Sionismo senza confini: annessione e normalizzazione come strumenti per sottomettere gli Arabi

Credito fotografico: The Cradle

Il progetto coloniale di Tel Aviv fonde le ambizioni di un “Israele più grande” con il raggiungimento del "Grande Israele" – annettendo terre mentre ridefinisce la sovranità dei suoi vicini arabi.

Mohamad Hasan Sweidan

1 AGOSTO 2025

Quattro settimane dopo che Israele ha firmato gli Accordi di Abramo mediati dagli Stati Uniti con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein il 15 settembre 2020, l'Alto Consiglio di Pianificazione di Tel Aviv ha approvato 4.948 nuove unità di coloni nella Cisgiordania occupata. Nessun annuncio ufficiale.

Non arrivavano carri armati, solo firme che autorizzavano un altro livello di occupazione. La prima ondata di espansione è avanzata silenziosamente, legittimata dal linguaggio della "pace".

Questa sequenza riflette deliberatamente la logica centrale dell'espansione sionista: normalizzare quando la regione si sottomette, colonizzare quando il mondo si distrae.

Dove possibile, l'esercito dello stato di occupazione conquista direttamente il territorio. Dove la resistenza o il controllo lo rendono irrealizzabile, il governo di occupazione costruisce una rete di patti di sicurezza, rotte commerciali e partnership di intelligence che estendono la sua portata senza un solo soldato in uniforme. Questa duplice formula, conquista territoriale e integrazione egemonica, è alla base della strategia israeliana dal 1967, e oggi si estende senza ostacoli dalla Valle del Giordano alla costa atlantica.

Due percorsi, una sola destinazione

Il "Greater Israel" (Israele più grande) rappresenta l'ambizione coloniale di annettere, colonizzare e assorbire la terra in tutta la Palestina storica e oltre. È radicato nella visione sionista del dominio ebraico sulla cosiddetta "biblica Terra di Israele". Al contrario, il "Grande Israele" descrive il disegno imperiale di dominare la regione circostante attraverso delegati, leve economiche e strategie per la sicurezza.

Dove l'occupazione è costosa, Tel Aviv esercita la sua influenza. Attraverso accordi, destabilizzazione o coercizione, rimodella la sovranità dei suoi vicini. "Greater Israel" (Israele più grande)  divora la terra. Il “Grande Israele” neutralizza l'indipendenza. Insieme, sono un unico progetto.

La letteratura sionista rende chiaro questo piano. Ze'ev Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista, chiedeva la sovranità su tutta la Palestina mandataria e la Transgiordania – "Israele più grande su entrambe le sponde del fiume Giordano" – e rifiutò il compromesso con gli arabi. In The Iron Wall (1923), dichiarò che solo una forza ebraica inflessibile avrebbe potuto costringere gli arabi ad acconsentire:

"La colonizzazione sionista, anche la più limitata, deve essere terminata o portata avanti sfidando la volontà della popolazione nativa".

Il primo ministro dello stato di occupazione e leader sionista laburista, David Ben-Gurion, accettò pubblicamente un piano di spartizione nel 1937, ma in privato lo descrisse come "non la fine ma l'inizio". In una lettera a suo figlio, scrisse che uno stato ebraico su parte del territorio avrebbe rafforzato il progetto sionista e sarebbe servito come piattaforma per "redimere l'intero paese". In un incontro dell'esecutivo dell'Agenzia Ebraica nel giugno 1938, disse:

"Dopo la formazione di un grande esercito... aboliremo la spartizione e ci espanderemo in tutta la Palestina".

I primi leader sionisti non consideravano i confini come definitivi, ma come fasi. Durante le prime due decadi, Israele non aveva la forza militare nè il sostegno occidentale per espandersi oltre i confini del 1949. In un confronto diretto con gli stati arabi avrebbe rischiato la catastrofe. Invece, Tel Aviv ha promosso una dottrina più sottile, quella dell'infiltrazione periferica.

Attraverso la "dottrina dell’infiltrazione  periferica", Israele ha coltivato legami segreti con gli stati non arabi e le minoranze oppresse – l'Iran dell'era dello Scià, la Turchia, i gruppi curdi in Iraq e i separatisti cristiani in Sudan. Questa strategia ha seminato il caos tra i rivali arabi di Israele ma nello stesso tempo ha radicato l'influenza israeliana in angoli strategici dell'Asia occidentale e dell'Africa. Recente, lo stato di occupazione ha fatto aperture alle comunità druse nel sud della Siria, cercando di replicare questa strategia in un contesto di rinnovata instabilità.

Il corridoio per la colonizzazione

L'integrazione di Israele nel mondo arabo è ora più profonda che mai. Attraverso la normalizzazione, Tel Aviv ha trasformato ex nemici in partner dal punto di vista economico, diplomatico e militare. Mentre Egitto e Giordania hanno formalizzato per primi i legami attraverso Camp David e Wadi Araba, sono stati gli Accordi di Abramo ad aprire le porte ad una vera e propria ondata. Quello che è seguìto è stato  un diluvio di accordi tecnologici, trasferimenti di armi e partnership commerciali che collegavano lo stato occupante al Golfo Persico.

Nel 2023, il commercio di Israele con gli Emirati Arabi Uniti aveva raggiunto i 3 miliardi di dollari all'anno. Questa cifra è aumentata dell'11 per cento l'anno successivo, anche se Israele ha intrapreso il genocidio a Gaza. Il console generale israeliano Liron Zaslansky ha descritto le relazioni commerciali tra Abu Dhabi e Israele come "in crescita, tanto che abbiamo chiuso il 2024 a 3,24 miliardi di dollari, esclusi software e servizi".

Nel 2022, il Marocco ha acquistato sistemi di difesa aerea israeliani Barak MX per un valore di 500 milioni di dollari. Rabat ha anche collaborato con BlueBird, un'azienda israeliana di droni, per diventare il primo produttore di UAV (Unmanned Aerial Vehicle) in Asia occidentale e Nord Africa.

Questo ha creato un "corridoio di influenza" che garantisce a Tel Aviv l'accesso a nuovi mercati, rotte aeree e marittime e spazi di intelligence che si estendono da Casablanca a Khor Fakkan.

Sul terreno, la guerra continua

Mentre il commercio prospera, la colonizzazione accelera. Nel 2023, il governo ultranazionalista del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha approvato 12.855 case di coloni, un record per un periodo di sei mesi. Più di 700.000 coloni occupano ora la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Questa cifra è cresciuta di sette volte dall'inizio degli anni '90.

Nel maggio 2025, il ministro della Difesa Israel Katz ha confermato  l'approvazione del gabinetto per la costruzione di 22 nuovi insediamenti in Cisgiordania, inclusi diversi avamposti precedentemente non autorizzati. Katz ha inquadrato la mossa come necessaria per "rafforzare la nostra presa su Giudea e Samaria" e per "impedire la creazione di uno Stato palestinese".

Questi insediamenti non sono arbitrari. Sono collegati da bypass road riservate agli ebrei, fortificati dall'esercito di occupazione e strategicamente progettati per frammentare la Cisgiordania occupata in enclave palestinesi isolate. Si tratta di un'annessione de facto, definita da una serie di fatti irreversibili che eliminano  la base territoriale per qualsiasi futuro Stato palestinese, evitando al contempo le conseguenze  internazionali di un'annessione formale.

La "logica" dell'espansione si è estesa anche al di fuori della Palestina. In Siria, Tel Aviv occupa ora 250 chilometri quadrati tra Quneitra, Damasco Rurale e Deraa – territorio sequestrato durante il crollo del governo dell'ex presidente siriano Bashar al-Assad da terroristi affiliati ad al-Qaeda – Hayat Tahrir al-Sham (HTS) – che adesso detengono il potere a Damasco. HTS era sotto la guida dell'ex capo dell'ISIS Abu Mohammad al-Julani. Dopo aver cacciato Assad, Julani ha iniziato a usare il suo nome ufficiale, Ahmad al-Sharaa, ed è diventato il presidente de facto della Siria.

In Libano, le forze israeliane mantengono una presenza su circa 30-40 chilometri quadrati, tra cui le fattorie di Shebaa, le colline di Kfar Shuba e la metà settentrionale di Ghajar. Ulteriori avamposti e zone cuscinetto si estendono lungo la cosiddetta Linea Blu.

Occupazione rivisitata in chiave di marketing

L'espansione di Israele oggi non è più confinata ai bulldozer e ai soldati; ma è  mediata attraverso il commercio, la tecnologia e i trattati. Ma non fraintendete: la normalizzazione non ha sostituito l'occupazione. L’ha resa possibile e l’ha accelerata.

Ogni accordo con gli Emirati, ogni linea di droni marocchini, ogni stretta di mano con il  Bahrein alimenta la capacità di Tel Aviv di approfondire la sua presenza militare e giudaizzare più terre. Sono in corso piani per raddoppiare il numero di coloni sulle alture del Golan e per schierare unità corazzate lungo la zona demilitarizzata.

Gli effetti a catena stanno già destabilizzando la regione. L'Egitto ha iniziato a costruire un muro di cemento al confine con Gaza per prepararsi a sfollamenti di massa o ricadute militari. La Giordania affronta un pericolo esistenziale nella Valle del Giordano, dove l'espansione dei coloni sta spostando le comunità beduine e prosciugando le falde acquifere naturali. Siria e Libano rimangono intrappolati da posizioni israeliane fortificate, con entrambi i paesi che devono affrontare crescenti pressioni da parte di Washington per normalizzare le relazioni.

“Israele più grande” divora la terra araba. Il “Grande Israele” colonizza il processo decisionale arabo. Uno ingurgita confini. L'altro ingurgita sovranità.

Zionism without borders: Annexation and normalization as tools of Arab subjugation

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze