Israele ora frena sul rinvio a giudizio dei killer di Ali Dawabsha

- Michele Giorgio, 09.12.2015

Territori occupati. Secondo il ministro della sicurezza Gilad Erdan contro i "sospetti" non ci

sarebbero prove definitive e schiaccianti. E nel frattempo l'ospedale Tel Hashomer presenta un

conto salato per le cure offerte ad Ahmad Dawabsha, 4 anni, unico membro rimasto in vita della

famiglia sterminata. Ieri a Dheishe (Betlemme) i soldati hanno ucciso un giovane palestinese del

FPLP, Malik Shahin.

Sembrava fatta qualche giorno fa, quando i media israeliani avevano annunciato l’arresto dei coloni

ebrei responsabili del rogo doloso della scorsa estate a Kfar Douma in cui sono morti Ali Dawabsha,

18 mesi, e, nelle settimane successive (per le ustioni gravissime) il padre Saad e la madre Reham.

Invece il rinvio a giudizio degli assassini non è affatto sicuro. Le autorità frenano, prendono tempo.

Secondo il ministro della sicurezza Gilad Erdan contro i “sospetti” — due dei quali, ha rivelato un

sito israeliano pacifista, sono Elisha Odess e Hanoch Ganiram, giovani cresciuti in un ambiente

ultranazionalista e religioso — non ci sarebbero prove definitive e schiaccianti. Gli investigatori le

starebbero ancora cercando, quattro mesi dopo l’assassinio del bimbo e dei suoi genitori. Una

cautela senza dubbio legata anche alle proteste dei coloni e della destra estrema che, attraverso

l’organo d’informazione di riferimento, Arutz 7, denunciano una presunta “grave violazione” dei

diritti degli arrestati.

E’ stata una doccia fredda per la famiglia Dawabsha, che ha ulteriormente persuaso i palestinesi,

e non solo loro, dell’esistenza di una doppia giustizia nei Territori occupati: una implacabile e rapida

applicata nei confronti dei palestinesi, un’altra lenta e incerta verso gli israeliani. Domenica scorsa,

ad esempio, una corte militare ha condannato senza troppi riguardi una parlamentare palestinese ed

esponente di punta del Fronte popolare (Fplp, sinistra marxista), Khalida Jarrar, a 15 mesi di

prigione per aver appoggiato presunte “attività terroristiche”. Una condanna giunta al termine di

quello che Human Rights Watch ha descritto come un caso «pieno di violazioni processuali». I legali

della parlamentare parlano di una “vendetta” in risposta alla resistenza di Jarrar all’ordine di

deportazione a Gerico che le autorità israeliane le avevano imposto prima dell’arresto e giunto in

concomitanza con l’adesione della Palestina alla Corte Penale Internazionale (Cpi). Una tempistica

che insospettisce: Jarrar ha fatto parte del comitato che ha preparato l’ingresso dei palestinesi nella

Cpi, molto contestato da Israele. Ieri Malik Shahin, giovane attivista del partito di Khalida Jarrar, il

Fronte Popolare, è stato ucciso da soldati israeliani che all’alba sono penetrati nel campo profughi di

Dheishe, alle porte di Betlemme.

Nel caso Dawabsha sono serviti a poco l’intervento di Nickolay Mladenov, il coordinatore speciale

delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, che qualche giorno fa aveva espresso forte frustrazione per

l’atteggiamento delle autorità israeliane che per quattro mesi non avevano arrestato i responsabili

del rogo di Kfar Douma¬ — pur conoscendoli (lo ha ammesso il ministro della difesa Moshe Yaalon) -,

e le petizioni presentate alla Corte Suprema dal deputato palestinese israeliano Issawi Freji (Meretz)

e dal gruppo parlamentare della Lista Unita Araba, affinchè si agisse subito contro i killer.

(estratto)

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