L’articolo che segue è indirizzato a chi è interessato al dibattito nell'ebraismo antisionista (NdR)
Pur avendo effettivamente scalzato Israele dal ruolo di fulcro dell'identità ebraica di sinistra, il diasporismo rischia di svuotare di sostanza il nostro antisionismo.di J.A. Cohen, 12 agosto 2026 https://jewishcurrents.org/newsletter/the-limits-of-diasporism-newsletter?token=qgb5hSHngxmptJ5-qd2bldDa03Hts2eE&x-craft-preview=ae3a5f343e12fe0963d6b6b481fe1fd5b86f2f62efc095b9d3343f2c17e1619evoaisrqomk?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=header
Due libri recenti che cercano di recuperare una tradizione affermativa dell'ebraismo diasporico:
- *Anti-Zionism and the Cultures of the American Jewish Left*, di Benjamin Balthaser. Verso, 2025. 320 pagine.
- *Embracing Exile: The Case for Jewish Diaspora*, di David Kraemer. Oxford University Press, 2025. 248 pagine.
Qual è la sostanza di un'identità ebraica antisionista? Negli ultimi anni, questa domanda è emersa con crescente frequenza non solo come interrogativo sprezzante da parte dell'establishment ebraico americano, ma anche come autocritica e preoccupazione autentica all'interno della sinistra ebraica statunitense. In un'intervista rilasciata a *Jacobin* nel gennaio 2024, lo studioso Shaul Magid ha avvertito che l'identità ebraica promossa da gruppi come Jewish Voice for Peace rimane incentrata su Israele, limitandosi a considerare in negativo l’indirizzo dominante. Più di recente, la direttrice Arielle Angel ha scritto su questa rivista che la questione dei contenuti — e se l'ebraismo antisionista non vada oltre ad un rifiuto — è diventata un problema cruciale per i militanti nel contesto del genocidio a Gaza. In molti ambienti della sinistra ebraica si avverte — ed è difficile negarlo — la sensazione che non abbiamo ancora sviluppato appieno una nostra visione positiva della vita ebraica da proporre a chi desidera convertirsi: una visione che prescinda dalla logica del sionismo e che sia sufficientemente ricca da sostituire il senso di appartenenza che la maggior parte degli ebrei americani ancora trae da Israele.
Nel suo nuovo libro, *Citizens of the Whole World: Anti-Zionism and the Cultures of the American Jewish Left*, lo studioso Benjamin Balthaser risponde direttamente a questo dibattito attuale guardando al passato. Il testo ripercorre la persistenza storica di una forma di identità ebraica di sinistra che va "oltre il rifiuto del sionismo", scaturente dalla lunga – seppur spesso occultata – eredità del socialismo ebraico americano: il diasporismo. Per Balthaser, questo concetto – che la sinistra ebraica ha valorizzato e analizzato a fondo nell'ultimo decennio e oltre – assume un significato peculiare e creativamente anacronistico. Si tratta, scrive nell'introduzione, di "un altro nome per l'internazionalismo", ma "con caratteristiche ebraiche". Partendo dalla "Old Left" (la sinistra storica) degli anni Trenta e Quaranta, passando per la "New Left" degli anni Sessanta fino ai quasi dimenticati neo-bundisti degli anni Settanta, Balthaser sostiene che il diasporismo sia un'etica ebraica tipicamente americana: un'etica che, nel corso dell'ultimo secolo, è emersa e si è inabissata a fasi alterne, per poi riaffiorare oggi.
Sebbene a tratti Balthaser sembri rivolgersi al grande pubblico, cercando di convincere i lettori che l'autoidentificazione come ebrei da parte degli militanti non costituisca una mera mossa strategica, egli scrive principalmente per i suoi compagni ebrei antisionisti; il fulcro del libro è l'idea che noi incarniamo, spesso inconsapevolmente, lo spirito diasporista degli ebrei di sinistra del passato. In un certo senso, *Citizens of the Whole World* si affianca a recenti studi accademici come *Our Palestine Question* (2023) di Geoffrey Levin e *Threshold of Dissent* (2024) di Marjorie Feld, entrambi volti a recuperare la storia degli ebrei americani in disaccordo con il sionismo. Tuttavia, a differenza di queste monografie più convenzionali, *Citizens of the Whole World* mira a partecipare attivamente a quello stesso mondo che intende riscoprire. Attraverso la sua scrittura, Balthaser raccoglie l'eredità delle lotte di gruppi neo-bundisti come il Brooklyn Bridge Collective e il Chutzpah Collective, ponendosi l'obiettivo di — per usare le sue parole nel descrivere l'operato di entrambi i gruppi — "definire un passato utilizzabile per i rivoluzionari ebrei negli Stati Uniti". Mettendo insieme un assortimento di esperienze dell'ebraismo americano di sinistra tratte da archivi dimenticati, opere letterarie minori e decine di interviste ad attivisti e amici, Balthaser scopre una tradizione viva per il presente.
L'anno scorso è stato pubblicato anche un altro libro che mira a recuperare una tradizione affermativa dell'ebraismo diasporico. In *Embracing Exile: The Case for Jewish Diaspora*, lo storico David Kraemer propone un'alternativa alla narrazione ebraica dominante, incentrata su millenni di vita trascorsi nella condizione biblica nota come *galut*. (Kraemer traduce il termine ebraico alternativamente come "esilio" e "diaspora", cercando al contempo di trasformarne le connotazioni negative in positive). "Nel corso dei miei studi", scrive Kraemer riflettendo sulla propria carriera, "ho imparato che la storia ebraica nella diaspora non è stata un'unica, lunga vicenda di persecuzioni e sofferenze. Di fatto, gli ebrei in diaspora hanno spesso vissuto agiatamente, arrivando persino a prosperare". Raccogliendo una serie di testimonianze sul valore della *galut* tratte dalla tradizione ebraica, Kraemer sostiene che essere un buon ebreo oggi non richieda di compiere l'*aliyah*, poiché la diaspora è stata ed è tuttora — egli usa l'espressione privandola della sua tradizionale ironia — "un bene per gli ebrei". *Embracing Exile* si spinge oltre, evidenziando come il benessere e la prosperità ebraica abbiano caratterizzato epoche e luoghi diversi — dall'antica Babilonia alla Spagna medievale fino alla New York odierna — per suggerire che gli ebrei debbano essere considerati "la diaspora più longeva e di maggior successo nella storia dell'umanità".
Sebbene Kraemer affermi di non voler fare politica, il lettore di sinistra potrebbe chiedersi se il libro possa essere strumentalizzato a fini antisionisti. Dopotutto, il sionismo continua a basarsi sull'idea che gli ebrei soffrano ovunque al di fuori di Israele, e l'obiettivo di Kraemer è confutare tale nozione. Tuttavia, la tesi del libro a favore della diaspora risulta poco convincente: Kraemer trasforma argomentazioni teologiche sulla necessità dell'esilio in prove dei benefici che la diaspora apporterebbe agli ebrei, e interpreta le lodi poetiche rivolte a un luogo come testimonianza concreta del benessere ivi goduto dagli "ebrei comuni". È inoltre significativo che il "fiorente sviluppo ebraico" venga esemplificato attraverso figure di ebrei che diventano governanti, medici, avvocati e banchieri, che vincono premi, accumulano potere e – in un passaggio sconcertante – arrivano a possedere schiavi. Per Kraemer, il discorso sulla diaspora diventa così un mezzo per riproporre vecchie tesi sulla superiorità ebraica. Non sorprende, dunque, che il suo libro non solo mostri un totale disinteresse per la violenza fondativa di Israele, ma riveli anche quanto l'affermazione degli ebrei della diaspora rimanga perfettamente compatibile con il sionismo: "Rispetto profondamente ciò che Israele rappresenta", cita con approvazione il critico letterario George Steiner, "ma non fa per me".
