Le guerre tra stati con armi convenzionali, sostiene lo scrittore israeliano, sono in gran parte roba del passato. Ciò che serve ora sono le competenze che Israele ha sviluppato dopo un secolo di ‘contro-insurrezione’ contro i palestinesi, attraverso una forma subliminale di guerra infinita, che alimenta la paura tra la popolazione, in questo modo giustificando la militarizzazione nella vita quotidiana
Nena News 8.12.2015 – L’ondata di attentati terroristici di queste settimane fa da tragica cornice alla tesi sostenuta da un imperdibile libro dell’israeliano Jeff Halper, “War Against the People” : questa è una “guerra contro la gente”, contro tutti noi.
Proprio quando il primo ministro israeliano Netanyahu è in seria difficoltà di fronte alla incalzante “Intifada dei Coltelli”, e soprattutto quando i direttori delle quattro principali compagnie israeliane di armamenti lo avvertono della ‘grave crisi’ di quella che è la principale industria nazionale, ecco che un’ondata terroristica globale senza precedenti gli offre opportunità imperdibili.

Parigi: un tragico spot pubblicitario
Una prima mossa che Netanyahu non si lascia sfuggire è alimentare la tensione internazionale presentando anche il suo paese come vittima, spacciando così come fondamentalismo islamico la resistenza palestinese contro un regime oppressivo, coloniale e di apartheid.
Una seconda occasione colta al volo dall’intellighenzia militare israeliana è tentare di convincere l’occidente a riscrivere il diritto internazionale, alla stregua di quello israeliano che consente di incarcerare minorenni, torturare e detenere persone sospette per tempi indefiniti senza un’accusa formale. Già lo aveva fatto G.W. Bush dopo l’11/09 con il Patriot Act. Ora è Hollande che si candida con solerzia a fedele esecutore proponendo la modifica della Costituzione francese. E non soltanto come una manovra temporanea.
Se i funzionari israeliani possono mostrare tanta indifferenza di fronte a centinaia di bambini massacrati a Gaza o alla violenza sproporzionata delle forze di sicurezza è grazie al lavoro infaticabile di avvocati specializzati nello sviluppare nuovi principi giuridici che diano una parvenza di legalità a quelle che sono violazioni del diritto internazionale. Think-thank e accademici israeliani hanno coniato il termine di “lawfare” per descrivere come i “terroristi” che si annidano nelle organizzazioni per i diritti umani usino il diritto internazionale come arma per ostacolare il potere degli stati e in particolare come una minaccia per lo stato di Israele. In questo modo cambiando completamente le carte in tavola e portando a un paradosso giuridico che Perugini e Gordon analizzano in dettaglio nel libro “The Human Right to Dominate”.
Un altro assist a Israele arriva dall’Unione Europea che concede alla Francia e agli altri paesi europei di escludere le spese per la sicurezza dal patto di stabilità, aprendo così un vero e proprio eldorado all’industria delle armi e della sicurezza. In “War against the People” Jeff Halper analizza nei dettagli più minuziosi lo stupefacente e inquietante armamentario, militare, tecnologico e giuridico, con cui Israele è pronto a rispondere alla domanda di sicurezza generata dalla situazione critica che l’occidente sta vivendo.
Visti attraverso questa lente, i fatti di Parigi rappresentano indubbiamente un tragico spot pubblicitario di Israele come supermarket della “guerra al terrorismo”.
Israele: lupo o agnello?
Ebreo americano emigrato in Israele nel 1973 e co-fondatore nel 1997 del Comitato israeliano contro la demolizione delle case (ICAHD), Jeff Halper è da diciotto anni in prima linea nel conflitto israelo-palestinese. Ex-professore di antropologia, è stato candidato dall’American Friends Service Committee, assieme all’intellettuale e attivista palestinese Ghassan Andoni, al premio Nobel per la Pace.
Halper inizia il suo libro chiedendosi come può Israele continuare a farla franca e rimanere impunito nonostante stia illegalmente occupando da quasi cinquanta anni la Palestina, abbia violato dozzine di risoluzioni delle Nazioni Unite e sia oggetto della condanna di tribunali internazionali. Come fa Israele a godere di tale autorità e autorevolezza, non solo negli Stati Uniti e in Europa, ma, più sorprendentemente, nei paesi del Sud del mondo? Al di là delle solite spiegazioni (l’Olocausto, il potere delle lobby, ecc.), la ragione individuata da Halper sta nella “nicchia” cruciale che Israele è riuscito a occupare nella “guerra al terrorismo” attraverso non un semplice aumento della produzione di armi, ma una sua riorganizzazione qualitativa.
L’autore ritiene ormai obsoleto l’avvertimento lanciato nel 1961 dal presidente americano Eisenhower che il “complesso militare-industriale” sarebbe diventato il vero potere dietro una facciata di democrazia popolare. È pur vero che:
– Israele spende circa l’8% del suo PIL annuale per la “difesa”, circa il doppio della spesa pro capite degli Stati Uniti;
– Nonostante le sue dimensioni, ha più aerei militari di qualsiasi paese europeo;
– Annovera al suo interno quattro dei 100 principali produttori di armi al mondo;
– Il Global Militarization Index lo ha incoronato ogni anno dal 2007 come la nazione più militarizzata del pianeta;
– Nel maggio scorso ha ottenuto il riconoscimento di “superpotenza informatica”, con compagnie che vendono circa un decimo dei computer e della tecnologia della rete di sicurezza al mondo.
Tuttavia il valore aggiunto di Israele, sostiene Halper, è di potersi presentare come il bengodi della sicurezza, “securityland”, il paese a cui rivolgersi per quella che viene chiamata la “guerra securocratica”.
Le guerre tra stati con armi convenzionali sono in gran parte roba del passato. Ciò che serve ora sono le competenze che Israele ha sviluppato dopo un secolo di ‘contro-insurrezione’ contro i palestinesi, attraverso una forma subliminale di guerra infinita, che alimenta la paura tra la popolazione, in questo modo giustificando la militarizzazione nella vita quotidiana. I territori palestinesi occupati, sostiene Halper, sono un vero e proprio laboratorio di questo approccio.
Come viene ampiamente discusso nel libro, le guerre tra stati hanno tradizionalmente coinvolto tre fasi: la preparazione, l’attacco vero e proprio, e infine il risultato finale. Tuttavia, quella che il presidente Bush, dopo l’attacco all’Iraq, aveva frettolosamente annunciato come “mission accomplished”, si è rivelata un’illusione. L’Iraq, così come l’Afghanistan prima, ha mostrato l’esigenza di una quarta fase: la pacificazione, ossia la stabilizzazione e il mantenimento della “pace” dopo il cambio di regime. Anche questa fase è “guerra”, nonostante assuma aspetti disparati e utilizzi strumenti diversi contro chi osi sfidare il nuovo ordine egemonico imposto con la guerra combattuta….
Dal libro di Jeff Halper, “War Against the People: Israel, the Palestinians and Global Pacification”, September 2015, Pluto Books
- vedasi di più in: http://nena-news.it/jeff-halper-questa-guerra-e-contro-di-noi/#sthash.9G9xt4RM.dpuf