Intervista col la refusnik Noam Gur

Mondoweiss.net
12.03.2012
http://mondoweiss.net/2012/03/i-refuse-to-join-an-army-that-has-since-it-was-established-been-engaged-in-dominating-another-nation-interview-with-israeli-refuser-noam-gur.html

 

“Mi rifiuto di far parte di un esercito che è impegnato fin dalla sua costituzione nel dominare un’altra nazione”: Intervista con la refusnik Noam Gur.

di Annie Robbins 

L’amico e collaboratore Dena Shunra ci ha messo in contatto con Noam Gur, attualmente sotto processo per essersi rifiutata di prestare servizio nell’esercito israeliano. Noam è un’attivista 18 enne, femminista omosessuale veganiana, che attualmente vive a Kiryat Motzkin, vicino ad Haifa, ma è nata e cresciuta a Nahriyya, vicino ad Akka e al confine con il Libano.

                    noam gur

 

ANNIE: Quando hai capito di non voler fare il servizio militare? 

NOAM: Quando avevo circa 15 anni ho cominciato a capire ciò che stava accadendo realmente in Palestina e in Israele, dopo anni in cui il sistema scolastico, la famiglia e la società israeliana in generale mi avevano mentito raccontandomi storie spaventose. A quel tempo, ero convinta che qualcosa come una “occupazione illuminata” potesse esistere veramente – in altre parole che sarei andata nell’esercito e avrei prestato servizio ovunque mi avessero mandato, ma che l’avrei fatto con pietà, con compassione e con “un sorriso”, che non avrei fatto male a nessuno senza motivo e mi sarei rifiutata di obbedire ad ordini illegali, ecc. 

Questo stato è passato piuttosto in fretta, dal momento in cui mi sono resa conto che, di fatto, non esisteva qualcosa del tipo della “occupazione illuminata”, e che per porre termine all’occupazione e operare per la pace avrei dovuto decidere di non intervenire nei territori occupati. Anche questa fase è passata abbastanza velocemente. 

Quando avevo circa 16 anni, ho capito che l’unico modo giusto di comportarsi era quello di rifiutarsi del tutto di prestare servizio nell’esercito, per i motivi che ho indicato nella dichiarazione che ho allegato. 

ANNIE: I tuoi genitori sono attivisti o ti hanno sostenuto nella tua decisione? 

NOAM: A dire la verità, i miei genitori non sono proprio degli attivisti. Entrambi hanno servito nell’esercito, mio padre era addirittura un uomo d’arme ed era rimasto ferito nella prima guerra del Libano. Anche la mia sorella maggiore aveva prestato servizio nell’esercito, in un’unità di polizia di frontiera, al valico di Erez. I miei genitori non appoggiano la decisione, ma sono consapevoli del fatto che la decisione è mia e non possono esercitare influenza alcuna nei suoi confronti. Non so che cosa succederà quando la data della mia incarcerazione si approssimerà e se la questione diventerà di pubblico interesse – il che li potrebbe danneggiare trasformandoli in un bersaglio. E’ pure cosa del tutto possibile che mia madre possa decidere che, fintantoché mi rifiuto, non faccio parte della sua famiglia. 

ANNIE: Dena definisce il processo di rifiuto come “tortuoso”, puoi entrare nei dettagli? Sei ancora in questo procedimento? Da quanto ho capito, lo si rifà, è corretto? 

NOAM: OK, è nella parte un po’ lunga. Il processo per rifiuto è davvero lungo e noioso, come Dena aveva detto che sarebbe stato. Circa un anno fa ho ricevuto la prima data di precettazione. E’ il giorno in cui arrivano i giovani [per una valutazione preliminare della collocazione] e viene deciso se sono adatti o meno al servizio [militare]. In quella occasione è stato stabilita la mia idoneità al servizio. Poi mi sono recata a una cosa chiamata Commissione di Coscienza (Commissione per l’obiezione di coscienza o morale), una commissione che, in linea di principio, dà il congedo solo a pacifisti radicali, ma ho pensato che un tentativo l’avrei dovuto fare anche se non sono una pacifista. Di recente, l’esercito ha respinto la mia richiesta di essere vista dalla commissione. 

La data del mio arruolamento è il 16 aprile. Quel giorno mi recherò all’Ufficio per il Reclutamento di Ramat Gan e dichiarerò il mio rifiuto a essere arruolata. Nel corso di quella giornata sarò giudicata da un ufficiale di grado inferiore, in una sorta di processo abbreviato che serve principalmente per impressionare, e verrò spedita in una prigione militare per un periodo compreso tra i 7 giorni e un mese. Poi, liberata, dovrò ritornare a Ramat Gan, dichiarerò una volta ancora che mi rifiuto di venire arruolata, verrò condannata a scontare in prigione da una settimana a un mese, e ancora e ancora fino a quando o io o l’esercito si arrenderà. Se cederò prima, dovrò vedere uno psicologo militare e convincerlo che mentalmente non sono in grado di svolgere il servizio. Se l’esercito smetterà di applicare la forza (che è ciò che spero accada, naturalmente, ma non è accaduto da un bel po’ di tempo) verrò rilasciata per ”inidoneità” [o per “omissione di inquadramento” o per “incapacità di adattamento”]. C’è una piccola possibilità che l’esercito decida di mandarmi sotto processo, il che significherebbe che ci sarebbe la possibilità di venire incarcerato per un periodo lungo (per i ricusanti il tempo più lungo in cui venivano condannati, nel 2003, era di due anni). Tra l’altro, il ripetersi di incarcerazioni per lo stesso reato viene considerato illegale dalle Nazioni Unite e costituisce una grave violazione dei diritti umani. Quindi sì, ci sono ripetuti va e vieni in carcere, che potrebbero portare via un sacco di tempo. L’ultimo dei refusnik più noti, un ragazzo druso di Beit Jan, è stato mandato in prigione sette volte prima che l’esercito lo rilasciasse. 

PHIL: Ti ammiro e voglio credere di poter essere coraggioso come te, in simili circostanze….

Maya e Neta hanno parlato dell’incredibile isolamento sociale che si trovano ad affrontare. Stavano prendendo una decisione estremamente impopolare in una società che crede di aver bisogno di un esercito forte per sopravvivere. Non puoi parlare affatto del tuo isolamento sociale? Hai perso amici?Chi ti ha sostenuto? Sei stata fatta oggetto di disprezzo/aggredito? 

NOAM: Mi è un po’ difficile rispondere al proposito, perché ho deciso da poco di fare una dichiarazione pubblica di rifiuto, ma sì – la società israeliana non accoglie con un saluto tutto ciò: E’ vero il contrario. 

Non sono andata incontro ad alcuna violenza vera e propria, ma in effetti ho incontrato silenzio, a scuola, per esempio. Il non prestare servizio militare era un argomento che non poteva neppure essere discusso. Suppongo che comincerò a incontrare violenza quanto più mi avvicinerò al rifiuto, e se e come verrà riportata la storia dai mezzi di informazione e da quelli di comunicazione sociale. Non so se la gente ha troncato ogni contatto con me, ma dal momento che tutti nella mia classe sono nell’esercito ora, o in procinto di essere arruolati, non ho ritenuto avesse molto senso restare in contatto con la maggior parte di loro. Quindi s’, non c’è dubbio che c’è un senso di isolamento dalla società. Ricevo un po’ di sostegno da parte di attivisti, ebrei e palestinesi, ma purtroppo ci sono pochi attivisti di questo tipo per cui il sostegno è limitato. C’è anche l’organizzazione New Profile, la quale per me è importante fare notare che accompagna il refusnik al relativo processo, e mi ha aiutato molto, dall’inizio del percorso fino a oggi, con avvocati, informazioni, sostegno, ecc… 

ANNIE: Noam, quando affermi che potrebbero prendere di mira i tuoi genitori, che cosa intendi dire? C’è un precedente per questo? Vuoi dire che la società li eviterà? Risulta sconvolgente che tua madre possa decidere che tu non appartieni più al suo nucleo familiare. 

NOAM: Penso che alla fine la società li criticherà per il mio rifiuto, “come potevano avere una figlia che ‘tradisce’ la sua stessa società”? E’ successo negli anni passati, le famiglie dei refusnik hanno ricevuto lettere cariche di odio, graffiti di odio sulle pareti di casa, ecc. A essere onesti, Israele sta diventando sempre meno tollerante nei confronti dei punti di vista diversi, i “prezzi da pagare” sono comuni oggi nei confronti delle singole persone e questa è una cosa che tengo a mente, che qualcuno possa decidere di destinare a me o alla mia famiglia. Mia madre sostanzialmente mi ha detto che preferisce che esca di casa se ho intenzione di essere coinvolta con carcere e polizia militare, dato che non lo sopporterebbe. Quello che è successo pure due anni fa, uno dei refusnik è stato cacciato di casa poco prima che avvenisse la sua incarcerazione. 

Ero solita ridere con mamma (ma lei non l’ha però trovato così divertente) del fatto che lei sarebbe stata più fiera se fossi morta o rapita durante la guerra. La società israeliana adora ancora i morti di gran lunga di più dei vivi. Non so se l’ho detto, ma la data del rifiuto è piuttosto brutta – è nel mese del Giorno della Memoria dell’Olocausto, Giorno della Memoria per i soldati dell’IDF e giorno dell’indipendenza di Israele. Aprile è sempre un mese in cui si può vedere quanto Israele investe in morti.

 ANNIE: Quanto più ne so, più mi sembra scoraggiante quello che stai passando. 

NOAM: Voglio precisare subito che non sto vivendo questo processo come un atto eroico. Credo veramente che questo tipo di atto pubblico e il sostegno alla resistenza non-violenta potrebbero fare una (piccola) differenza. In effetti, potrei rivolgermi ad un ufficiale per le malattie mentali ed essere rilasciata in pochi giorni, ma ciò significherebbe cooperare con il sistema di mettere a tacere dell’esercito. 

ANNIE: Qual è il sistema di mettere a tacere dell’esercito? 

NOAM: L’esercito israeliano sta facendo tutto il possibile per mettere a tacere ogni tipo di critica. Inviare i refusnik agli ufficiali per malattie mentali, per esempio. La gente ha la sensazione di potere recarsi da un ufficiale per le malattie mentali senza carcerazione e avrà lo stesso effetto e risultato finale – venire congedato subito dall’esercito. Non voglio essere messa a tacere, farò sapere che mi oppongo a questo terribile crimine e renderò pubblico il mio rifiuto, invece di farmi congedare dall’esercito nel modo più semplice possibile. 

ANNIE: Ti ringrazio molto Noam: E’ molto coraggioso quello che stati facendo. Non vediamo l’ora di sentire di più da te in futuro. 

Di seguito è riportata la dichiarazione di rifiuto di Noam Gur pubblicata qui per la prima volta: 

Mi rifiuto di far parte dell’esercito israeliano, perché mi rifiuto di arruolarmi in un esercito che è impegnato, fin dalla sua costituzione, nel dominare un’altra nazione, nei saccheggi e nel terrorizzare una popolazione civile che soggetta al suo controllo. La distruzione sistematica e la spoliazione che fanno parte di una lunga politica consolidata di trasferimento della popolazione, l’omicidio di manifestanti non-violenti, il muro dell’Apartheid, le “operazioni” di massacro che l’esercito decide di effettuare e il resto delle violazioni quotidiane dei diritti umani dei palestinesi, hanno portato e continuano a portare a un lungo, indefinito e prevedibile ciclo di spargimenti di sangue. 

Per anni mi è stato detto che questo potere aveva la funzione di proteggermi, ma dalla storia è stata omessa ogni informazione riguardante la sofferenza prodotta, derivata dal terrorizzare la popolazione palestinese. La strada per smantellare questo Apartheid e raggiungere una pace vera e giusta è lunga e difficile, ma, come la vedo io, queste azioni dovute all’esercito israeliano la sospingono sempre più lontano. Durante quest’ultimo decennio, il popolo palestinese sta scegliendo sempre di più la strada della resistenza non-violenta e io preferisco aderire a questo percorso e far ricorso a una lotta popolare non-violenta in Palestina – questo, piuttosto che servire nell’esercito israeliano e proseguire con la violenza. 

(tradotto da mariano mingarelli)