È impossibile confondere l'orientamento politico di *Embracing Exile* con quello di *Citizens of the Whole World*: Kraemer abbraccia la diaspora per puro interesse personale di matrice borghese, mentre Balthaser sostiene un diasporismo solidale animato dalla lotta . Eppure, leggere il libro di Kraemer accanto a quello di Balthaser – osservando i punti in cui i loro linguaggi convergono, nonostante l'abisso politico che li separa – può aiutare a mettere in luce i limiti, e persino i rischi, del diasporismo di sinistra. Dopotutto, come Balthaser sottolinea nel corso della sua opera – e a dispetto della promessa contenuta nel sottotitolo –, lo spirito diasporico ha storicamente prodotto qualcosa di molto più vicino al non-sionismo che all'antisionismo. Di fronte a Israele, le figure recuperate da Balthaser tendono a manifestare disinteresse, avversione o ambivalenza, senza però concentrarsi sulla condizione dei palestinesi sotto il sionismo né impegnarsi nello smantellamento di tale progetto. Nella misura in cui il diasporismo riuscisse a scalzare Israele dal ruolo di fulcro dell'identità ebraica di sinistra – restituendo così sostanza alla nostra ebraicità –, potremmo anche temere che ciò finisca per svuotare di contenuto il nostro antisionismo.
Sebbene Kraemer affermi di non voler fare politica, il lettore di sinistra potrebbe chiedersi se il libro possa essere strumentalizzato a fini antisionisti. Dopotutto, il sionismo continua a basarsi sull'idea che gli ebrei soffrano ovunque al di fuori di Israele, e l'obiettivo di Kraemer è confutare tale nozione. Tuttavia, la tesi del libro a favore della diaspora risulta poco convincente: Kraemer trasforma argomentazioni teologiche sulla necessità dell'esilio in prove dei benefici che la diaspora apporterebbe agli ebrei, e interpreta le lodi poetiche rivolte a un luogo come testimonianza concreta del benessere ivi goduto dagli "ebrei comuni". È inoltre significativo che il "fiorente sviluppo ebraico" venga esemplificato attraverso figure di ebrei che diventano governanti, medici, avvocati e banchieri, che vincono premi, accumulano potere e – in un passaggio sconcertante – arrivano a possedere schiavi. Per Kraemer, il discorso sulla diaspora diventa così un mezzo per riproporre vecchie tesi sulla superiorità ebraica. Non sorprende, dunque, che il suo libro non solo mostri un totale disinteresse per la violenza fondativa di Israele, ma riveli anche quanto l'affermazione della diaspora rimanga perfettamente compatibile con il sionismo: "Rispetto profondamente ciò che Israele rappresenta", cita con approvazione il critico letterario George Steiner, "ma non fa per me".
È impossibile confondere l'orientamento politico di *Embracing Exile* con quello di *Citizens of the Whole World*: Kraemer abbraccia la diaspora per puro interesse personale di matrice borghese, mentre Balthaser sostiene un diasporismo solidale animato dalla lotta materiale. Eppure, leggere il libro di Kraemer accanto a quello di Balthaser – osservando i punti in cui i loro linguaggi convergono, nonostante l'abisso politico che li separa – può aiutare a mettere in luce i limiti, e persino i rischi, del diasporismo di sinistra. Dopotutto, come Balthaser sottolinea nel corso della sua opera – e a dispetto della promessa contenuta nel sottotitolo –, lo spirito diasporico ha storicamente prodotto qualcosa di molto più vicino al non-sionismo che all'antisionismo. Di fronte a Israele, le figure recuperate da Balthaser tendono a manifestare disinteresse, avversione o ambivalenza, senza però concentrarsi sulla condizione dei palestinesi sotto il sionismo né impegnarsi nello smantellamento di tale progetto. Nella misura in cui il diasporismo riuscisse a scalzare Israele dal ruolo di fulcro dell'identità ebraica di sinistra – restituendo così sostanza alla nostra ebraicità –, potremmo anche temere che ciò finisca per svuotare di contenuto il nostro antisionismo.

Trad. a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese