Foto: Combattenti delle Brigate al-Qassam, l'ala militare di Hamas, durante la consegna alla Croce Rossa delle salme della famiglia Bibas e di Oded Lifshitz, il 20 febbraio 2025. (Foto: Omar Ashtawy/APA Images)
Le richieste di disarmo di Hamas fanno seguito a decenni di appelli internazionali per uno "Stato palestinese smilitarizzato". Tali richieste impongono ai palestinesi di rinunciare al proprio diritto all'autodifesa, un diritto a cui nessun popolo dovrebbe mai rinunciare.
Di Mitchell Plitnick, 7 agosto 2026 https://mondoweiss.net/2026/08/trump-and-israel-are-demanding-that-palestinians-disarm-here-is-why-that-is-wrong-and-unjust/?ml_recipient=195234868786890110&ml_link=195234827115431044&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=2026-08-11&utm_campaign=Daily+Headlines+RSS+Automation+-+8am
Tra le tante espressioni ricorrenti nel linguaggio diplomatico riguardante la Palestina vi è il sostegno a "uno Stato palestinese smilitarizzato che viva in pace accanto a Israele". Questa condizione viene ripetuta così spesso da passare, il più delle volte, inosservata.Tale premessa – con la sua intrinseca ingiustizia, inefficacia e mancanza di pragmatismo – è stata messa in evidenza questa settimana da un organismo nientemeno che orwelliano: il "Consiglio per la Pace" di Donald Trump. Il 1° agosto, il Consiglio ha reso noto il testo integrale del suo piano, delineando la più recente strategia per stabilire un cessate il fuoco effettivo a Gaza, avviare la ricostruzione, consentire a un organismo palestinese di tecnocrati di assumere una qualche autorità nell'area e, soprattutto, disarmare i gruppi armati palestinesi.
Vale la pena osservare, brevemente, che un piano del genere non avrebbe dovuto essere necessario, dato che avrebbe dovuto far parte del cosiddetto "cessate il fuoco" dichiarato nell'ottobre 2025. Questo nuovo piano è stato presentato come la seconda fase di quello di ottobre, ignorando il fatto che Israele non ha adempiuto ad alcuno degli obblighi previsti dalla prima fase; al contrario, non ha mai smesso di uccidere palestinesi e ha progressivamente occupato porzioni sempre più ampie di Gaza, spingendo i sopravvissuti sempre più a ridosso del mare.
A quanto si apprende, le fazioni palestinesi hanno tenuto consultazioni molto complesse riguardo a quest'ultimo piano. Alla fine, hanno deciso di accettarlo, rimettendo la palla nel campo di Israele. L'elemento decisivo per tale accettazione è stato una specifica clausola dell'accordo, la quale subordinava il disarmo palestinese al ritiro israeliano da Gaza – da attuarsi per fasi – e stabiliva che le armi palestinesi non sarebbero state distrutte, bensì consegnate al “consiglio palestinese di tecnocrati”. Tali condizioni erano contenute nel piano del Consiglio. L'articolo 8 descriveva un "processo di dismissione e stoccaggio di armi pesanti, siti di produzione militare, depositi di armi e tunnel, da avviare dopo aver completato gli impegni residui previsti dal Protocollo di Sharm el-Sheikh, l'ingresso del NCAG e il dispiegamento dell'ISF".
Il NCAG è il proposto consiglio tecnocratico palestinese, mentre l'ISF è la tanto discussa "Forza Internazionale di Stabilizzazione" incaricata di gestire la sicurezza a Gaza. Le "condizioni residue" da soddisfare riguardano i continui attacchi di Israele contro i palestinesi e la sua avanzata oltre la cosiddetta "Linea Gialla", che divide Gaza in due parti, con Israele che occupa il 53% del territorio. Da allora, Israele è avanzato ben oltre la soglia del 60% e, secondo alcune stime, si sta avvicinando al controllo del 70% del territorio.
La clausola del "Board of Peace" prosegue così: «…Questo processo sarà legato a un ritiro israeliano, per fasi, dalle aree sotto il suo controllo a Gaza e allo smantellamento delle milizie armate, in conformità con l'articolo 10 della presente Roadmap. …Le fazioni palestinesi parteciperanno a questo processo e nessuna arma sarà trasferita o consegnata a Israele o a parti non palestinesi».
Non c'è alcuna ambiguità al riguardo. Tutte le armi sarebbero rimaste nelle mani dei tecnocrati palestinesi e la loro consegna era esplicitamente vincolata al ritiro di Israele, non solo dalle posizioni a ridosso della "Linea Gialla" — misura richiesta con effetto immediato — ma, per fasi graduali, dall'intera Striscia di Gaza.Accettando tali condizioni, Hamas e le altre fazioni palestinesi hanno smascherato il bluff americano e israeliano. E se sospettavano che si trattasse di un bluff, hanno avuto ben presto la conferma di aver visto giusto.
Nonostante la formulazione chiara dell'accordo, che legava il ritiro israeliano al disarmo palestinese, Israele si è rifiutato di accettare l'intesa; una decisione che non avrebbe dovuto sorprendere nessuno. Tuttavia, quasi immediatamente, il presidente del Board, Nickolay Mladenov, ha incontrato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l'organismo ha diffuso una "dichiarazione chiarificatrice", affermando che Israele si sarebbe ritirato solo dopo il completo disarmo dei palestinesi. Questo repentino cambio di rotta non si è limitato a confermare che il "Board of Peace" non è altro che uno strumento per portare avanti il progetto di annientamento dei palestinesi: ne ha anzi rafforzato la natura.
L'autodifesa palestinese è il nodo centrale della questione. Il "Board of Peace" è un'iniziativa di Trump; non vi è motivo di aspettarsi che prenda seriamente a cuore il benessere dei palestinesi, così come non ci si può aspettare nulla di diverso da qualsiasi altra proposta americana, e a maggior ragione israeliana. Eppure, la rapidità con cui il Board ha completamente ribaltato la propria posizione solleva un interrogativo più profondo sulla diplomazia internazionale riguardante la Palestina in generale.
La diplomazia riguardante la Palestina continua a concentrarsi sulla soluzione a due Stati e, sebbene molti sostenitori della causa palestinese sostengano giustamente che tale soluzione non sia praticabile, è necessario esaminare alcuni dei presupposti alla base di questo tentativo fallimentare. La formula dei due Stati è stata definita come "due Stati per due popoli", prevedendo uno Stato israeliano che conviva pacificamente accanto a uno Stato palestinese smilitarizzato. L'idea che uno Stato palestinese non avrebbe avuto la capacità di difendersi era data per scontata da tempo, ma non era stata dichiarata ufficialmente fino a quando il presidente statunitense Bill Clinton non parlò di uno "Stato palestinese non militarizzato" nei suoi "Parametri Clinton" del 2000.
Clinton immaginava una forza di confine internazionale incaricata di difendere i confini palestinesi e di fungere da deterrente contro eventuali attacchi; tuttavia, tale ipotesi non è mai stata realistica. Quale forza internazionale riuscirebbe concretamente a respingere un esercito israeliano intenzionato a invadere questo ipotetico Stato palestinese? L'incapacità dell'UNIFIL di impedire le infiltrazioni israeliane nel Libano meridionale ne è un esempio lampante. Col passare del tempo, ogni riferimento a una simile forza internazionale è stato semplicemente accantonato. Ciononostante, l'idea di uno Stato palestinese smilitarizzato è rimasta in auge, diventando un elemento fondamentale del modello a due Stati ipotizzato.
Come dimostra l'operato dell'amministrazione Trump a Gaza, questa nozione implica in realtà che Israele e i suoi alleati pretenderanno dai palestinesi la rinuncia ai mezzi necessari per opporre resistenza armata a Israele. In pochi si interrogano su cosa ne pensino i palestinesi; tuttavia, un sondaggio condotto nel giugno 2026 dall'istituto palestinese "The People Company for Polling and Social Research" ha rivelato che solo il 20% della popolazione palestinese accettava l'idea di uno Stato smilitarizzato.
Di fatto, quando è stato chiesto un parere non solo su questa specifica condizione, ma sull'intero pacchetto di misure solitamente associato alla soluzione a due Stati (come la possibilità per i rifugiati palestinesi di rientrare esclusivamente nello Stato palestinese, con un numero simbolico di rientri in aree interne a Israele), il 59% degli intervistati si è dichiarato contrario, nonostante il 51% continuasse a sostenere, in linea di principio, l'idea della soluzione a due Stati. Tuttavia, il problema non è la soluzione a due Stati in sé; la vera questione, emersa nuovamente nell'ultima settimana, è l'idea che ai palestinesi – anche in un mondo post-genocidio e post-occupazione – verrebbe negato il diritto all'autodifesa.
Naturalmente, i palestinesi respingono tale ipotesi, ma nessuno – nemmeno la leadership palestinese rappresentata dall'OLP, ormai ridotta a un governo fantoccio – affronta la questione in sede diplomatica. L'idea di uno "Stato palestinese smilitarizzato" viene spesso riproposta e raramente, se non mai, contestata. Di fatto, se ne discute ancora meno che del diritto al ritorno, un'altra condizione su cui si dà per scontato che i palestinesi cederanno; un presupposto condiviso apparentemente da tutti tranne che dai palestinesi stessi, ai quali sembra non venga mai chiesto un parere in merito.
Tuttavia, il diritto al ritorno è un elemento così fondamentale del nazionalismo palestinese che molti palestinesi hanno fatto sentire la propria voce con tale forza da rendere difficile ignorare la questione, per quanto gran parte del mondo continui a tentare ostinatamente di farlo. La questione dell'autodifesa ha avuto minore risonanza, in parte perché intrinsecamente legata alla soluzione a due Stati: di conseguenza, l'opposizione a essa finisce spesso per confluire nell'opposizione alla soluzione stessa. La questione del diritto alla resistenza ha assunto maggiore rilevanza, tuttavia, a partire dal 7 ottobre 2023.
