Il Gaza Board of Peace rappresenta l'ultimo tentativo delle potenze coloniali di utilizzare piani di "sviluppo" per gestire, frammentare ed espropriare i palestinesi. I palestinesi hanno combattuto tali piani in passato e continuano a farlo ancora oggi.
Di Saleh Abbas (1) – 8 agosto 2026, https://mondoweiss.net/2026/08/how-palestinians-have-resisted-weaponized-development-from-the-british-mandate-to-the-gaza-board-of-peace/
Il 15 gennaio 2026, il Gaza Board of Peace è stato imposto alla popolazione di Gaza sotto l'egida del presidente Trump, presentato come ricostruzione, amministrazione fiduciaria e pace. Tuttavia, questo piano va inteso più correttamente come l'ultimo restyling coloniale del progetto della Nakba. Le potenze coloniali hanno sistematicamente utilizzato strumenti economici e piani di "sviluppo" per gestire, frammentare ed espropriare i palestinesi. Di contro, i palestinesi hanno sempre opposto resistenza attraverso boicottaggi, mobilitazioni di massa, rifiuto politico e lotta armata. Esaminando quattro fasi chiave – i piani di sviluppo sotto il dominio britannico, la giudaizzazione sionista post-1948, l'era di Oslo e il Board of Peace a Gaza – appare evidente che le attuali proposte di ricostruzione e amministrazione fiduciaria costituiscono solo l'ultimo capitolo di una lunga e sinistra storia di accordi legati alla Nakba, che svendono la terra e la sovranità palestinesi presentandoli sotto la veste di della prosperità economica e dello sviluppo.
L'elettrificazione della "Palestina" Nel 1921, durante l'occupazione britannica in regime di Mandato in Palestina, le autorità britanniche incaricarono Pinhas Rutenberg di fondare la Palestine Electric Company (PEC). In apparenza, ciò rappresentava un progresso tecnologico fondamentale e un salto infrastrutturale destinato a fornire elettricità all'intera Palestina e a traghettare il paese verso la modernità.
Tuttavia, i britannici concessero i diritti legali per l'elettrificazione dell'intera Palestina mandataria a una sola persona: Rutenberg, ingegnere ebreo russo immigrato e sionista. Il risultato fu un'espansione dell'elettrificazione volta ad arricchire gli insediamenti ebraici e ad alimentare ambizioni che, già a metà degli anni Venti, si tradussero in una sorta di "annessione elettrica" della Palestina. A quell'epoca, la rete elettrica della PEC si stava diffondendo rapidamente, servendo gli insediamenti ebraici di Giaffa, Haifa e Tiberiade, ma escludendo le località palestinesi di quelle stesse aree e le principali città palestinesi, come Nablus. Alla base dello sviluppo di tali progetti vi era la profonda convergenza tra le ambizioni coloniali britanniche e la crescente ambizione dei coloni. Ne scaturì l'assegnazione di numerosi contratti di sviluppo ai coloni sionisti, a scapito dell'esclusione sistematica dei palestinesi. Tale assetto non si limitava all'affidamento di un servizio pubblico: concentrava il potere infrastrutturale nelle mani dei sionisti, precludendo al contempo ai palestinesi qualsiasi controllo su un servizio vitale di pubblica utilità. Di conseguenza, i palestinesi opposero resistenza. Si opposero all'espansione del piano di elettrificazione sionista, agevolato dagli inglesi. Fin dall'inizio, i palestinesi rifiutarono il monopolio ebraico sull'elettricità, ma le autorità del Mandato britannico ignorarono le loro istanze. Tale rifiuto spinse i palestinesi a proclamare il boicottaggio del piano Rutenberg durante il Quinto Congresso Nazionale Palestinese, tenutosi a Nablus nel 1922. Ne seguì una costante escalation di strategie e tattiche di opposizione al progetto Rutenberg, in continua espansione. La tensione politica crebbe di pari passo con l'espansione della PEC; in molte città palestinesi scoppiarono manifestazioni e in tutto il territorio risuonava lo slogan: "I pali di Rutenberg sono le nostre forche" (*A‘midat Rutenberg mashaniquna*). Questa lucida consapevolezza del progetto coloniale nemico, unita a un vicolo cieco delle trattative — dato che Rutenberg e gli inglesi si rifiutavano di concedere qualsiasi forma di "partnership" ai palestinesi — creò il terreno fertile per la nascita di operazioni di sabotaggio. Tali operazioni riscossero grande successo nei primi anni, causando interruzioni di corrente su vasta scala. Una nuova ondata di azioni più intense fu condotta durante la Rivolta Araba; tuttavia, a quel punto, la rete Rutenberg — ormai estesa — si era dimostrata più resistente ai blackout, grazie alla forte tutela fornita dalle autorità britanniche per la protezione e il supporto logistico. Non sorprese, dunque, vedere lo stesso ente coloniale che aveva originariamente trasferito i diritti alla PEC tornare in campo per proteggerla dai tentativi palestinesi di estirpare quel "tumore elettrico". Winston Churchill si vantò di aver assegnato la concessione elettrica a una società ebraica, sostenendo che "gli arabi in Palestina non avrebbero intrapreso passi concreti verso l'irrigazione e l'elettrificazione del Paese, nemmeno nel giro di mille anni".
Durante l'espansione della PEC, i palestinesi compresero la natura sinistra di questo progetto di sviluppo. Il progetto era semplice: installare una rete elettrica in Palestina per alimentare l'ospite straniero. Negli anni Quaranta, il 90% dell'elettricità era consumato dagli insediamenti ebraici. Agli occhi di molti palestinesi, i pali e i cavi piantati da Rutenberg – e protetti dai britannici – non erano altro che forche pronte a soffocare loro e la loro terra; forche a cui opposero una resistenza lucida e consapevole. «Gruppi colonialisti giunsero in Palestina non per vivere in pace o per integrarsi con il popolo palestinese, bensì per impadronirsi della terra e delle sue risorse ed espellere madri e padri dalle loro terre, nell'ottica di controllare le risorse della regione araba.» [George Habash (The Youth Will Build Our Future, 1979; Bollettino del PFLP n. 31)]
La giudaizzazione della Palestina Se l'elettrificazione degli insediamenti in Palestina spianò la strada all'espulsione di massa del 1948, i progetti di sviluppo giuridico ed economico sionisti degli anni Cinquanta e Sessanta sfruttarono rapidamente la catastrofe coloniale. Pochi anni dopo la Nakba, lo «sviluppo» sionista in Palestina fu sancito da una serie di leggi che privavano i palestinesi dei loro diritti, assegnando ai coloni ebrei il controllo di tali risorse. Il processo culminò con l'istituzione della Development Authority (Autorità per lo Sviluppo) nel 1950, che trasferì la proprietà delle terre palestinesi sottratte all'entità sionista. Il risultato fu il furto su vasta scala di un milione di dunam (circa il 16,6% dell'intera superficie della Palestina), trasferiti a proprietari ebrei e a istituzioni come il Fondo Nazionale Ebraico (Jewish National Fund).
Un primo progetto sionista delinea l’architettura della Nakba. Sotto l'insegna dello "Sviluppo della Galilea", nuove ondate di insediamenti tra gli anni '60 e '70 iniziarono a radicarsi nella Palestina nord-orientale, affiancate da una cintura in espansione di postazioni di sicurezza e sorveglianza. Il progetto di sviluppo della Galilea inghiottì decine di migliaia di *dunam* di terra palestinese e costrinse i palestinesi a vivere in isole isolate e sorvegliate. Questa metastasi serviva a proteggere gli insediamenti dai tentativi di resistenza palestinese e a monitorare la crescita della popolazione palestinese. Tale politica raggiunse il suo apice nel 1976, quando ulteriori espropriazioni colpirono oltre 20.000 *dunam* nelle aree di Deir Hanna, Arraba, Sakhneen e Nazareth (Al Nasra).
La resistenza palestinese coordinata contro questo furto è ciò che è passato alla storia come "Giornata della Terra" (30 marzo 1976, *Land Day*, 7 palestinesi uccisi dall’esercito israeliano, NdR). La Giornata della Terra fu significativa non solo per la partecipazione collettiva sotto forma di sciopero popolare, ma anche per le azioni di solidarietà che ne scaturirono in Cisgiordania, a Gaza e nei campi profughi in Libano.
Vale la pena notare che la Giornata della Terra non nacque nel vuoto. Già all'inizio degli anni '50 era evidente che la resistenza a questi progetti era plasmata dal tempo, dallo spazio e dalle condizioni materiali imposte dalla Nakba. A Gaza, i profughi palestinesi attraversavano la linea dell'armistizio per rivendicare le proprie terre. Col tempo, queste azioni si intensificarono e la resistenza armata divenne uno strumento per opporsi alla pulizia etnica. Nello stesso tempo, i palestinesi che vivevano nei territori appena occupati dovettero individuare nella sede legale il proprio terreno di lotta. Nel 1952, dovettero far fronte ai requisiti arbitrari in materia di cittadinanza e residenza imposti dalla nuova autorità occupante, che minacciavano di ridurre decine di migliaia di palestinesi allo stato di apolidi. In risposta, i palestinesi (insieme ad attivisti ebrei di sinistra) presenti nella Palestina occupata si appellarono invano alla Knesset e si rivolsero quindi al sostegno popolare locale. I leader incontrarono le comunità colpite e organizzarono proteste che culminarono in uno sciopero generale nel giorno in cui la legge fu promulgata.(2)
In sintesi, negli anni successivi alla Nakba, i tentativi di resistenza contro lo sviluppo coloniale furono caratterizzati da ondate di mobilitazione brusche, intense e reattive, scaturite dall'acuirsi della catastrofe. Tali iniziative erano spesso prive di organizzazione. La Giornata della Terra (Land Day) deve la sua esistenza a un rifiuto di cedere le proprie terre in nome del miraggio dello "sviluppo della Galilea". È attraverso riunioni organizzate nei villaggi, manifestazioni, sit-in e la creazione di comitati locali per la difesa della terra che si è formata quell'identità e che il nemico è stato chiaramente identificato. In quest'ottica, la Giornata della Terra si colloca nel solco della resistenza popolare palestinese, caratterizzata dalla formazione di comitati nazionali volti a mobilitare l'identità e gli obiettivi comuni contro l'occupante.
Lo sviluppo sotto occupazione: il miraggio delle zone industriali di Oslo Gli accordi di Oslo rappresentarono un tentativo di realizzare l'impossibile: costruire il sogno di uno Stato su fondamenta già in via di collasso sotto la morsa di un'occupazione sionista in costante espansione. Tale contraddizione emerse chiaramente su più fronti: in modo evidente nel coordinamento della sicurezza, ma anche nella dipendenza dell’economica e dello sviluppo dall'occupante. Lo sviluppo divenne lo strumento attraverso cui l'Autorità Palestinese (AP) istituzionalizzava le dinamiche sottostanti al suo progetto di normalizzazione statuale, legando indissolubilmente il proprio futuro economico e di sviluppo a quello di Israele. Ciò è particolarmente evidente nel modo in cui i progetti per le zone industriali in Cisgiordania venivano propagandati come la via maestra verso la pace economica e lo sviluppo di uno Stato palestinese.
Il progetto della zona industriale di Jenin era una delle numerose iniziative industriali concepite come corridoi economici di libero scambio, destinati a incrementare l'occupazione e ad attrarre investimenti nello Stato palestinese. La documentazione ufficiale presentava il progetto come un mezzo per garantire un contesto formale e prevedibile, atto a favorire joint venture tra imprese israeliane e palestinesi. Tuttavia, all'interno dell'accordo erano celati piani precisi per consolidare i legami con l'economia sionista e concedere privilegi agli sviluppatori stranieri, erodendo di fatto la capacità di autodeterminazione palestinese.
Un'indagine legale condotta da Adalah e dal Bisan Center ha rivelato che, sebbene la zona industriale di Jenin fosse sotto la piena autorità dell'AP, le condizioni della concessione privavano quest'ultima del diritto di rifiutare gli affittuari (diritto riservato esclusivamente al coordinatore) e creavano la possibilità concreta che gli spazi in affitto venissero assegnati a "coloni, aziende operanti negli insediamenti o imprese israeliane".
Un'altra concessione consentiva esplicitamente al project manager di instaurare relazioni con gli "israeliani" per promuovere la zona, tracciando un percorso chiaro affinché l'occupante ne traesse vantaggio. La zona industriale di Jenin non è sorta su terreni incolti, bensì su terreni agricoli palestinesi nella piana di Marj Ibn Amer, aree già oggetto di espropriazione a seguito delle appropriazioni di terra da parte dei coloni. Di conseguenza, quando l'Autorità Palestinese impone di creuna zona industriale orientata all'esportazione e costruita su questi terreni, appare evidente che si tratta di un attacco alla terra agricola e all'autosufficienza dei palestinesi. Questo è il primo aspetto dell'attacco: quello diretto alla terra stessa, attraverso la riclassificazione urbanistica, l'espropriazione e l'erosione dell'autosufficienza agricola.
Il secondo aspetto è di natura economica. Si configura così un attacco su due fronti (da parte dell'occupazione sionista e del suo fantoccio amministrativo): contro la terra stessa – tramite riclassificazione, espropriazione ed erosione dell'autosufficienza agricola – e contro l'economia, attraverso la riorganizzazione della produzione palestinese attorno a un sistema che dipende dalle disponibilità dell'occupante, dall'accesso al suo mercato e dalla vicinanza ai suoi centri economici, come Haifa. Man mano che questi progetti si consolidavano, è emerso chiaramente che una loro funzione inevitabile era quella di privare i palestinesi dell'autodeterminazione sulla propria terra, vincolandola all'occupante.
La resistenza a tali iniziative ha assunto molteplici forme. È stata frenata, da un lato, dalle speranze di sviluppo legate al sogno di costruire uno Stato e, dall'altro – in modo più concreto – dal fatto di scontrarsi con gli interessi sia dell'occupante che dell’Autorità Palestinese, che questo modello di sviluppo metteva in opera. È per questo che la resistenza è apparsa spesso frammentata: agricoltori e proprietari terrieri hanno intrapreso azioni legali, ricercatori e giuristi hanno denunciato i lati occulti degli accordi di concessione e i comitati nazionali palestinesi hanno criticato i tentativi di normalizzazione. In una dichiarazione del 2008, il Comitato di Coordinamento Distrettuale e il Comitato Nazionale Supremo per la Commemorazione della Nakba hanno chiaramente identificato i progetti industriali proposti come basi per una palese normalizzazione con l'entità sionista. Il documento concludeva affermando che ogni ulteriore passo doveva fondarsi sull'autodeterminazione palestinese, "...per rafforzare la tenacia del popolo palestinese e compiere un passo verso la liberazione dalla dipendenza dall'occupazione e dalla sua economia"
Invece di sostenere il rifiuto palestinese di tali progetti, l'Autorità Palestinese si è posta come un guardiano contro la resistenza a queste iniziative di sviluppo. Ne è emersa un'opera di contenimento e gestione della resistenza palestinese da parte dell'apparato statale – il quale prometteva un miraggio di costruzione statale attraverso lo sviluppo a fianco dell'occupante – un apparato che, anziché operare per la liberazione, ha favorito l'espropriazione a vantaggio del padrone sionista.
La rielaborazione imperiale di Gaza: il Consiglio per il Genocidio Il "Consiglio per la Pace" di Gaza rappresenta il tentativo dell'impero di insediarsi al potere dopo una campagna genocida volta a sradicare i palestinesi con ogni mezzo brutale possibile. Per comprendere questa rielaborazione coloniale di Gaza, occorre analizzare l'architettura sistematicamente edificata nel corso del genocidio stesso. È ormai evidente che tale architettura del genocidio, oltre a causare uccisioni e mutilazioni di massa, perseguiva un altro obiettivo: individuare e distruggere sistematicamente i sistemi che rendono possibile il *sumud* (la resilienza) di Gaza – un popolo che ha affrontato oltre un decennio di occupazione e assedio rimanendo una spina nel fianco dell'occupante. È qui che assistiamo alla devastazione su vasta scala di terreni agricoli, impianti di depurazione dell'acqua, mercati locali, dispense alimentari comunitarie, infrastrutture municipali, strade, ospedali, moschee, scuole, università e di quegli universi sociali e comunitari quotidiani attraverso i quali i palestinesi di Gaza sostengono la propria vita e restano radicati alla terra. Si trattava del piano sionista-imperiale per decimare ogni base della produzione collettiva e imporre una condizione di iper-dipendenza da ciò che sarebbe seguito alle macerie: aiuti esterni e infrastrutture di sviluppo. Infrastrutture per gli aiuti che potevano essere razionate, negate, dirottate e trasformate in armi da un momento all'altro, nell'ambito di un regime di punizione collettiva volto a raggiungere obiettivi politici che l'occupante non avrebbe potuto imporre altrimenti. Questo era il piano strategico dell'occupante attuato tramite l'architettura del genocidio: creare un vuoto talmente privo di vita da permettere che il semplice ripristino di un frammento di esistenza venisse poi usato come strumento di manipolazione, ricatto ed esca nei confronti di un popolo ridotto alla disperazione. Ciò che è emerso dopo questo vuoto non è stato né un cessate il fuoco né un sollievo, bensì il seguito amministrativo del genocidio. Il "Consiglio per la Pace" non fa altro che riproporre, sotto nuove spoglie, la distruzione delle basi materiali della vita palestinese a Gaza, seguita dalla gestione condizionata di ciò a cui viene concesso di ritornare. Tale logica era già evidente nel progetto della fame e nei "corridoi della morte" della *Gaza Humanitarian Foundation* (GHF), ideata dalla Boston Consulting Group. La creazione della carestia, la distruzione delle capacità locali e la concentrazione di ciò che restava dell'accesso al cibo in punti di passaggio obbligati gestiti dall'esterno hanno svelato la funzione politica degli aiuti in un contesto di genocidio. Ciò che veniva presentato come soccorso fungeva in realtà da strumento di punizione, contenimento e controllo. La GHF ha dimostrato, nei fatti, come una popolazione ridotta alla disperazione potesse essere costretta a dipendere da canali di sopravvivenza amministrati da attori stranieri, rendendola vulnerabile a manipolazioni, estorsioni e trappole. In tal senso, il *Board of Peace* formalizza, sul piano dell'amministrazione politica, quanto la GHF aveva già sperimentato attraverso la gestione della fame e degli aiuti. Osservando la questione da questa prospettiva, cade il velo che avvolge il *Board of Peace*, rivelandolo come un tentativo di punire la culla popolare della resistenza e di imporre un prezzo altissimo alla lotta per la liberazione. Tale prezzo continua ad aggravarsi per il popolo palestinese attraverso la fame, la distruzione, lo sfollamento e il tentativo di trasformare la sopravvivenza stessa in una merce di scambio negoziale. La scommessa sinistra dei fautori del genocidio all'interno del *Board* è che un popolo stremato dal genocidio possa essere costretto ad accettare un piano di ricostruzione — un vero e proprio cavallo di Troia — che cela una diversa forma di occupazione controllata. Tuttavia, anche questo rivela l'ultima ferita inferta dal popolo di Gaza al corpo dell'impero: la crisi crescente che investe l'entità sionista e i suoi sponsor imperiali del genocidio. L'intero piano nasce dal loro fallimento nel prendere il controllo di Gaza attraverso livelli massicci di violenza. È per questo che la fattibilità del Consiglio è stata ripetutamente discussa in relazione al disarmo, agli accordi di sicurezza esterna e alla lotta irrisolta su chi controllerà il "giorno dopo" a Gaza; il piano, infatti, non è espressione di un controllo già acquisito, bensì un tentativo di recupero forzoso in assenza di tale controllo. In ultima analisi, Gaza si è rifiutata di consegnare il proprio futuro all'occupante, ai tutori imperiali o alle fantasie degli investitori. Gaza ha risposto ai tentativi di genocidio con un "no" sonoro e doloroso. La popolazione di Gaza e il popolo palestinese, ovunque si trovassero, hanno respinto questi piani in ogni loro fase. Hanno rifiutato l'architettura della fame. Hanno rifiutato i "corridoi della morte" del GHF. Hanno rifiutato la retorica della tutela – araba o non araba – e l'illusione che Gaza potesse essere ricostruita senza la sua gente e senza l'autodeterminazione. Questo rifiuto è emerso innanzitutto dalla Palestina stessa: nelle dichiarazioni ufficiali delle fazioni della resistenza palestinese, negli slogan popolari, nelle denunce della società civile e nei ripetuti rifiuti di assetti imposti dall'esterno. È emerso anche attraverso le organizzazioni sociali locali e le famiglie di Gaza, a fronte di ripetuti tentativi di esercitare pressioni, aggirare le resistenze o imporre con la forza forme di governance collaborazioniste o gradite ai donatori. Di conseguenza, sono stati documentati casi in cui intere famiglie sono state bombardate dopo essersi rifiutate di collaborare a piani che prevedevano il coinvolgimento di milizie sostenute da Israele; ciò ha evidenziato come si trattasse di chiari tentativi di creare artificialmente una base sociale alternativa in un contesto di genocidio.
Il rifiuto è esploso anche nelle piazze delle proteste internazionali ed è emerso dagli incontri della diaspora palestinese, come la Conferenza Popolare per la Palestina tenutasi a Detroit nell'agosto 2025. La conferenza si è esplicitamente incentrata sull'attuale situazione politica a Gaza e sulla liberazione della Palestina. Altri incontri e reti della diaspora, operanti dalla Turchia e altrove – tra cui la Conferenza Popolare per i Palestinesi all'Estero – hanno pubblicamente denunciato, nel gennaio 2026, il "Board of Peace" (Consiglio per la Pace) statunitense e le sanzioni ad esso collegate. Il filo conduttore di questi rifiuti è stato chiaro: Gaza non accetterà di essere amministrata fino alla sottomissione, né sarà ricostruita a prezzo della soppressione della volontà politica palestinese. In ultima analisi, Gaza si è rifiutata di consegnare il proprio futuro all'occupante, agli amministratori fiduciari imperiali o alle fantasie degli investitori. E continua a resistere a tali tentativi attraverso la tenace ricostruzione della vita stessa: famiglie che ricostruiscono rifugi con fango e macerie, dato che i materiali edili rimangono bloccati, e sforzi locali di ricostruzione che riutilizzano le macerie in condizioni di assedio e scarsità. Sono esempi di *sumud* (ferma resistenza) sotto assedio. Questo momento richiede di sintetizzare ciò che la storia ci ha già insegnato sulla sottomissione del nostro popolo e della nostra terra al dominio sionista-imperiale. Richiede inoltre di trasformare queste esperienze in lezioni concrete, traducendole in strategie politiche, strutturali e organizzative per affrontare le minacce che incombono sul nostro popolo. Esige una chiara comprensione del nemico, un netto rifiuto di uno sviluppo avulso dalla liberazione e un concreto radicamento materiale nel sostenere la fermezza del nostro popolo nel ricostruirsi e nel sostenersi lungo il cammino verso la liberazione. Questo momento richiede una rivalutazione lucida e rinnovata di come sviluppare un'economia e un contesto di *sumud* capaci di resistere all'occupazione e alle logiche estorsive legate allo sviluppo. E, soprattutto, richiede una visione palestinese unitaria, capace di fronteggiare ogni aggressione coloniale che si presenti celata dietro la retorica della pace, dello sviluppo e degli aiuti. Gaza non è estranea allo schema storico delineato in questo articolo: essa rivela le ambizioni coloniali nella loro forma più brutale e concentrata. Dall'elettrificazione alla giudaizzazione, dall'industrializzazione degli accordi di Oslo fino al GHF e al "Board of Peace", i temi della conquista attraverso lo sviluppo rimangono immutati. Il potere coloniale distrugge o si appropria delle basi materiali della vita palestinese, per poi ripresentarsi offrendo uno sviluppo controllato o la sopravvivenza in cambio della capitolazione. Queste lezioni – e la loro stratificazione – devono fornirci una comprensione lucida del nostro compito, così come è stato per le generazioni di palestinesi impegnati nella resistenza: la liberazione è la precondizione, e non il sottoprodotto, di qualsiasi reale processo di costruzione nazionale o di sviluppo in Palestina.
(2) La Legge sulla cittadinanza del 1952 (Nationality Law, 5712-1952) è la . Insieme alla Legge del Ritorno del 1950, definisce lo status giuridico dei cittadini in Israele.
Modi di acquisizione La legge stabilisce che la cittadinanza si ottiene attraverso specifici canali:
- Per ritorno: Chi possiede il diritto in base alla Legge del Ritorno ottiene automaticamente la cittadinanza israeliana se fa il suo ingresso nel Paese con l'intenzione di risiedervi.
- Per nascita: Si acquisisce se almeno uno dei genitori è cittadino israeliano al momento della nascita del figlio.
- Per residenza: Riguarda i residenti originari presenti sul territorio prima della fondazione dello Stato che rispondevano a specifici requisiti di permanenza.
- Per naturalizzazione: Concessa dal Ministro dell'Interno a chi soddisfa requisiti come la residenza continuativa nel Paese, la conoscenza della lingua e la rinuncia a una precedente cittadinanza.
Perdita e revoca
- La cittadinanza può essere rinunciata volontariamente tramite dichiarazione formale approvata dalle autorità.
- Può essere revocata in casi particolari, come frode o grave violazione della fedeltà allo Stato di Israele (modifiche introdotte da emendamenti successivi).
(1) Saleh Abbas è scrittore, ricercatore e attivista palestinese, e anche insegnante di dabke.
Trad. a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese