Ritorneremo: La storia di Iqrit

Centro Pace Rachel Corrie
15.05.2012
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NAKBA: la storia di Iqrit

Ogni anno il popolo palestinese commemora al-Nakba, la catastrofe.
Al Nakba è l’appellativo che i Palestinesi danno al 15 maggio 1948, il giorno dopo la proclamazione dello stato d’Israele. Per molti di loro questo ha significato la distruzione dei villaggi e l’estromissione  dalla Palestina. Noi abbiamo scelto di ricordare la Nakba con un articolo di Fida Jiryis, scrittrice palestinese autrice di Hayatuna Elsagheera (La Nostra Piccola Vita), raccolta di racconti sulla vita in Galilea.

RITORNEREMOLa Storia di Iqrit
di Fida Jiryis                                     


Non voglio riaprire le mie ferite…,” dice Maher Daoud, discendente da esuli di Iqrit, mentre stiamo andando in macchina verso il luogo dove si trovava un tempo il villaggio dei suoi genitori. Provo imbarazzo e mi scuso, sapendo quanto debba essere difficile l’argomento per lui. Iqrit è uno dei circa 350 villaggi palestinesi sottoposti a completa distruzione e a pulizia etnica nel 1948, quando ai residenti fu impedito il ritorno e dal giorno alla notte essi si ritrovarono trasformati in esuli all’interno del proprio Paese.
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Maher, 43 anni, è sposato con mia cugina Njoud con cui vive a Mi’ilya, un villaggio in Galilea. Vanno regolarmente a Iqrit, di cui oggi non rimane che la chiesa, per partecipare alle funzioni religiose a Pasqua e Natale e per visitare i propri defunti nel cimitero di Iqrit. L’occasione della nostra attuale visita è triste: la madre di Maher è mancata due anni fa, e siamo qui per visitarne la tomba per il Venerdì Santo, come è d’uso fra i Cristiani palestinesi.
Per venire a Iqrit dal mio villaggio, Fassouta, bastano una ventina di minuti in macchina. Entrambi si trovano in Galilea, nel nord della Palestina storica, a pochi chilometri dal confine libanese. Durante la “guerra di indipendenza” israeliana del 1948, o Nakba (Catastrofe), come la chiamano i Palestinesi, i residenti di Iqrit e di Biram, un altro villaggio nelle vicinanze, furono strappati dalle proprie case per “motivi di sicurezza”, presumibilmente per proteggere i confini settentrionali di Israele. I residenti di Iqrit furono trasportati nel villaggio di Rama, venti chilometri più a sud in Galilea, e gli venne detto che sarebbe stato per poche settimane, finché la situazione non si fosse calmata tanto da potere tornare. Ma ciò non avvenne mai.

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La vigilia di Natale del 1950 l’esercito israeliano fece esplodere tutte le case di Iqrit, un sollecito “regalo natalizio” per i residenti cristiani espulsi. Mio padre, che all’epoca era un bambino di 12 anni, vide il fumo alzarsi dal villaggio in lontananza, e, spaventato, si affrettò a dirlo ad un uomo di Iqrit chiamato Tu’meh, che si era rifugiato a Fassouta. Gli occhi di Tu’meh si riempirono di lacrime.
Nel 1951 l’Alta Corte israeliana decretò che gli abitanti fossero autorizzati a ritornare “fin quando non sussistesse alcun decreto di emergenza nei confronti del villaggio”. Detto e fatto, il governo fu subito pronto a emanare tale decreto contro gli evacuati di Iqrit. Nel 1953 fece esplodere anche le case di Biram, lasciando in piedi soltanto le chiese dei due villaggi. Due anni dopo, il furto era completato: la terra dei due villaggi – 16.000 dunam (1 dunam=1.000 mq) a Iqrit e 12.000 dunam a Biram – fu espropriata per costruire gli insediamenti ebraici che sono ancora lì oggi: Even Menahem, Shlomi e Shtula.
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Avevo già letto di questo in precedenza: Israele freddamente e spietatamente aveva  distrutto circa 350 villaggi palestinesi trasformando quasi 700.000 Palestinesi in esuli senzatetto durante la Nakba. Avevo già visitato Suhmata, uno di quei villaggi, così pensavo di essere preparata a che cosa avrei visto. Eppure ciò non impedì che mi venisse la pelle d’oca quando mio cugino mi sussurrò: “Eccolo. Qui inizia il villaggio.”
Il villaggio a cui si riferiva “iniziava” con un piccolo cumulo di detriti ai lati della strada. Maher si affrettò ad indicarmi la sommità della chiesa su una collina in lontananza. “Quello è Iqrit,” disse.
Ritrovai la stessa dolorosa sensazione di incredulità provata quando un anziano parente, indicando una collina coperta dagli alberi mi aveva detto: “Eccolo. Questo è Suhmata.”
In realtà, la cosa è assolutamente surreale: tutto ciò che si vede sono alberi e arbusti, la fitta vegetazione caratteristica delle zone selvatiche della Galilea. I piccoli cumuli di detriti sparsi qua e là sono l’unico motivo per credere che chi vi parla non sia un pazzo o uno squilibrato.
Al cimitero di Iqrit si arriva risalendo una stradina tortuosa con erba alta ai lati. Aprile in Palestina è primavera, e la Galilea è stata giustamente definita l’area più bella del Paese, con splendidi panorami e colline lussureggianti di un verde denso e folto. Il sito di Iqrit ha una delle viste più belle che abbia mai veduto: la vegetazione è così vivida, folta e bella da farmi provare le vertigini.
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Mentre risaliamo la tortuosa stradina con l’auto di Maher, noto dei cumuli di detriti freschi ai margini. Lui dice: “Avevamo asfaltato la strada alcuni anni fa, giusto per potere arrivare in macchina fino al cimitero dato che gli anziani non possono arrivare fin qui a piedi. Ma sono arrivati i coloni ebrei e hanno dissestato la strada. Vedi i cumuli ogni pochi metri.” Sono tali il  rifiuto e la fobia da parte di Israele che i Palestinesi possano esercitare il diritto di ritorno alle proprie case rubate: persino una semplice strada per raggiungere un cimitero viene rovinata, in modo che non possa diventare un precedente.
Raggiungiamo il cimitero ed entriamo con candele e fiori per onorare i nostri morti. Noto all’ingresso una grande lapide che reca incise queste parole: “Ricordiamo e non dimenticheremo – questa lapide è stata eretta in memoria dei nostri padri e delle nostre madri che organizzarono un sit-in nella chiesa di Iqrit, nella speranza di ritornarvi da vivi, così come stato decretato dalla massima autorità giudiziaria del Paese (cioè l’Alta Corte israeliana, n.d.t.),  a ricostruire ciò che era stato distrutto per mano degli amministratori. Ma una politica di negazione dei diritti e di confisca delle terre non glielo permise, ed essi morirono da esuli nella propria terra.”
Incomincio a leggere i nomi che seguono: Elias Yousef Daoud, Atallah Mousa Atallah, Elias Diab Sbeit, Najib Jiryis Khayyat, e così via… Diciotto nomi di persone che tentarono disperatamente di riparare il crudele destino riservatogli da Israele e di ritornare alle proprie case, ma i cui sforzi furono vani, tanto  che non vi tornarono che da morti per essere seppelliti nel loro villaggio.
Anzi, non fu neppure così – da quando avvenne la pulizia etnica di Iqrit nel 1948 al 1972, i suoi residenti dispersi non furono nemmeno autorizzati a seppellire i loro morti nel villaggio. Questo pose un serio problema, poiché essi dovevano contare sulla gentilezza della popolazione di Rama per fargli spazio nel loro cimitero. All’improvviso, una morte non fu solo motivo di lutto ma anche di preoccupazioni logistiche. Maher mi raccontò la triste storia di un gruppo di giovani che decisero di infrangere la regola e di notte portarono a Iqrit il corpo di un loro defunto per seppellirlo. I soldati israeliani lo vennero a sapere e li seguirono, quindi li costrinsero a disseppellire la bara e a portarla ad inumare altrove.
E per i vivi la vita non era più facile. La popolazione di Iqrit si stabilì a Rama in condizioni durissime. L’improvviso flusso di esuli causò sovraffollamento e altre difficoltà, e i lavori scarseggiavano. Al dolore di aver perso tutto ciò che avevano nello spazio di una notte si aggiungeva l’esperienza della nuova dura realtà. Maher, ad esempio, era nipote del mukhtar, o capo villaggio, di Iqrit. Il nonno era molto agiato, era proprietario di un negozio e di un frantoio, e commerciava in tabacco. Venne travolto dallo shock di avere perduto tutto ciò che possedeva -  casa, terre, imprese – e di essersi trasformato da un giorno all’altro in un profugo senza casa e senza soldi. Il padre di Maher visse negando la realtà. “Per anni, mentre io crescevo, mio padre si rifiutò di dipingere la casa o di fare qualsiasi lavoro di restauro, per quanto urgente fosse. Perché? Perché temeva che in quel caso si potesse pensare che si stava abituando alla sua nuova casa e che si era scordato di Iqrit o della speranza di farvi ritorno.”
La popolazione di Iqrit mostrò quanto valesse a Rama, accettando lavori umili e sottoponendosi a dure condizioni pur di mantenere la famiglia. Nel tempo le generazioni seguenti si trasferirono a Haifa e in altre località in cerca di lavoro.
Sentono un legame con Rama, ora, come sostituta del loro luogo di origine? Rivolgo la domanda a Maher e lui dice, “Certo, sono nato a Rama e vi sono cresciuto, ho dei ricordi lì e provo qualche senso di appartenenza. Ma non sono di Rama. Sono di Iqrit.” Mi dice che anche la popolazione di Rama contribuisce ad accrescere questa sensazione; quando chiedeva ad un passante come arrivare da qualcuno, ad esempio, quello gli rispondeva: “Oh, l’uomo di Iqrit…” prima di dargli indicazioni. Questo nonostante l’uomo in questione vivesse a Rama da oltre 60 anni.
Questo senso di non appartenenza sarebbe stato dolorosamente rammentato a Maher quando decise di costruire una casa per sé e la sua famiglia. Suo padre non possedeva terra a Rama. Quando Maher si era sposato, aveva preso in affitto un appartamento a  Kfar Veradim, località ebraica vicina al villaggio palestinese di Tarshiha dove lavora, e ci era rimasto per diversi anni. In seguito, quando l’affitto si era fatto troppo oneroso per lui, si era trasferito a Mi’ilya, un altro villaggio arabo nelle vicinanze, dove si era comprato la terra per costruirsi una casa. Allora si trovò ad affrontare un problema che non aveva previsto: alcuni abitanti di Mi’ilya non lo volevano. Fu bollato come forestiero ed il suo acquisto di terre nel villaggio suscitò un putiferio, incluse minacce e calunnie. Maher commenta con amarezza: “Se stessi ancora ad Iqrit, le terre di mio nonno sarebbero bastate ed avanzate. Non avrei dovuto pregare nessuno per avere un pezzetto di terra in cui vivere con la mia famiglia!”
“Ogni giorno sento di essere una testimonianza vivente dell’ingiustizia commessa nei nostri confronti,” continua. Gli chiedo come riesca intimamente a conciliare il fatto di vivere in Israele, accanto al popolo che si è preso il suo villaggio e ha commesso questa ingiustizia.
“E’ un’enorme contraddizione,” dice con dolore. “Loro sono quelli che mi hanno fatto questo, ci hanno fatto questo, tuttavia sono quelli che vengono a comprare nella mia rivendita di hummus; ho bisogno di loro per sopravvivere.”  Però trova emotivamente difficile separare il lavoro dal personale. A volte si avventura in discussioni politiche con i clienti ebrei, ma è frustrato perché non può dire tutto quello che pensa. Mi cita un fatto avvenuto mentre viveva a Kefar Veradim. Una vicina venuta in negozio per comprare del cibo gli chiese, “Allora, come si vive qui dalle nostre parti?” Maher le diede un rapido sguardo e rispose, “Veramente siete voi che vivete dalle nostre parti. Voi siete ospiti in questo Paese, e per di più non graditi.” La cliente non si vide più nel suo negozio.
La gente di Iqrit è notevolmente unita e ferma nella determinazione di ritornare al proprio paese. Sei decenni dopo essere stati cacciati dalle loro terre e case, essi pregano ancora nella propria chiesa, seppelliscono i loro morti a Iqrit, e vi tengono ogni anno campi estivi per i bambini, per insegnargli la storia del villaggio. Si racconta che un famoso poeta di Iqrit, Aouni Sbeit, una volta disse ad un giornalista, durante una dimostrazione di gente di Iqrit davanti all’ufficio del Primo Ministro israeliano: “Se avvicini l’orecchio alla pancia di una donna incinta di Iqrit, sentirai il bambino dire che ritorneremo!”
Parole forti, ma se esse si avvereranno mai per questi profughi interni Dio solo lo sa. Nonostante la battaglia legali continui, Israele non intende autorizzarli a tornare, perché questo costituirebbe un precedente per il ritorno di altri esuli palestinesi nelle loro case. Nonostante il fatto che nel 1998 l’allora ministro della giustizia  Tzachi Hanegbi raccomandasse”che non si frapponessero ostacoli al ritorno degli sfollati,” l’accordo finale che venne loro offerto nel 1995 e 1996  fu che Iqrit e Biram venissero rifondati come insediamenti comunitari sulla base di locazioni pluriennali dei terreni. In altre parole, i residenti avrebbero dovuto “affittare” dallo Stato le proprie terre. Non c’è da meravigliarsi che essi rifiutassero l’accordo. Da allora la causa è arrivata ad un punto morto. Maher osserva con amarezza: “Quanti articoli si sono scritti su Iqrit… Quanto materiale è circolato… Eppure noi non possiamo tornare a casa.”
La storia di Iqrit, però, è anche un esempio della forza della casa e dell’appartenenza. Nessuno, neppure Israele, può annullarla. I Palestinesi sono legati a questa terra da generazioni; non è un legame che si possa recidere o sostituire. Essi non conoscono altra casa e reclamano soltanto un proprio diritto umano fondamentale: ritornare a quella casa da cui sono stati tanto crudelmente strappati. “Mio padre vive da 64 anni un’esistenza provvisoria,” dice Maher. “Perché sono 64 anni che vive seduto sulla valigia, nell’attesa di andare a casa sua.”

( traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)