Diritto all'autodifesa Il 7 ottobre ha demonizzato la resistenza palestinese ancora più di quanto non fosse già accaduto, non solo nell'opinione di Israele e dei suoi alleati occidentali, ma anche in quella delle capitali arabe che lavoravano per stabilire relazioni con Israele, nonostante il rifiuto di quest'ultimo di scendere a qualsiasi compromesso riguardo all'occupazione.
Invece di trarre l'ovvia lezione – ovvero che l'occupazione e la negazione dei diritti fondamentali portano inevitabilmente a giornate orribili come quella del 7 ottobre, e a risposte ancora più atroci e oscene come il genocidio che ne è seguito – Israele ha sfruttato l'evento come un'ulteriore prova della necessità di disarmare i palestinesi. La cooperazione nel processo di pace e il sostegno ricevuto non solo dall'Europa, ma anche dalla maggior parte delle leadership arabe ufficiali, dimostrano il successo di tale strategia.
Si tratta di un consenso potente che sostiene, o quantomeno avalla, l'idea che i palestinesi debbano essere messi nell'impossibilità di difendersi. Il discorso va ben oltre la tesi secondo cui il 7 ottobre dimostrerebbe — in base a uno stereotipo — che i palestinesi sono "troppo brutali" per poter disporre di armi; ciò mentre il governo e i coloni israeliani, ben più violenti e sanguinari, non vedono mai messo in discussione il loro "diritto all'autodifesa", a prescindere da quanto spesso tale diritto venga esercitato per uccidere in modo aggressivo civili innocenti.
No, si tratta di una tesi ben più ampia, secondo la quale i palestinesi sarebbero intrinsecamente e singolarmente violenti, al punto da non poter mai realmente governare se stessi. Persino il paternalistico "percorso verso uno Stato palestinese" è sempre subordinato alla presenza di un altro soggetto che detenga l'autorità e i mezzi per imporla, scavalcando la volontà dei palestinesi.
Come può esserci una qualsiasi forma di autodeterminazione palestinese – che si tratti di un unico Stato tra il fiume e il mare, di due Stati, di una confederazione o di qualsiasi altra soluzione – se i palestinesi devono confidare nel fatto che Israele, che li ha dominati, espropriati e privati dei diritti in modo così brutale per così tanto tempo, non decida di farlo di nuovo?
Ancor prima di considerare l'assurdità di pretendere che i palestinesi vivano accanto o insieme ai loro oppressori di lunga data nutrendo una fiducia ingenua, c'è il fatto che l'autodeterminazione è inseparabile dal diritto e dalla capacità di difendersi dagli attacchi. Se l'obiettivo fosse stato quello di creare una sorta di regione magica e pacificata in cui Israele non potesse più rappresentare una minaccia per i palestinesi, sarebbe stato ragionevole sostenere che anche i palestinesi dovessero fare lo stesso. Tuttavia, alla luce della storia e della realtà dei fatti, nessuno dei due termini dell'equazione è realistico.
Coloro che, all'interno di Hamas e delle altre fazioni palestinesi, sostenevano la necessità di smascherare il bluff americano e accettare la proposta iniziale del "Board of Peace" erano consapevoli di tutto ciò; per questo insistevano affinché le armi venissero consegnate gradualmente e soltanto ad altri palestinesi. È possibile che non avrebbero nemmeno accettato tale condizione se avessero previsto che Israele avrebbe accolto l'accordo, ma hanno corso il rischio perché, anche nell'eventualità che Israele li avesse sorpresi collaborando con il Board, l'arsenale palestinese sarebbe rimasto in mani palestinesi.
Il problema era – ed è tuttora – questo, e non solo per Israele. Di fronte a tale obiezione, i vari strumenti dell'amministrazione Trump legati al "Board of Peace" non hanno tentato di ribattere. Il motivo è che Hamas aveva ragione: non si trattava di disarmarli – cosa che, a determinate condizioni, avrebbero potuto accettare, seppur con riluttanza – bensì di disarmare i palestinesi in modo permanente, una condizione a cui né Hamas né la maggior parte dei palestinesi acconsentiranno mai. È solo un ulteriore esempio di come ci si aspetti che i palestinesi accettino condizioni che a nessun altro verrebbero mai imposte. Ed è un altro esempio di come la diplomazia internazionale – che provenga da Washington, Bruxelles o Riad – rimanga intrappolata in una palude senza uscita creata da essa stessa, proponendo incessantemente nuovi modi per disumanizzare i palestinesi anziché cercare di tracciare un percorso verso un futuro migliore per tutti, tra il fiume e il mare.
Mitchell Plitnick è presidente di ReThinking Foreign Policy. È coautore di *Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics* e cura la newsletter *Cutting Through*.
Trad. a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese