Nessun incitamento ad odiare Israele è necessario per un villaggio palestinese. Il caso di di Sa’ir – di Gideon Levy
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Consideriamo Shoham, una città dormitorio di 20.000 persone con un country club. A un’ora di macchina di distanza c’è una cittadina chiamata Sa’ir di 20.000 abitanti.

Ora immaginate che da una macchina abbiano sparato sulla Route 444, non lontano da Shoham. La polizia non cattura l’uomo armato, ma sospetta che sia nascosto a Shoham. Quindi, che cosa fa? Impone una chiusura alla cittadina, isolandola. A nessuno è permesso di allontanarsi per una settimana né per lavoro, né per recarsi a scuola, né per vedere un medico o concludere affari. Chiunque, residente o visitatore, è bloccato: 20.000 persone sono sotto assedio.
La città impazzirebbe. Israele impazzirebbe. Un blocco su un’intera città a causa di una sola persona, probabilmente nemmeno nascosta lì? Una settimana in una gabbia? I media descriverebbero quotidianamente le sofferenze degli abitanti, le loro storie, la mancanza di rifornimenti nei negozi, l’impossibilità per i malati di curarsi, per gli studenti di sostenere gli esami finali, per le future spose di sposarsi. Racconterebbero delle imprese sull’orlo del collasso e dei campi non irrigati .
Shoham avrebbe ricordato quest’assedio con dolore e rabbia. Ogni anno ci sarebbe stata una cerimonia commemorativa. Cristiani ed ebrei avrebbero raccolto fondi e il dipartimento della salute avrebbe curato i bambini traumatizzati dai raid notturni. Il commissario di polizia, responsabile dell’accaduto, sarebbe stato costretto a dimettersi. Sabato scorso un uomo palestinese ha sparato ad una macchina israeliana, l’autista è stato ferito ad una gamba, ma ha potuto continuare a guidare. Non conta molto la libertà, la vita e la dignità dei Palestinesi e dell’assedio imposto a pochi interessa.
L’ordine è inequivocabile; nessuno può lasciare la cittadina ed è inutile supplicare. Sa’ir non è Gaza e la chiusura alla fine sarà revocata. La città si riprenderà; non è la prima volta che è stata bloccata, né sarà l’ultima. La vicina Samua è sigillata da martedì, il campo profughi di Al Fawe lo stesso. La guerra al terrorismo autorizza tutto, compresa la punizione collettiva, l’imposizione del terrore-assedio. Il desiderio dei coloni di vendetta e di punizione deve essere soddisfatto.
Sa’ir si riprenderà; la gente è ben addestrata e forte. Non è difficile, però, immaginare quale tipo di sentimenti repressi saranno rafforzati dal blocco. Non c’è bisogno di “incitamento” per Sa’ir ad odiare. Non ha bisogno di prediche o video di propaganda. Come si può non odiare chi abusa? Chi impone con facilità insopportabile un assedio per comodità dell’occupante?
Guardate Sa’ir e pensate a Shoham.
(Gideon Levy : No Incitement Necessary for a Palestinian Town to Hate Israel )