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Chiara Cruciati Il Manifesto 6.11.24

Una strada completamente distrutta durante un raid nel campo profughi di Far'a vicino a Jenin, in Cisgiordania – Nasser Ishtayeh /Getty Images
Nei vari fronti dell’offensiva israeliana in Medio Oriente si intravedono pratiche simili, identiche procedute di sfollamento di diversa magnitudo. Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme est, Libano: la politica di ingegneria demografica – pratica più antica dello Stato di Israele, dalla Nakba del 1948 a oggi – procede con il silenziatore. E un obiettivo che è lo stesso da decenni: massimizzare la popolazione palestinese presente sull’intero territorio in spazi minimi.
A Gaza l’obiettivo è portato avanti con una pulizia etnica che nel nord ha assunto dimensioni apocalittiche, denunciata a più riprese dalle più alte autorità internazionali (l’Onu). Nel resto dei Territori occupati procede passo passo, demolizione dopo demolizione di case e infrastrutture vitali.
IN CISGIORDANIA ieri si contavano sette palestinesi uccisi da bombardamenti aerei (sempre più frequenti) e invasioni di terra di città e campi profughi. Cinque le vittime a Qabatiya, vicino Jenin (due giovani colpiti in auto; un altro centrato da un cecchino mentre si trovava sul tetto della sua casa; altri due da un drone) e due a Tammoun, fuori Tubas.
Nei campi profughi di Tulkarem, l’incursione iniziata ieri mattina ha portato alla distruzione – via bulldozer – di proprietà pubbliche e private (case, strade, reti idriche) mentre i cecchini si posizionavano sui tetti e le forze militari assediavano gli ingressi ai campi Nur al-Shams e Tulkarem, impossibile entrare e uscire. Un negozio è stato dato alle fiamme nel quartiere al-Manshiya, altri sono stati distrutti dai bulldozer militari.
Scene simili a Gerusalemme est, nel quartiere di Silwan, ai piedi della città vecchia e preda da anni di associazioni di coloni e municipalità: sono state demolite ben sette abitazioni nel quartiere di al-Bustan, le strade di accesso sono state distrutte e gli alberi piantati di fronte sradicati.
«Almeno 40 persone, compresi bambini, sono senzatetto», dice all’Afp l’attivista Fakhri Abu Diab, una delle vittime delle demolizioni. «Il nostro quartiere è preso di mira dall’occupazione israeliana per costruire sulle rovine delle nostre case – ha proseguito Abu Diab all’agenzia Anadolu – e cacciarci da Gerusalemme est». Altri 1.550 abitanti della zona vivono in case a rischio demolizione. Dall’ottobre 2023, la municipalità ha demolito circa 360 abitazioni.
A dare il via all’operazione di ieri è stata la decisione del tribunale: costruzioni illegali. Non è una novità, i palestinesi di Gerusalemme est – apolidi, senza cittadinanza, titolari solo di un permesso di residenza – non ottengono di fatto mai le autorizzazioni a costruire nei propri quartieri.