da Khan Younis, di Fidaa Mohammad Abdel Jawad, 13 agosto 2026 – https://english.pnn.ps/news/48234
Dopo ore sotto un sole cocente e all'approssimarsi del tramonto, un gruppo di donne si introduce silenziosamente in una tenda coperta da un telone bianco, con un lembo di stoffa logora a fare da ingresso. E’ uno spazio piccolo ma riservato dove possono condividere i frammenti delle loro emozioni, celate sotto vesti ampie che nascondono le tragedie delle loro vite. La tenda è ora un rifugio sicuro, un riparo dall'aridità emotiva impressa sui loro volti, consentendo loro di dare voce a confessioni audaci, spesso considerate tabù nella società. Attorno a loro aleggia un'aura di resilienza e fermezza, eppure nella realtà sono ben lontane da tutto ciò: tutt'altro che le figure dalla volontà d'acciaio che sembrano essere.
Al centro della tenda siede la Layla, la cousellor, circondata da cinque donne disposte a semicerchio, quasi a formare un caldo abbraccio attorno alle loro storie. Cerca di sciogliere, anche solo in parte, i pesi che gravavano sulle sue ospiti all'interno di quella tenda, uno spazio che si è fatto abbastanza grande da accogliere il rumore delle loro vite, il tremito delle loro voci ed emozioni che cercano disperatamente qualcuno disposto ad ascoltare. Mentre giungono alle mie orecchie sospiri repressi – carichi di anni di amarezza e dolore vissuti da quelle donne – ascolto i loro racconti.
Layla guarda le donne attorno a sé come se comprendesse il peso che ciascuna di loro porta dentro. «Ciò che sta fuori dalla tenda conta poco; ciò che conta è quello che provate in questo momento», dice. A poco a poco, la tensione si dissolve e le loro storie si intrecciano in una narrazione condivisa. Una donna parla del suo corpo estraneo e del suo specchio infranto.
Hanan si volta leggermente, con le spalle gravate da un peso invisibile. Si sfiora delicatamente le guance, come cercando ciò che resta dei suoi lineamenti, prima di parlare con voce tremante, addolcita da un lieve sorriso che non le arriva agli occhi. Ormai sulla quarantina, con il viso pallido e il corpo appesantito — così diverso da com'era prima della guerra — descrive ciò che resta di lei, una donna interiormente a pezzi. «Ho rotto lo specchio prima che potesse infrangere la poca bellezza che conservavo ancora nella mente», disse. «Ho paura di vedere il mio viso. Ogni volta che mi guardo, mi sento soffocare: macchie scure, arrossamenti, un corpo gonfio. Non riesco più a sopportare la stanchezza sotto gli occhi o le rughe scavate dal passare dei giorni. Tutto è cambiato: mancanza di risorse, umore instabile, dolore accumulato e la fatica della vita quotidiana. Nulla è più come un tempo.»Sospira profondamente, sfregandosi le mani come per cercare di alleviare la pressione psicologica. «Mi sento scossa nel profondo. Mio marito non mi guarda più. Passa tutto il giorno fuori dalla tenda e sento la mia sicurezza crollare.»
Lo specchio infranto di Hanan non è l'unica manifestazione di scoramento. Nell'angolo opposto della tenda , Sumaya sta combattendo una battaglia diversa: quella per la privacy perduta. E’ una giovane donna sulla ventina, dai lineamenti delicati; la sua voce si riduce quasi a un sussurro, come se temesse che possa lacerare il tessuto logoro della tenda. Si stringe addosso la veste, come per creare un'ulteriore barriera a protezione della propria intimità.
Rivolgendosi a Layla con gli occhi spalancati e colmi di ansia dice: «Ho perso l’interesse per la vita dopo un matrimonio che non è mai veramente iniziato. La tenda, con il suo tessuto fragile, ha distrutto la riservatezza dell'intimità con mio marito. La gente ascolta; la sacralità dello spazio viene violata. Lo sfollamento ci ha privato del nostro unico luogo sicuro, soffocando il mio matrimonio sul nascere. Ciò che resta è solo un cuore spezzato e una vita la cui passione è svanita prima ancora di cominciare». Le sue parole colpiscono come un fulmine. Prosegue: «La privacy è svanita. Non c'è barriera tra me e i vicini. Il luogo è affollato di sfollati; i bambini giocano intorno a noi giorno e notte. Non posso vivere liberamente la mia vita coniugale. Anche quando ci proviamo, illudendoci di avere un po' di intimità, tutto diventa meccanico — privo di anima — fatto di parole sussurrate ed emozioni spente dalla paura e dalla vergogna». Si volta e aggiunge: «Se avessi saputo che la guerra mi avrebbe distrutta dentro e rovinato la vita con mio marito, non mi sarei sposata ora. Sarei rimasta con la mia famiglia».
Un'altra donna aggiunge: «Il nostro diritto all'intimità è stato violato. Le nostre relazioni si sono ridotte a una sorta di "meccanismo" di pura sopravvivenza. Alcune donne rifiutano l'intimità per paura di bombardamenti improvvisi e a causa del trauma costante. La guerra ci ha rubato persino i momenti di gioia più semplici, quelli capaci di dare sollievo al corpo e alla mente».
Mentre il cerchio dei racconti si allarga, ogni donna svela il proprio fardello. Per molte, quell'incontro rappresenta l'unica valvola di sfogo e un rifugio sicuro. Najat, una donna sulla cinquantina, resta immersa nel silenzio, come se stesse nuotando controcorrente. Stringe forte un cuscino, con la guancia premuta contro la stoffa fredda e lo sguardo perso in un angolo buio. A tratti i suoi occhi si riempiono di lacrime trattenute; in altri momenti, riesce a reprimerle. Quando alla fine parla, rivela la stanchezza della maternità e una gelosia silenziosa, condivisa da molte donne intorno a lei. «Sono mentalmente esausta. Sono stanca di tacere. Non voglio essere fraintesa, ma sono stanca di nascondere la gelosia che provo verso i miei figli. Tutte le attenzioni sono per loro. A nessuno importa di me: nessuno mi consola, mi abbraccia o mi dice nemmeno grazie». Fa una pausa, poi aggiunge a bassa voce: «Mi sento un’orfana». Con quelle parole, lascia uscire anni di dolore represso.
In contrasto con il tumulto emotivo che riempie la tenda, il silenzio di Faten è pesante, come la calma che precede un’esplosione. Tiene lo sguardo fisso a terra, le dita che giocherellano nervosamente con la stuoia sotto di lei. Piccoli movimenti rapidi rivelano il tormento interiore. Parla a bassa voce, come se le parole scaturissero dal profondo della sua anima.Vicino ai quarant’anni, appare quasi priva di vita; il suo volto riflette un fuoco interiore ormai spento. Rompendo il silenzio, dice, citando una frase letta tempo prima: «Il silenzio è un cancro mortale: distrugge l’anima prima del corpo». Il dolore si legge nei suoi lineamenti mentre parla: «Sono diventata compagna del sonno. Ho perso la passione per la vita. La pigrizia mi divora». Aggiunge: «Desidero la morte o una fine serena. Sono costantemente esausta e non ho voglia di svegliarmi. Mio marito è malato e prostrato dal dolore, e devo farmi carico da sola dei pesi della vita e della guerra insieme ai miei figli. Sono costretta a recitare la parte dell’eroina, così fuggo nel sonno, allontanandomi dal frastuono della vita. Sto crollando a poco a poco: sotto il peso della cura dei figli, della casa, della guerra e dei continui sfollamenti». Conclude dicendo di non essere forte, ma solo esausta.
Queste storie rappresentano solo una parte delle voci di cinque donne, eppure rispecchiano le esperienze di migliaia di altre a Gaza che non hanno l’opportunità di partecipare a incontri simili, oppresse da una guerra che ha lasciato cicatrici in ogni aspetto della loro esistenza.L’incontro non finisce lì. Una cosa è ciò che viene detto ad alta voce; un’altra, ciò che resta inespresso nei loro cuori. Le storie raccontate all'interno della tenda vanno oltre il dolore personale, intrecciandosi con il caos del campo profughi circostante. Umm Yamen parla di un altro fronte di sofferenza: i conflitti interni ai campi, che non lasciano spazio alla sfera privata e coinvolgono intere comunità.
Dissidi tra vicini, pettegolezzi e una tensione costante le hanno causato gravi problemi familiari. I bambini litigano, le donne si scontrano in tende sovraffollate e la privacy viene continuamente violata. Nonostante la sua forza, Umm Yamen racconta che il marito spesso ignora queste problematiche, lasciandola sola ad affrontarle. "La mia vicina mi spia. Ogni parola che rivolgo a mio marito viene ascoltata e riferita ad altri, scatenando conflitti infiniti. Un giorno i bambini hanno litigato e ci sono state rivolte accuse e insulti. Eppure, mio marito non ha fatto nulla. È una profonda ingiustizia: nessuno mi ha difesa".
Condizioni simili colpiscono molte famiglie la cui stabilità è stata infranta dalla guerra. Spesso sono le donne a pagarne le conseguenze, prive di sostegno, mentre le tensioni tra vicini rimangono irrisolte.
Dopo un'ora e mezza di questo incontro riservato, le cinque donne escono dalla tenda con l'animo un po' più leggero. Le crisi non si risolvono in un solo incontro, né le parole da sole possono scioglierle, ma qualcosa è cambiato. I volti, che all'ingresso erano segnati da paura e tensione, apparivano più sereni all'uscita, come se avessero finalmente trovato lo spazio per respirare. In quel piccolo cerchio, ogni donna aveva lasciato emergere qualcosa di nascosto dentro di sé, scoprendo che le proprie emozioni — per quanto difficili — non erano segno di debolezza, bensì una risposta umana a ciò che avevano vissuto. L'incontro si era trasformato in un breve rifugio nel bel mezzo di una guerra incessante.
Layla chiude il suo taccuino con un sorriso accennato. Non tutto finisce e la guarigione non è immediata; è un lungo cammino che a volte inizia con un semplice passo. Conclude dicendo: "Il fatto che una donna possa sedersi accanto ad altre come lei e trovare, per la prima volta, un luogo sicuro dove esprimere ciò che non riusciva nemmeno a dire a se stessa, è un aspetto a cui dobbiamo prestare grande attenzione se vogliamo sostenere davvero le donne di Gaza"

Trad. a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese