seduta su una seggiola sotto il palazzo che ospita gli uffici della UNDP (United Nation Development Program’s) insieme a coloro che stavano facendo lo sciopero della fame, come protesta per essere stato proibito loro di entrare a Gaza. Nei pressi, Hippy di 50 e 60 anni saltellavano, italiani cantavano ”Bella Ciao”, e attivisti del Sud Africa tenevano dispiegato uno striscione che chiedeva sanzioni nei confronti di Israele, citando Nelson Mandela: “La nostra libertà non è completa senza la libertà dei Palestinesi.” 

Madre ebrea. 

“Sento di stare facendo qualcosa per Israele, per il bene del suo futuro,” affermò un giovane barbuto proveniente da Boston, che aveva svolto attività di volontariato in un villaggio palestinese della West Bank. Sua madre, che è ebrea, lo aveva accompagnato in uno dei suoi voli in Israele per dare un’occhiata alla sua nuova vita. Quando atterrarono, appresero che il nome di lui era su una lista presso il Controllo di Frontiera all’aeroporto, e madre e figlio vennero trattenuti sotto interrogatorio per otto ore.

 “Lei ne è uscita trasformata in una radicale,” rideva il giovane, che un anno e mezzo fa aveva scoperto il discorso alternativo a proposito della sua “seconda patria”. 

Un regista di documentari venezuelano dichiarò,”L’ottanta per cento dei partecipanti che ho intervistato a caso sono ebrei.” Probabilmente l’80 % è una esagerazione, sebbene una  gran percentuale di coloro che erano presenti risultavano ebrei. La folla vivacemente colorata comprendeva anche palestinesi che erano cittadini di paesi occidentali, alcuni dei quali, originari di Gaza, speravano di vedere i parenti per la prima volta da anni. C’erano anche religiosi cristiani e musulmani. Alcuni degli slogan che essi esprimevano erano eccessivamente ambiziosi, come ad esempio “Noi siamo venuti per liberare Gaza.”Ma, in linea di massima, questo insieme variegato dava l’impressione di un messaggio di pacifismo militante e di femminismo, di teorie di liberazione e di una gran fede nell’effetto cumulativo, positivo dell’azione popolare non-gerarchica e della sua capacità di produrre un cambiamento. 

E’ un peccato, pensai tra me e me: gli egiziani ci stanno impedendo dal vedere ciò che  succede quando la democrazia diretta e trasparente si incontra con il regime di Hamas. 

Lunedì sera, i dimostranti appresero che, su richiesta della moglie del presidente, Susanne Mubarak, 100 persone avrebbero ottenuto il permesso di entrare nella Striscia di Gaza. molti videro in ciò un modo per rompere la solidarietà tra i manifestanti e ridurre la pressione sull’Egitto. Alla fine, il 30 dicembre, circa 80 persone partirono con gli autobus, compresi diversi giornalisti che non erano travagliati dal dilemma. 

A mezzanotte, 12 ore dopo aver lasciato il Cairo, arrivammo ad un albergo a Gaza. Là ci attendeva la prima sorpresa:un ufficiale della Sicurezza di Hamas in abiti civili piombò su un amico che era venuto a prendermi per una visita, avvertendolo che gli ospiti non potevano alloggiare in abitazioni private. 

La storia progressivamente si chiarì. Gli organizzatori internazionali della marcia coordinarono la cosa insieme alla società civile, a diverse organizzazioni non-governative, che dovevano pure coinvolgere il Comitato Popolare Rompere l’Assedio, un’organizzazione semi-ufficiale affiliata ad Hamas. Molti attivisti europei hanno legami di lunga data con organizzazioni di sinistra nella Striscia di Gaza. Quelle organizzazioni, in particolar modo il relativamente ampio Fronte Popolare, avevano organizzato alloggi temporanei per alcune centinaia di ospiti in case private. Quando il governo di Hamas venne a conoscenza di ciò, proibì l’iniziativa. “Per motivi di sicurezza”. Per cos’altro? 

Apparentemente pure “Per motivi di sicurezza”, martedì mattina, gli attivisti si accorsero che un cordone di uomini dalle facce severe, dure della Sicurezza di Hamas impedivano loro di lasciare l’albergo (che è di proprietà di Hamas). Quando gli attivisti visitarono case e organizzazioni erano accompagnati da ufficiali del servizio di sicurezza. 

Durante la marcia stessa, quando quelli di Gaza che guardavano dalle file laterali cercarono di parlare con i visitatori, vennero bloccati dagli uomini della Sicurezza dalle facce severe e dure. “Non vollero che noi si parlasse con la gente comune,” concluse una donna. 

Dirottati o male organizzati? 

La marcia non fu quella che gli organizzatori avevano sognato durante i nove mesi della preparazione. Il giorno precedente allo spostamento a Gaza, già sapevano che le organizzazioni non-governative si erano tirate indietro. Alcune persone affermarono che i rappresentanti governativi di Hamas avevano scoperto che le ONG non avevano un piano organizzativo chiaro per gli ospiti ed avevano assunto perciò l’iniziativa. Un attivista palestinese ribadì: “Quando si venne a sapere che sareste stati solo 100, noi cancellammo tutto.”

 Un altro raccontò: “Fin dall’inizio, Hamas pose delle condizioni: Non più di 5.000 partecipanti alla marcia, nessun avvicinamento al muro e alla barriera, come tenere i discorsi e quanto lunghi avrebbero dovuto essere, chi avrebbe fatto interventi. In breve, Hamas sviò l’iniziativa da noi e noi ci arrendemmo.” 

Hamas o il suo Comitato Popolare, fece affluire alla marcia 200 o 300 persone. La marcia diventò nulla di più di un rituale, un’opportunità per i ministri del governo di Hamas per ottenere un decente spazio mediatico in compagnia di dimostranti occidentali. Particolarmente fotogenici furono quattro americani del Gruppo degli Ebrei Ultra-Ortodossi Anti-Sionisti Naturei Karta, che si erano aggregati al viaggio solo a Al-Arish. Non c’erano donne palestinesi tra i partecipanti alla marcia – uno schiaffo alle molte organizzatrici femministe e ai partecipanti, donne e uomini. 

Dopo la marcia, gli ospiti esternarono delle proteste ad alcuni degli organizzatori ufficiali palestinesi. “Veniamo per fare una dimostrazione contro l’assedio, e ci troviamo noi stessi sotto assedio,” dichiararono. Il loro aspetto variopinto e la limpidezza del loro comportamento non era adeguata alla disciplina militare che gli ospitanti ufficiali cercavano di imporre. Gli ufficiali stettero a sentire e non appena le redini vennero un po’ allentate, me ne andai per visitare le case degli amici.

In quei luoghi, la gente descrisse la paura permanente di un attacco israeliano. Sabato, alle 11:30 della mattina – il momento in cui si ebbero i primi bombardamenti aerei – resta tuttora per molti bambini un’ora critica. Proprio come i temporali, o il venir meno dell’elettricità ( un evento quotidiano) o un continuo volare di un drone sopra le teste, generano ansietà ed evocano ricordi da incubo. 

Ad alcuni di coloro che avevano partecipato alla marcia venne ora permesso di uscire da soli, con i conoscenti di Gaza che avevano conosciuto in precedenza solo per telefono  ed e-mail. Alcuni, in particolar modo coloro che parlano in arabo, si lamentarono che “un’ ombra sotto forma di un uomo della sicurezza” aveva continuato ad accompagnarli. In veloci escursioni tipo “safari” dei dintorni bombardati, attraverso i finestrini degli autobus, videro le rovine che non erano state ancora asportate, come il complesso bombardato dei palazzi governativi che si erge ancora - brutti scheletri di cemento con stanze vuote, senza pareti, come bocche che urlano. 

In incontri senza gli uomini della sicurezza, alcuni attivisti ricevettero l’impressione che gli abitanti non schierati dalla parte di Hamas vivano nel terrore ed abbiano paura di parlare o di farsi riconoscere per nome. “ Ora capisco che la richiesta ‘Libertà per Gaza’ ha un altro significato,”. mi disse un giovane. 

I partecipanti trascorsero il giovedì e il venerdì nella Striscia di Gaza. Venerdì, il 1° gennaio, era il 45° anniversario della fondazione di Fatah. Il governo di Hamas non dà  il permesso all’organizzazione rivale di fare assemblee, proprio come l’Autorità Palestinese non autorizza Hamas a fare assemblee nella West Bank. Il leader di Hamas Ismail Haniyeh si  congratulò con Fatah nel suo anniversario, ma allo stesso tempo i servizi di sicurezza di Hamas fecero tutto ciò che era in loro potere per impedire agli attivisti del movimento persino di pensare ad una celebrazione. 

Centinaia di attivisti di Fatah vennero convocati dalla polizia e trattenuti per alcune ore in semi-detenzione, fino a sera. Ufficiali della sicurezza entrarono nelle case dove stavano bruciando candele o venivano fatte sventolare bandiere di Fatah per rimarcare l’anniversario. In una casa, gli ufficiali della sicurezza  cercarono di arrestare due persone e la madre  tentò di impedirlo. A quanto si dice, un poliziotto la colpì –  lei ebbe un attacco cardiaco e morì. 

Io ero stupefattai: Le restrizioni costituivano un ordine superiore, o una stolta interpretazione dei ranghi inferiori? Può pensare Hamas che si possa impedire completamente ai pochi visitatori – chiaramente filo-palestinesi – di ascoltare le versioni non ufficiali? Non si rende conto la gente che dà gli ordini di quale brutta impressione stia creando? O c’era veramente un problema di sicurezza? 

Qualcuno che, a dir poco, non è un sostenitore di Hamas, mi spiegò che i giovani che abbandonano Iz al-Din al-Qassam per l’amorfa milizia Jaljalat rappresentano un autentico problema. Essi sono una scusa comoda per limitare il contatto con “proprio chiunque”, ma la paura che essi potrebbero cercare di far del male ai visitatori al fine di danneggiare Hamas è reale. 

Questi sono giovani devoti che, ufficialmente, criticano Hamas perché non applica la religione islamica nella sua interezza. Tuttavia, come ha detto il critico, “Inconsapevolmente, a causa delle loro vite perdute, delle nostre vite perdute, essi sono in collera con il mondo intero.” 

Postscritto: Dopo due giorni tutti i visitatori, giornalisti inclusi, dovettero lasciare Gaza. Secondo Hamas, questa era una richiesta esplicita dell’Egitto. Ufficiali egiziani lo confermarono.

 (tradotto da mariano mingarelli)