AIC - Alternative Information Center
22.03.2012
http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/11-aic-projects/3487-un-anno-dopo-e-il-movimento-del-15-marzo
Un anno dopo: e il Movimento del 15 Marzo?
Un anno fa decine di migliaia di palestinesi scesero in strada nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania per chiedere la fine delle divisioni tra i partiti politici palestinesi, nuove elezioni e radicali riforme del sistema elettorale. Dov’è finito questo movimento oggi? Elena Viola ha intervistato il fondatore del movimento Mourad Jadallah.

Il 15 marzo di quest’anno i dimostranti hanno deciso di non presentarsi nelle maggiori piazze delle città palestinesi inneggiando slogan e sventolando bandiere come l’anno passato, ma, invece, di protestare di fronte alla prigione israeliana di Ofer muniti di immagini della detenuta palestinese in sciopero della fame Hanaa al-Shalabi.
Ai suoi esordi, il movimento del 15 Marzo comprendeva diversi piccoli gruppi riuniti dietro le sigle dei movimenti Gaza Youth Breaks Out (La gioventù di Gaza esplode) e Palestine for Us (la Palestina per noi).
Oggi, il Independent Youth Movement (Movimento Indipendente dei Giovani), rappresentato qui e ora da uno dei suoi fondatori Mourad Jadallah, “è l’unico che non è scomparso. Se gli altri gruppi sono diventati selettivi nella scelta delle campagne da combattere e si sono focalizzati esclusivamente su singole tematiche – dice Jadallah – noi ci stiamo impegnando ad affrontare una vasta gamma di questioni all’unisono.”
AIC: In cosa consiste questa “vasta gamma di questioni” alla quale ti riferisci?
M.J.: Diamo quotidiano supporto ai prigionieri palestinesi e, in tal senso, siamo fieri di essere stati i primi a supportare Khader Adnan e Hanaa al-Shalabi. Opponiamo fermamente il Quartetto per il Medio Oriente perché è solo un mezzo per punire il diritto dei palestinesi all’auto-determinazione e intimiamo l’ONU ad abbandonare quest’organo. Protestiamo contro le ONG che lavorano nei Territori Occupati Palestinesi e prendono i fondi dai Paesi occidentali e pure contro la Commissione Internazionale della Croce Rossa (CICR) per la sua partecipazione nei crimini commessi dalle forze israeliane all’interno delle prigioni israeliane. Ovviamente, ci opponiamo all’Autorità Palestinese (AP) e alla sua cooperazione con i servizi segreti e Israele.
AIC: Come gestisci il tuo quotidiano lavoro come membro di Addameer - Supporto ai Prigionieri e Associazione per i Diritti Umani e il tuo coinvolgimento nel Movimento Indipendente dei Giovani?
M.J.: Da un lato, non è una coincidenza che tre di noi (del Movimento Indipendente dei Giovani) lavorino per Addameer, mentre Aghsan Barghoutti per Stop the Wall. Se una terza Intifada dovesse mai scoppiare, sarebbe volta a distruggere quel sistema che usa i mezzi contro i quali Addameer e Stop the Wall lottano, cioè contro la detenzione indiscriminata, il muro dell’Apartheid e la massiccia costruzione di colonie israeliane. Dall’altro lato, quando questo movimento è stato stabilito, ho preso la ferma decisione di non mischiare il mio lavoro qui con quello che svolgo per Addameer. E’ difficile quando le persone mi domandano il motivo per cui, come rappresentante di un ‘movimento giovanile indipendente,’ lavoro al tempo stesso per una ONG palestinese che riceve i fondi da donatori esterni. Non vogliamo essere visti come i figli di Hillary Clinton, com’è avvenuto per i giovani egiziani.
AIC: Cosa vi ha spinto a stabilire questo movimento?
M.J.: Volevamo cominciare qualcosa di nuovo e rappresentativo di noi giovani. A parte i membri di Hamas, i leader di Fatah e dei partiti di sinistra sono troppo in là con gli anni per soddisfare le esigenze della nuova generazione. Volevamo superare qualsiasi divisione tra i diversi partiti politici – non perché non crediamo in essi ma semplicemente perché non siamo soddisfatti del ruolo da loro ricoperto all’interno della società palestinese. Venti anni fa parteggiavo per la sinistra palestinese ma ho perso interesse quando ha deciso di prendere parte alle elezioni del 2006. Con tutto il dovuto rispetto, quella mossa era sbagliata del tutto: ha dato legittimità alla AP e all’occupazione.
AIC: Qual è la tua posizione nei confronti dell’OLP?
M.J.: La situazione corrente mi ricorda l’Amleto di Shakespeare. Lo zio di Amleto assassinò suo padre e divenne il nuovo re, mentre la madre di Amleto si congiunse con lo zio omicida. In Palestina, il padre – l’OLP – è stato fatto fuori dallo zio – la AP – e Mahmoud Abbas è salito al trono accaparrandosi l’intero reame. La madre, cioè la donna che amavamo e nella quale credevamo ciecamente – i partiti di sinistra – si è presa una cotta per il re e il suo entourage. Noi giovani del movimento crediamo di poter riformare e ricreare tutte le istituzioni da capo. Puntiamo ad avere un’unica strategia palestinese che abbracci tutti i singoli punti di vista. Nuove elezioni per il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP), come organo rappresentativo di tutti gli undici milioni di palestinesi sparsi per il mondo, devono essere perciò indette. La stessa OLP che ha riconosciuto sia la soluzione a due stati che Israele è morta e vogliamo costituire una nuova OLP che aderisca ai nostri valori.
AIC: Cosa pensi della riconciliazione tra Fatah e Hamas cominciata nel maggio scorso e ratificata recentemente con gli Accordi di Doha di febbraio?
M.J.: Nel maggio 2011 Fatah e Hamas cominciarono a pensare che era tempo per loro di raggiungere un accordo perché ci temevano. Sicuramente il nostro movimento non era perfetto ma lo scorso marzo, per la prima volta dal 2005, tante persone scesero in piazza all’unisono. Nel 2006 Fatah e Hamas si sono spartiti la terra palestinese e non si aspettavano di certo che qualcuno potesse ribellarsi a questo status quo. Dopo il marzo 2011 hanno iniziato ad unire le forze per evitare l’espansione del nostro movimento che, se ai loro occhi si ampliasse e raggruppasse tutti i partiti di sinistra, potrebbe rovesciare il loro potere consolidato. Devi tenere presente che quello che Fatah e Hamas stanno facendo non ha niente a che vedere con una reale conciliazione ma consiste piuttosto in una spartizione del mutuo potere sul territorio palestinese.
AIC: A prescindere dagli intenti, non era l’unità tra i due partiti uno dei principali obiettivi che stavate cercando di raggiungere lo scorso marzo?
M.J.: Abbiamo organizzato le proteste del 15 marzo per terminare le divisioni tra Hamas e Fatah ma con il fine ultimo di riformare l’OLP, le istituzioni palestinesi e, in primis, il CNP. Dopo la Prima Intifada, Hamas si è imposto come importante attore all’interno del panorama politico perché ha trovato supporto tra gli ex-simpatizzanti di sinistra e di Fatah. In seguito agli accordi di Oslo, sebbene Hamas avesse rifiutato di essere inglobato all’interno dell’OLP, non potevamo prescindere dal suo importante ruolo come movimento di resistenza e dovevamo coinvolgerlo all’interno dell’OLP. La situazione politica palestinese attuale è molto complessa perché ci sono due grossi partiti che hanno recentemente firmato un accordo per conferirsi autorità vicendevolmente su carta ma, in realtà, sotto un’unica strategia, quella di Abbas. Abbas pensa di poter essere fratello di Hamas e partner di Israele ma ciò è impossibile. Prima di tutto, Israele non dovrebbe essere un tuo partner e, secondo, come puoi stringere amicizia con un movimento di resistenza come Hamas dopo aver proclamato la tua collaborazione con il potere occupante? Non vogliamo nuove elezioni per l’AP – che è poi quello che gli accordi di Doha propongono – ma per il CNP. Stiamo cercando una nuova organizzazione che rappresenti legittimamente tutti i palestinesi, che parli per loro e che abbia un unico programma supportato da tutti i palestinesi senza distinzione.
AIC: In che forma di resistenza crede il vostro movimento?
M.J.: Siamo sotto assedio perché quello che l’AP ha messo in atto è una rivoluzione contro la vera rivoluzione. All’interno delle città della Cisgiordania non ci confrontiamo direttamente con l’occupazione perché l’AP fa da intermediario con Israele. Lo stesso a Gaza: Sharon ha isolato Gaza e impedito alle persone di avere un contatto reale con il potere occupante. Abbiamo perso i mezzi per combattere l’occupazione. Dal 2005 Abbas ha implementato la sua teoria della resistenza non violenta e, assieme al suo fido compagno Salam Fayyad, ha tramutato la lotta palestinese in una resistenza carnevalesca. Tanto per fare un solo esempio, nel giorno dedicato ai prigionieri ci saranno parate nel centro di ogni città palestinese della Cisgiordania ma ciò non ha alcun senso perché non c’è niente da combattere lì. Quello che il Movimento Indipendente dei Giovani sta facendo dal 17 aprile 2011 ad oggi è mostrare solidarietà ai prigionieri protestando di fronte alla prigione di Ofer e al quartier generale del CICR. Crediamo che ogni mezzo sia accettabile – purché rispetti la legislazione internazionale e la Convenzione di Ginevra – per portare avanti la nostra resistenza e battaglia.
AIC: Lo scorso anno avete detto chiaramente che il Movimento del 15 Marzo ha preso ispirazione dai movimenti giovanili del restante mondo arabo. Cosa pensi in seguito al rovesciamento dei regimi autoritari in Tunisia, Egitto (o Libia) e la scalata al potere dei Fratelli Musulmani supportati dai poteri occidentali?
M.J.: La Primavera Araba è venuta in seguito a due grandi eventi – la guerra in Libano nel 2006 e quella a Gaza nel 2008 – che hanno visto i palestinesi come protagonisti. Noi crediamo che ciò che sta avvenendo in questa Primavera Araba possa essere interpretato come una terza Intifada ma sia solo agli inizi. Ad oggi la cosiddetta Primavera Araba è un po’ più di una rivolta, ma sicuramente non comparabile con una rivoluzione completa. Siamo consci del fatto che gli Stati Uniti stanno cooperando con la Libia, come anche con i Fratelli Musulmani in Tunisia e Egitto, ma ciò che ci importa davvero è che i giovani hanno finalmente capito di possedere il potenziale per effettuare un reale cambiamento. I veri problemi sul territorio saranno risolti solo quando ognuno dei paesi arabi si confronterà con Israele, che dà un considerevole supporto ai regimi arabi, e quando i paesi occidentali toglieranno le loro avide mani dalle nostre terre. A parte questo, non riesco ad essere pessimista di fronte a ciò che è avvenuto in Tunisia o Egitto: i giovani sanno cosa vogliono e la storia insegna che i cambiamenti possono avvenire. Certo, non da un giorno all’altro.
AIC: Come vi state muovendo dal 15 marzo 2011 e cosa avete intenzione di fare per promuovere il vostro messaggio ed espandere la vostra arena di simpatizzanti?
M.J.: Abbiamo messo in piedi campagne contro la detenzione amministrativa di fronte alla prigione di Ofer e del CICR per supportare casi come quello di Khader Adnan e Hanaa al-Shalabi e abbiamo redatto centinaia di dichiarazioni spiegando chi siamo e cosa vogliamo. Abbiamo condotto diverse proteste contro le ONG che prendono denaro da donatori occidentali e noi, come organizzazione, ci vantiamo di non voler accettare fondi da nessuno. Combattiamo contro la normalizzazione messa in atto da organizzazioni israeliane e palestinesi e, con l’aiuto di alcune personalità di rilievo e di partiti politici, abbiamo bloccato almeno tre di queste iniziative. Inoltre, facciamo una lunga serie di attività di volontariato a scopo sociale… Siamo convinti che il nostro lavoro sia utile ma non abbiamo la presunzione di definirlo perfetto. Non possediamo un vero e proprio programma da seguire al momento ma miriamo ad emetterne uno con l’aiuto di tutti i palestinesi riuniti. La ragione per cui non in molti ci seguono è dovuta al fatto che i palestinesi gravano in una sorta di coma e nemmeno noi possiamo dare loro i mezzi per combattere. Come possiamo spezzare l’Autorità Palestinese? Come possiamo dare lavoro a migliaia di persone? Come possiamo sconfiggere l’occupazione israeliana? Dobbiamo essere in grado di dare alle persone una risposta e solo a quel punto le cose cominceranno a mettersi a posto. Per il momento, il nostro obiettivo è spingere le persone ad agire e a riprendere possesso dei mezzi che sono stati loro sottratti dall’AP. Oggi sono felice perché so che il mio messaggio è tra la gente: all’inizio eravamo soli nella nostra battaglia contro l’ingiusta detenzione dei prigionieri palestinesi, ad esempio, ma ora gruppi di madri, donne e attivisti hanno cominciato a protestare al nostro fianco di fronte alla prigione di Ofer e a far sentire la loro voce.