Rod Such(1), The Electronic Intifada, 5 agosto 2026 https://electronicintifada.net/content/how-complicit-media-tried-sell-genocide/51564
A quasi tre anni dall'inizio del genocidio a Gaza, molti fruitori dei media mainstream sono rimasti sconcertati dalla copertura distorta e parziale degli orrori perpetrati dall'esercito israeliano, rivolgendosi altrove per ottenere informazioni essenziali. Due libri pubblicati di recente – *The Complicit Lens: US Media Coverage of Israel’s Genocide in Gaza* di Robin Andersen e *How to Sell a Genocide: The Media’s Complicity in the Destruction of Gaza* di Adam H. Johnson – meritano di essere ampiamente letti, raccomandati e citati.
I due volumi presentano punti di forza e prospettive unici. Se considerati insieme, forniscono una critica completa, dettagliata e devastante dell'attuale panorama mediatico statunitense. Noto con diverse denominazioni – media aziendali, dell'establishment, mainstream o, più di recente, *legacy media* (media tradizionali) – questo sistema ha mostrato, attraverso la sua orribile copertura del genocidio in corso a Gaza per mano di USA e Israele, pregiudizi profondi, propaganda e razzismo anti-palestinese. Entrambi gli autori sono noti per la loro competenza e per l'attenzione dedicata al modo in cui i media statunitensi raccontano la lotta di liberazione palestinese. Andersen è professoressa emerita di studi sui media alla Fordham University e fa parte del consiglio direttivo di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR). Johnson è un analista dei media, collaboratore di FAIR e co-conduttore del podcast *Citations Needed*.
L'introduzione a *The Complicit Lens* di Andersen, a cura dello studioso palestinese-americano Rashid Khalidi, e la prefazione a *How to Sell a Genocide*, scritta dall'avvocata ed esperta di diritto internazionale palestinese-americana Noura Erakat, chiariscono la posta in gioco nelle conclusioni di questi due libri. Khalidi sottolinea il ruolo svolto da redattori e giornalisti del *New York Times* — considerato il quotidiano di riferimento per eccellenza — nel tentativo di oscurare il genocidio a Gaza e di costruire consenso a favore di Israele. Erakat si spinge oltre, affermando che i dirigenti dei grandi gruppi mediatici potrebbero e dovrebbero essere ritenuti penalmente responsabili ai sensi dell'Articolo IV della Convenzione sul genocidio, il quale sancisce la responsabilità penale non solo dei funzionari governativi, ma anche dei privati cittadini, nel crimine di genocidio. I lettori di *The Electronic Intifada* conoscono già le atrocità inventate e propagandate dai media mainstream, come le notizie false sui neonati decapitati e sugli stupri di massa del 7 ottobre 2023. Entrambi i libri gettano nuova luce sul ruolo dei media e offrono una prospettiva storica. Andersen, ad esempio, osserva che l'accusa di uccidere neonati è un *topos* propagandistico di lunga data, risalente alla Prima guerra mondiale e riproposto anche in tempi più recenti, come durante la prima Guerra del Golfo.
Parole tabù Meno note, ma altrettanto dannose per la credibilità dei media delle grandi aziende editoriali, sono le istruzioni esplicite impartite a reporter e redattori su come impostare la narrazione, nonché quali parole e locuzioni fossero consentite e quali vietate. Andersen e Johnson evidenziano diverse conseguenze, tra cui l'intimidazione o il licenziamento di giornalisti e una disinformazione dell'opinione pubblica. Secondo una direttiva editoriale del *New York Times*, tra le parole tabù da evitare figuravano "genocidio", "pulizia etnica" e persino "territori occupati". Termini come "carneficina", "strage" e "massacro" non dovevano essere utilizzati in riferimento alle vittime palestinesi, stando a una nota interna del *Times* redatta dal responsabile degli standard editoriali e dal caporedattore della sezione internazionale. Andersen osserva che la parola "massacro" è stata utilizzata 53 volte tra il 7 ottobre e il 24 novembre 2023 in riferimento agli israeliani uccisi dai palestinesi, ma una sola volta in riferimento ai palestinesi uccisi dall'esercito israeliano. Aspetto fondamentale è che sia Andersen sia Johnson citano una direttiva della CNN – resa nota inizialmente da *The Intercept* – che imponeva di sottoporre tutti i testi relativi alla vicenda all'ufficio di Gerusalemme dell'emittente, il quale operava sotto la supervisione della censura israeliana. Anche la BBC e altri media britannici hanno mostrato una parzialità analoga, al punto da suscitare una lettera di protesta inviata all'emittente da otto giornalisti. Questi ultimi facevano notare come la BBC riservasse i termini "massacro" e "atrocità" esclusivamente alle violenze di Hamas, in un momento in cui i bombardamenti israeliani avevano già causato la morte di oltre 14.500 palestinesi, tra cui almeno 6.000 bambini. Gli otto giornalisti hanno scelto di mantenere l'anonimato per timore di ritorsioni.
Altrettanto importante, per i media *mainstream*, era garantire che il contesto di fondo venisse ignorato, facendo apparire la storia come se avesse avuto inizio il 7 ottobre 2023. Vietando qualsiasi riferimento ai "territori occupati", ad esempio, il *New York Times* ha di fatto cancellato ogni contesto storico dell'offensiva di Hamas. I media dell'establishment hanno descritto l'attacco di Hamas del 7 ottobre come "senza precedenti" e "non provocato", osserva Andersen: come se non vi fosse stato, né vi fosse ancora in atto, un assedio di Gaza durato 17 anni; come se il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu non fosse apparso di recente alle Nazioni Unite con una mappa di Israele che includeva la Cisgiordania e la Striscia di Gaza occupate; come se i massacri di palestinesi a Gaza perpetrati da Israele a titolo di punizione collettiva non fossero avvenuti nell'inverno 2008-2009, nel 2012, nel 2014 o durante le proteste della "Grande Marcia del Ritorno" iniziate nel 2018. Raramente i media mainstream menzionano la Nakba del 1948 – la violenta espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalla loro terra d'origine – nonostante la maggior parte degli abitanti di Gaza rientri tra coloro che furono sradicati a seguito della conquista sionista e ai quali è stato negato il diritto di tornare alla propria terra.
Andersen dimostra che i media dell'establishment hanno applicato una sorta di amnesia storica anche agli eventi del 7 ottobre, omettendo di riferire della "Direttiva Hannibal" di Israele. Tale dottrina militare, introdotta nel 1986, impartisce ai comandanti israeliani l'ordine di utilizzare la forza letale per impedire la cattura di soldati israeliani.Un'inchiesta di Al Jazeera English, conclusasi nel marzo 2024, ha stabilito che la Direttiva Hannibal fu applicata il 7 ottobre per impedire la cattura di ostaggi – sia soldati che civili – il che potrebbe spiegare molte delle morti di civili israeliani avvenute quel giorno. Anche il quotidiano israeliano Haaretz è giunto alla stessa conclusione in un rapporto del luglio 2024, rivelando che Israele ha fatto ricorso alla direttiva ordinando ai comandanti di aprire il fuoco su qualsiasi veicolo diretto verso il confine di Gaza, bombardando al contempo l'area in modo indiscriminato. Ciononostante, i media dell'establishment statunitense hanno taciuto sulla sua attivazione il 7 ottobre.
Voci palestinesi escluse La cancellazione della storia è andata di pari passo con il controllo esercitato dai media commerciali su chi riceve il "permesso di narrare", secondo l'espressione coniata dal compianto studioso palestinese Edward Said. Andersen cita uno studio della FAIR che ha analizzato la presenza di ospiti nei programmi di informazione domenicali delle reti televisive statunitensi. Su un totale di 57 interventi registrati tra il 15 ottobre e il 5 novembre 2023, 48 ospiti erano funzionari governativi o militari statunitensi, mentre i rappresentanti del governo o dell'esercito israeliano sono apparsi cinque volte. Un solo ospite, Husam Zomlot – ambasciatore dell'Autorità Palestinese nel Regno Unito – era palestinese. Johnson osserva che, nel periodo compreso tra l'ottobre 2023 e l'ottobre 2024, programmi come *Meet the Press* (NBC), *This Week with George Stephanopoulos* (ABC), *State of the Union* (CNN) e *Face the Nation* (CBS) hanno ospitato rappresentanti israeliani in 20 occasioni e funzionari della Casa Bianca in 59, mentre Zomlot ha rappresentato l'unica presenza palestinese. Johnson segnala inoltre il programma *Morning Joe* della MSNBC per non aver ospitato nemmeno un palestinese tra l'ottobre 2023 e l'ottobre 2024, nonostante la trasmissione si sia occupata frequentemente della situazione a Gaza. Un'analisi della copertura mediatica del programma nei sei mesi successivi al 7 ottobre 2023 ha rilevato che il termine "massacro" è stato usato 81 volte per descrivere l'uccisione di israeliani da parte di palestinesi, "selvaggio" 38 volte e "barbaro" 22 volte per descrivere l'uccisione di israeliani. Tali termini non sono mai stati utilizzati – nemmeno una volta – per descrivere l'uccisione di palestinesi. I palestinesi sono stati menzionati una sola volta in associazione al termine "strage" (*slaughter*), a fronte delle 119 volte riferite agli israeliani.
Johnson applica un rigoroso esame anche ai doppi standard abitualmente adottati dai media dell'establishment. La sua analisi dei programmi di informazione della domenica mattina sui network statunitensi NBC, CBS, ABC e CNN, condotta tra l'ottobre 2023 e l'ottobre 2024, ha rilevato, ad esempio, che l'espressione "diritto di difendersi" è stata utilizzata 149 volte in un anno per descrivere le azioni di Israele, ma mai per quelle palestinesi. L'espressione "ostaggi israeliani" è stata usata 835 volte e "prigionieri palestinesi" 52 volte, ma esclusivamente nel contesto di uno scambio di prigionieri: la condizione dei prigionieri palestinesi non è mai stata oggetto di servizi autonomi. Johnson osserva che "non vi è stata alcuna copertura mediatica, intervista alle famiglie o riconoscimento dell'esistenza delle migliaia di ostaggi palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, dove languiscono da anni senza processo". Analogamente, il termine "antisemitismo" è stato utilizzato 65 volte, mentre "islamofobia" (o pregiudizio antimusulmano) e razzismo antipalestinese sono stati menzionati solo quattro volte. Johnson dedica particolare attenzione alla strumentalizzazione dell'antisemitismo. Il suo esame di testate quali *The New York Times*, *The Washington Post*, CNN.com, Associated Press, *The Los Angeles Times*, *USA Today*, *Politico* e *Axios* nei sei mesi successivi al 7 ottobre 2023 ha rivelato che 372 articoli erano incentrati prevalentemente o esclusivamente sull'antisemitismo, a fronte di soli cinque articoli dedicati in modo analogo al pregiudizio contro i musulmani.
"Questa dinamica", scrive l'autore, "appare ancora più evidente se si guarda a quanto accaduto nei campus universitari americani, un tema su cui i media si sono concentrati sempre più verso la fine del 2023". Secondo Johnson, l'enfasi sproporzionata dei media sull'antisemitismo è servita a dipingere l'esercito israeliano come una forza che combatteva "per conto di una minoranza oppressa e sotto assedio in tutto il mondo". Nel contempo, la copertura mediatica degli accampamenti di solidarietà con Gaza, sorti nei campus di tutto il Paese, ha completamente ignorato la partecipazione e il ruolo di leadership degli studenti ebrei.
Sia Andersen che Johnson rendono omaggio al lavoro dei giornalisti e degli scrittori palestinesi che hanno riferito direttamente da Gaza, mettendolo in risalto. Andersen, in particolare, riconosce ai giornalisti palestinesi il merito di aver permesso al resto del mondo di vedere la guerra per quello che è: un genocidio. Cita il dato fornito da Al Jazeera, secondo cui 278 giornalisti e operatori dei media – quasi tutti palestinesi – sono stati uccisi da Israele tra il 7 ottobre 2023 e l'agosto 2025. Andersen osserva che tali attacchi "hanno spesso ucciso anche i familiari del giornalista". Nei primi due mesi di guerra, Israele ha ucciso in media un operatore dei media al giorno, portando il Committee to Protect Journalists (Comitato per la protezione dei giornalisti) a concludere che esisteva un "evidente schema" di attacchi mirati di Israele contro i giornalisti. Più di 100 giornalisti sono stati arrestati da Israele nei primi mesi di guerra e circa la metà di essi è stata incarcerata. Israele ha vietato ai giornalisti stranieri di entrare a Gaza, un fatto che la maggior parte dei media statunitensi ha taciuto fino a quando alcuni non vi sono entrati al seguito delle forze militari israeliane.
I media non riescono a ottenere consenso per il genocidio Nelle loro introduzioni a questi due libri, Khalidi ed Erakat fanno riferimento indiretto all'opera fondamentale del 1988 *La fabbrica del consenso* (*Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media*), scritta dal linguista e analista politico Noam Chomsky e dall'economista ed esperto di media Edward S. Herman. Attraverso un'analisi fattuale impeccabile, *La fabbrica del consenso* dimostra che i grandi media agiscono consapevolmente come strumento di propaganda per l'impero statunitense, allineandosi su un'unica narrazione. Il modello di propaganda mira a garantire il consenso dell'elettorato verso gli obiettivi di politica estera dell'élite al potere, in particolare quelli che comportano un intervento militare. Il tentativo dei grandi media di fabbricare il consenso per il genocidio israeliano a Gaza è fallito, e in modo totale. Negli ultimi due anni, i sondaggi d'opinione negli Stati Uniti hanno mostrato una maggiore simpatia per i palestinesi rispetto agli israeliani. Un sondaggio Gallup del febbraio 2026, riportato dall'Associated Press, ha rilevato che il 41% degli americani simpatizzava maggiormente con i palestinesi, mentre il 36% simpatizzava con gli israeliani. Tra i democratici il divario era ancora più marcato: due terzi dichiaravano di essere più vicini alla causa palestinese, contro il 20% che parteggiava per gli israeliani.
Andersen osserva inoltre che un sondaggio del Pew Research Center, risalente già al marzo 2025, indicava come il 53% degli adulti statunitensi avesse un'opinione negativa di Israele. Nel giugno 2025, un sondaggio della Quinnipiac University ha mostrato che il sostegno era calato di 14 punti percentuali anche tra i repubblicani rispetto al maggio 2024, aggiunge Andersen. Cosa è successo? Né Johnson né Andersen approfondiscono questo aspetto. A quanto pare, tutte le narrazioni parziali dei grandi media non sono riuscite a contrastare il fatto che il genocidio venisse trasmesso in diretta streaming in tempo reale, grazie agli operatori dei media palestinesi. Come sottolinea Andersen, "le piattaforme di social media... hanno mostrato filmati provenienti direttamente da Gaza, portando i veri orrori della violenza all'attenzione del pubblico globale e scatenando proteste in tutto il mondo". Sia Andersen che Johnson riconoscono il ruolo di testate alternative come *The Electronic Intifada*, *Drop Site*, *Truthout* e *Mondoweiss*, tra le altre. I social media e Al Jazeera (disponibile via internet, dato che molti provider di TV via cavo statunitensi la bloccano) vengono citati da entrambi e hanno chiaramente contribuito a scalfire il predominio dei grandi media, caratterizzati da una sempre maggiore concentrazione monopolistica. Entrambi gli autori mettono in risalto la figura di Joy Reid, conduttrice di MSNBC, per aver sollevato questioni che pochi altri conduttori televisivi avrebbero osato porre; per questo motivo, nel febbraio 2025, Reid è stata licenziata e il suo programma cancellato. Come osservato da Andersen, Reid ha chiesto: "In che modo bombardare una striscia di terra densamente popolata, composta per il 50% da bambini, costituisce legittima difesa? In che modo bombardare ospedali, chiese, moschee e scuole dell'ONU costituisce legittima difesa?"
Nell'introduzione a *The Complicit Lens*, Khalidi osserva che gli studenti universitari ignorano sempre più i media tradizionali. Discutendo dei risultati del libro di Andersen, Khalidi ha affermato che i media tradizionali stanno andando incontro a una "morte rapidissima". Nulla di tutto ciò garantisce un abbandono duraturo dei grandi media. Johnson segnala i rischi legati alla crescente concentrazione della proprietà dei media statunitensi, in particolare nelle mani di ferventi sionisti come David Ellison, che presto potrebbe controllare non solo CBS News ma anche la CNN. I media tradizionali – quelli esistenti prima della diffusione capillare di Internet – continueranno indubbiamente a fabbricare il consenso attorno ad atrocità, qualora ciò serva gli interessi della politica estera statunitense. I movimenti popolari e i media alternativi continueranno a denunciare questo ruolo nefasto, così ampiamente documentato da Johnson e Andersen.

(1)Rod Such è l'autore di *Digging Deeper into the Meaning of Palestine* (Changemaker Publications, 2025).
Trad. a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese