Foto: Mezzi pesanti dell'esercito israeliano demoliscono una casa nel campo profughi di Nur Shams, a est di Tulkarem, il 25 giugno 2025. (Foto: Mohammed Nasser/APA Images)
Israele ha annunciato l'intenzione di occupare un altro campo profughi in Cisgiordania, come già fatto a Jenin e Tulkarem. Una nuova incursione nel campo profughi di Qalandia chiarisce che la campagna israeliana non mira solo a porre fine alla resistenza palestinese, ma anche a colpire ciò che i campi rappresentano.
Di Qassam Muaddi – 11 agosto 2026 https://mondoweiss.net/2026/08/understanding-israels-campaign-to-destroy-palestinian-refugee-camps-in-the-west-bank/?ml_recipient=195597320439465423&ml_link=195597237161559124&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=2026-08-12&utm_campaign=Daily+Headlines+RSS+Automation+-+8am
I campi profughi palestinesi in Cisgiordania tornano al centro dell'attenzione dopo che l'esercito israeliano ha lanciato una nuova e prolungata incursione nel campo profughi di Qalandia, situato a nord di Gerusalemme e appena fuori Ramallah. Nella tarda serata di martedì 4 agosto, le forze israeliane sono entrate a Qalandia dopo aver isolato l'area, procedendo all'arresto di decine di palestinesi e conducendo interrogatori in loco; contemporaneamente, hanno distribuito volantini in cui minacciavano di arresto i palestinesi qualora avessero intrapreso azioni contro le forze israeliane.
Durante una precedente incursione a Qalandia, avvenuta nel mese di maggio, i soldati israeliani avevano intimato ai residenti di "fare i bagagli e andare in un paese europeo", evocando ripetutamente il nome di "Jenin" mentre si spostavano all'interno del campo. I residenti hanno interpretato il riferimento a Jenin come una minaccia diretta, alla luce della distruzione del campo profughi di Jenin, nel nord della Cisgiordania avvenuto durante la seconda Intifada. L'attuale incursione a Qalandia è avvenuta pochi giorni dopo che il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato di aver ordinato all'esercito di occupare "un altro" campo profughi in Cisgiordania, replicando l'occupazione di tre campi profughi nel nord della Cisgiordania avvenuta all'inizio del 2025. In quell'occasione, l'esercito israeliano aveva sfollato l'intera popolazione dei campi profughi di Tulkarem e Nur Shams (a Tulkarem) e di quello di Jenin (a Jenin), coinvolgendo almeno 40.000 persone. A queste persone non è mai stato consentito di tornare alle proprie abitazioni; esse rimangono tuttora sfollate e molte di loro continuano a subire una crisi umanitaria.
Nel corso delle operazioni di distruzione dei campi, le forze israeliane hanno raso al suolo ampie porzioni delle abitazioni dei residenti, aprendo larghe strade sterrate nel cuore del tessuto urbano con il pretesto di creare "vie sicure" per le proprie manovre. In realtà, tale iniziativa non rientra solo nei tentativi di Israele di "riprogettare" l'assetto urbanistico dei campi, ma mira a eliminarli completamente in quanto tali, trasformandoli in estensioni urbane delle città limitrofe e cancellando ciò che essi rappresentano.
A partire dal 2021, i campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati centri nevralgici per i gruppi di resistenza armata locale; tuttavia, una dura repressione israeliana contro tali gruppi ha portato allo svuotamento quasi totale dei campi.L'offensiva contro questi campi profughi comporta implicazioni che vanno ben oltre la repressione dei gruppi di resistenza palestinesi. La popolazione sfollata viveva in condizione di rifugiato da sette decenni e i campi hanno svolto un ruolo fondamentale nella storia della lotta palestinese, rivestendo un profondo valore simbolico sia per i palestinesi che per Israele. È proprio questo aspetto simbolico a rendere i campi profughi un bersaglio costante in tutta la Cisgiordania.
Decenni di resistenza Tutti e 19 i campi profughi palestinesi in Cisgiordania furono istituiti tra il 1948 e il 1950 per accogliere i palestinesi costretti ad abbandonare le proprie case — situate in quello che sarebbe poi diventato il territorio israeliano — durante la Nakba. L'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione (UNRWA) prese in affitto i terreni per la creazione dei campi stipulando contratti di 90 anni; ciò rese l'ONU il titolare legale dei diritti immobiliari sui campi, i quali non furono mai ampliati. Per le masse di profughi che avevano perso tutto, questi campi rappresentarono l'unica soluzione abitativa possibile, in un contesto segnato da condizioni di vita precarie, povertà e sovraffollamento, a cui si aggiungeva lo stigma sociale legato alla condizione di espropriati. Almeno dal 2017, le autorità israeliane premono per la chiusura dell'UNRWA, l'agenzia dell'ONU responsabile dei campi profughi palestinesi. Benjamin Netanyahu ha sostenuto che l'UNRWA perpetua il problema dei rifugiati palestinesi, prolungando il conflitto. Nel gennaio 2025, mentre Israele si preparava a invadere i campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, il governo ha ordinato all'agenzia ONU di lasciare le proprie sedi a Gerusalemme, dopo averne vietato la presenza nel Paese per legge.
Verso la fine degli anni '50, i primi gruppi di resistenza palestinese iniziarono a emergere nei primi campi profughi sparsi per il Medio Oriente. In Cisgiordania, la resistenza armata palestinese prese forma in seguito all'occupazione israeliana del 1967, concentrandosi proprio nei campi profughi.
A metà degli anni '70, nel campo di Jenin emerse uno dei gruppi più influenti della Cisgiordania: le "Pantere Nere" (Black Panthers), legate a Fatah; si trattava di un gruppo paramilitare che acquisì grande rilevanza durante la Prima Intifada del 1987. Fu nel campo profughi di Balata, nei pressi di Nablus, che la scintilla dell'Intifada si propagò dal campo di Jabalia, a Gaza, verso la Cisgiordania.Circa un decennio più tardi, durante la Seconda Intifada dei primi anni 2000, i campi profughi divennero roccaforti per le ali armate delle fazioni palestinesi; in particolare quelli di Balata e al-Ain a Nablus, il campo di Tulkarem e quello di Jenin. Quest'ultimo fu bersaglio di un assedio e di una campagna di bombardamenti israeliani durati dieci giorni nel 2002. Uno degli ultimi raid israeliani contro un campo palestinese durante l'epoca della Seconda Intifada fu quello condotto nel 2008 ad al-Ain, volto a colpire i combattenti palestinesi molto tempo dopo che l'Intifada si era conclusa nella maggior parte del resto della Cisgiordania.
Più che una roccaforte di combattenti Nel corso degli anni, la resistenza contro Israele è diventata un tratto distintivo dell'identità collettiva dei campi profughi, luoghi in cui palestinesi provenienti da contesti sociali diversi hanno dato vita a nuove comunità incentrate sull'esperienza della privazione e dell'emarginazione. Sebbene sia stata la resistenza di massa o quella dei gruppi armati a rendere celebri i campi profughi della Cisgiordania, è qualcos'altro a costituire il nucleo della loro identità e ad aver creato, in origine, le condizioni per una cultura della resistenza. Nel marzo dello scorso anno, Mondoweiss ha intervistato alcuni profughi palestinesi recentemente sfollati dalle loro abitazioni nel campo di Jenin. Halima, una donna sulla sessantina ospitata in una scuola trasformata in rifugio nella città di Jenin, ha illustrato i legami comunitari tra i residenti del campo mentre descriveva il momento in cui lo ha lasciato.
I campi profughi hanno dato forma a una nuova tipologia di comunità palestinese, in cui la questione della privazione subita dai palestinesi è posta al centro dell'identità collettiva; più nello specifico, si tratta della causa dei profughi palestinesi e della memoria della Nakba del 1948
«Non riuscivo a sopportare la vista della distruzione... Mi si spezza il cuore, perché ogni angolo del campo è casa mia e tutti i residenti sono come la mia famiglia», ha detto Halima. «Diverse famiglie, composte da più generazioni, vivevano nello stesso edificio; le porte delle nostre case erano sempre aperte le une alle altre. Se a qualcuno mancava un ingrediente per cucinare, una medicina o qualsiasi altra cosa, bastava andare nella casa accanto e chiedere ciò di cui si aveva bisogno. È semplicemente il nostro modo di vivere». «Sono cresciuta consapevole del fatto che la mia famiglia era stata sfollata da Haifa, e questa consapevolezza è un tratto condiviso della nostra identità di rifugiati», ha continuato Halima. «Ovunque andiamo, la portiamo con noi: provenire dal campo profughi di Jenin significa condividere la condizione di essere nati rifugiati con tutti gli altri abitanti del campo, e questo ci lega gli uni agli altri ovunque ci troviamo».
In un certo senso, i campi profughi hanno dato vita a una nuova forma di comunità palestinese, in cui la causa dell'espropriazione palestinese è al centro dell'identità collettiva. Più nello specifico, si tratta della causa dei rifugiati palestinesi e della memoria della Nakba del 1948. «Un campo profughi rappresenta la concentrazione dell'aspetto irrisolto della causa palestinese», ha dichiarato a Mondoweiss Abdul Rahim Al-Shaikh, docente di studi culturali presso l'Università di Birzeit. «I campi profughi sono sempre stati luoghi emarginati, esclusi dai servizi e caratterizzati da alti livelli di povertà. Ciò ha fatto sì che i campi fungessero costantemente da promemoria dell'espropriazione originaria del popolo palestinese, trasformandoli al contempo in roccaforti della resistenza».
È per questo che l'offensiva israeliana in Cisgiordania si concentra sui campi profughi, nel tentativo di annettere «decisamente» il territorio e sradicare qualsiasi forma di resistenza al suo interno. Non solo a causa dell'attività militante che i campi hanno generato per decenni, ma per ciò che rappresentano: la memoria viva della Nakba, le loro strutture sociali collettiviste, una coscienza plasmata dall'espropriazione e la cultura della resistenza che essi producono.
Qassam Muaddi è redattore per la sezione Palestina di Mondoweiss.
Trad. a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese