The Electronic Intifada
07.09.2012
http://electronicintifada.net/blogs/michael-deas/eu-considering-ban-settlement-trade-israeli-media-reports
L’UE sta prendendo in considerazione di mettere al bando il commercio delle colonie, riportano i mezzi di informazione israeliani.
Il ministro degli esteri norvegese Jonas Gahr Store ha lasciato intendere che il governo norvegese sta valutando provvedimenti contro prodotti provenienti dalle illegali colonie israeliane.
di Michael Deas
Nell’ultimo segnale che alcuni governi europei cominciano a capire che devono fare di più che non la semplice condanna della colonizzazione israeliana del territorio palestinese, le osservazioni fatte da un diplomatico greco e dal ministro degli esteri norvegese lasciano intendere che i governi europei stanno discutendo di interventi contro i prodotti delle colonie.

Le cronache dei mezzi di informazione israeliani affermano che un diplomatico greco avrebbe detto ai giornalisti che l’Unione Europea sta prendendo in considerazione un divieto di importazione per i prodotti delle colonie. Sul The Jerusalem Post, un articolo afferma:
L’Unione Europea sta prendendo in considerazione l’istituzione di un divieto sulle importazioni dei generi delle colonie israeliane, ha dichiarato un funzionario del Ministero degli Esteri greco, venerdì, ad Atene, parlando a un gruppo di giornalisti israeliani e palestinesi.
Secondo le cronache di svariati mezzi di informazione israeliani, il diplomatico greco, parlando con i giornalisti nel corso di un seminario sull’Iniziativa di Ginevra nella capitale greca, avrebbe riferito che al momento gli Stati dell’Unione Europea stavano discutendo in merito alla questione. Tra le iniziative che venivano prese in considerazione c’era il divieto totale delle importazioni delle merci delle colonie o l’applicazione di speciali etichette per i prodotti realizzati nelle comunità al di là della Linea Verde, sul tipo di quanto adottato dal Sud Africa il mese scorso.
Il Canale 10 ha dichiarato che il funzionario avrebbe detto che la Commissione Esecutiva Europea prenderà una decisione sulla questione probabilmente il mese prossimo.
Nel frattempo, secondo quanto riportato da Haaretz, in Norvegia il ministro degli esteri Jonas Gahr Store ha fatto capire che il suo paese, che non fa parte dell’Unione Europea, prevede di assumere dei provvedimenti anche contro il commercio delle merci prodotte nelle colonie.
La comunità internazionale deve considerare come rapportarsi con le importazioni di merci prodotte nelle colonie, “che consideriamo illegali secondo il diritto internazionale”, ha dichiarato ad Haaretz il ministro degli esteri norvegese, Jonas Gahr Store, alla vigilia della sua visita a Gerusalemme e a Ramallah.
Store, capo del Comitato di Collegamento Ad Hoc – un gruppo di donatori a sostegno dell’Autorità Palestinese – ha dichiarato che la Norvegia avrebbe “preso in considerazioni varie opzioni per comprovare la sua politica per quanto riguarda l’espansione delle colonie.”
I prodotti delle colonie sono illegali.
Un articolo ha spiegato che le dichiarazioni di Store stanno a significare che il governo norvegese ritiene che i prodotti delle colonie sono illegali, una visione condivisa da due recenti pubblicazioni dell’organizzazione palestinese per i diritti umani Al-Haq.
Un memorandum giuridico dal titolo “La Responsabilità dello Stato in Relazione all’Iniziativa Imprenditoriale nelle Colonie Illegali di Israele nel Territorio Palestinese Occupato”, uscito nel mese di luglio e approvato da esperti di diritto tra cui il professor John Dugard, ex- Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, ha chiarito che gli Stati hanno il compito di porre fine a tutte le forme di sostegno o di riconoscimento delle aziende delle colonie di Israele, compreso anche il blocco del commercio dei beni delle colonie.
Il 3 settembre, Al-Haq ha pubblicato un rapporto sulla Ahava, l’azienda israeliana di cosmetici che opera in una colonia illegale, ove ha richiesto “misure restrittive” per l’importazione dei prodotti israeliani delle colonie “a causa delle gravi violazioni di norme perentorie del diritto internazionale che coinvolgono le colonie e le relative infrastrutture, come ad esempio la violazione del diritto dei palestinesi all’autodeterminazione”
Il rapporto spiega che gli Stati membri dell’UE – e, di conseguenza, tutti gli altri stati che permettono le importazioni di beni delle colonie – violano i propri doveri giuridici dal momento che consentono il commercio di beni delle colonie, per continuare:
Da un lato, permettendo l’introduzione di tali prodotti nel proprio mercato interno, l’Unione Europea e le singole autorità nazionali violano il loro dovere di non accettare il comportamento illegittimo di Israele nei Territori Occupati [territori occupati della West Bank e della Striscia di Gaza]. Dall’altro lato, commerciando i articoli provenienti dalle colonie israeliane, gli Stati membri dell’Unione Europea collaborano attivamente e supportano la conservazione della situazione illegale creata dalle autorità israeliane nei territori occupati, in palese violazione dei loro obblighi giuridici ai sensi del diritto internazionale.
E’ tempo di porre fine al commercio con aziende operanti nelle colonie
Queste ultime considerazioni dei funzionari europei fanno seguito alle recenti decisioni dei governi danese e sudafricano di associarsi alla Gran Bretagna nell’emissione di norme in base alle quali i prodotti delle colonie dovrebbero essere regolarmente etichettati in modo da distinguerli dalle altre esportazioni israeliane.
Il ministro degli esteri irlandese Eamon Gilmore ha dichiarato che l’Irlanda appoggia un divieto dell’UE riguardo al commercio delle colonie. Nel mese di maggio, un ministro degli esteri della GB sembra accennare che il governo britannico stia valutando ulteriori misure sui prodotti delle colonie. Gli attivisti di molti altri paesi europei hanno segnalato che, negli ultimi mesi, i ministeri degli esteri sono diventati molto più disponibili nei confronti degli inviti a intervenire sui prodotti delle colonie.
Questo cambiamento graduale, ma significativo, dell’atteggiamento dei principali governi dovrebbe essere considerato come una risposta, almeno in parte, al successo della campagna del movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro Israele.
L’Agrexco, l’ex principale azienda esportatrice di prodotti agricoli israeliani, ha fatto bancarotta nel settembre 2011 a seguito di una campagna che si è svolta in più di 15 paesi e che è stata determinante nel crollo della società. Forti di questo successo, nel Regno Unito gli attivisti sono riusciti a persuadere il Cooperative Group, uno dei maggiori importatori della Gran Bretagna, di porre fine al commercio con aziende come la Mehadrin che esporta dalle colonie illegali di Israele.
In una dichiarazione che celebra la decisione del Cooperative Group, le organizzazioni agricole in Palestina hanno precisato il loro impegno finalizzato a mettere in evidenza le aziende conniventi piuttosto che la specifica produzione della colonia:
Le aziende di esportazione di generi agricoli etichettano abitualmente in modo errato i propri articoli e le derrate delle colonie sono note sul mercato come provenienti dall’interno di Israele. Ancor più importante, le aziende agricole nel loro insieme devono rendere conto della loro condotta e, qualsiasi commercio con le aziende che esportano – anche se parzialmente – dalle colonie o la partecipazione ad altre violazioni israeliane del diritto internazionale, non fa altro che incoraggiare ulteriormente le violazioni israeliane del diritto internazionale ed è intrinsecamente immorale.
Si prevede che nei prossimi mesi vengano messe in campo nuove campagne contro il commercio che è di sostegno all’espansione delle colonie che possano cominciare a generare quella pressione pubblica che sarà necessaria per costringere i governi e le maggiori aziende di importazione a operare in modo globale.
Michael Deas è il coordinatore in Europa tra il Comitato Nazionale per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni e la coalizione della società civile palestinese che fa riferimento al BDS.
(tradotto da mariano mingarelli)