La crisi idrica in Israele non può essere separata dal genocidio di Gaza

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Islam Elhabil Electronic Intifada  22 ottobre 2026

Israele ha causato una crisi delle acque reflue a Gaza.

Alla fine di agosto 2026, Israele si è trovato ad affrontare una crisi insolita che ha colpito uno dei pilastri più importanti della sua sicurezza idrica. Una fitta fioritura algale e una torbidità eccezionalmente alta nel Mar Mediterraneo hanno costretto alla chiusura o alla riduzione dell’attività di cinque dei sei principali impianti di desalinizzazione del paese.

Durante la crisi, le autorità israeliane hanno aumentato il prelievo dalle falde acquifere dal Mare di Galilea per compensare la ridotta produzione di acqua desalinizzata e garantire l’approvvigionamento.

La gravità della crisi è ancora maggiore se si considera la forte dipendenza di Israele dalla desalinizzazione che fornisce fino all'80 percento della sua acqua potabile. L’interruzione dell’attività di questi impianti ha quindi compromesso una delle risorse strategiche del sistema idrico israeliano.

Questa crisi non è slegata dai cambiamenti ambientali che si sono verificati lungo la costa orientale del Mediterraneo negli ultimi tre anni. Mentre gli impianti di desalinizzazione israeliani dovevano far fronte a una proliferazione di alghe e a una torbidità senza precedenti, il sistema fognario di Gaza aveva già perso gran parte della sua capacità di raccolta e trattamento delle acque reflue.

Un rapporto di aprile 2026 di Medici Senza Frontiere, basato su dati delle Nazioni Unite, dell'Unione Europea e della Banca Mondiale, affermava che quasi il 90 percento delle infrastrutture idriche e igieniche di Gaza era stato danneggiato o distrutto dall'esercito israeliano, inclusi impianti di desalinizzazione, pozzi, reti idriche e sistemi di acque reflue.

Gli ultimi dati ONU illustrano la portata del collasso. In un rapporto di settembre 2026, l'Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha precisato che tutti e sei gli impianti di trattamento delle acque reflue a Gaza erano fuori servizio e che circa il 70 percento delle stazioni di pompaggio delle acque reflue non era più operativo. Di conseguenza, ogni giorno venivano scaricati più di 150.000 metri cubi di acque reflue non trattate nell'ambiente, aumentando i rischi per la qualità dell'acqua e la salute pubblica.

Queste acque reflue si accumulano nelle aree interessate, si infiltrano nell'ambiente circostante e, in parte, raggiungono il Mar Mediterraneo.

Dove vanno le acque reflue quando gli impianti di trattamento smettono di funzionare?

Quando una città costiera perde la capacità di trattare le acque reflue, queste non scompaiono: il problema si sposta semplicemente dall'impianto di trattamento all'ambiente circostante. A Gaza, parte delle acque reflue non solo sfocia in mare, ma un'altra parte infiltra nel suolo e nelle falde acquifere, mentre le acque reflue a cielo aperto si accumulano nelle aree devastate e nei campi profughi.

Secondo l'ingegnere Omar Shatat, vice direttore esecutivo della Società Idrica dei Municipali Costieri di Gaza, come citato da The Guardian nel settembre 2026, circa 45.000 metri cubi di acque reflue non trattate raggiungono ogni giorno il Mediterraneo, mentre altri 15.000 metri cubi penetrano nelle falde acquifere attraverso i pozzi neri, in particolare nelle aree di sfollamento densamente popolate.

Le acque reflue non trattate contengono alte concentrazioni di azoto e fosforo, due dei principali nutrienti che favoriscono la crescita delle alghe nelle acque costiere. L'organizzazione ambientale israeliana Zalul, insieme ad esperti di desalinizzazione, ha avvertito che le acque reflue scaricate da Gaza possono aumentare il carico di nutrienti nel mare e contribuire a fioriture algali più gravi lungo la costa.

Osservazioni satellitari e diverse valutazioni israeliane suggeriscono che la fioritura si sia sviluppata più a sud, intorno al delta del Nilo in Egitto e al Sinai settentrionale, prima di muoversi verso nord lungo la costa con le correnti marine.

Il limitato monitoraggio ambientale disponibile da Gaza rende difficile quantificarne con precisione il contributo. Tuttavia, la vicinanza di Gaza a questo percorso costiero, insieme al grande scarico di acque reflue non trattate dopo la distruzione delle sue infrastrutture fognari, lascia aperta la possibilità che l'inquinamento da nutrienti proveniente da Gaza abbia intensificato la fioritura mentre questa si spostava verso nord.

Il direttore generale di Israele Oceanographic and Limnological Research ha inoltre affermato che le alghe sembrano provenire dal delta del Nilo.

Alcuni scienziati sostengono che le acque reflue non trattate provenienti da Gaza possano aver apportato azoto e fosforo che hanno intensificato la fioritura. Tuttavia, la professoressa ed ecologa marina Tamar Guy-Haim considera improbabile che le acque reflue di Gaza siano state la causa principale, osservando che anche impianti di desalinizzazione vicino a El Arish, nel nord del Sinai, a sud di Gaza, sono stati disturbati da acque di mare insolitamente torbide.

Le evidenze suggeriscono quindi un evento multifattoriale: la fioritura si è probabilmente sviluppata più a sud, mentre l'inquinamento proveniente da Gaza potrebbe averne aumentato la gravità.

Le linee guida scientifiche internazionali indicano analogamente che le fioriture algali sono determinate da molteplici fattori che interagiscono tra loro, tra cui la disponibilità di nutrienti, in particolare azoto e fosforo, nonché la temperatura dell’acqua, la luce solare, le correnti e le condizioni di miscelazione.

L’ articolo  del Guardian suggerisce che le acque reflue non trattate provenienti da Gaza potrebbero aver fornito nutrienti aggiuntivi che hanno intensificato la fioritura. A causa della presenza di alghe nel Sinai settentrionale, non ci sono prove che la costa di Gaza sia stata la causa originaria.

Ciò è in linea con il noto ruolo delle acque reflue non trattate come fonte ricca di nutrienti in grado di favorire la crescita delle microalghe. La distinzione è importante: il collasso del sistema fognario di Gaza potrebbe aver aggiunto un notevole carico di nutrienti all’ambiente marino collegato, attraverso il quale la fioritura si stava già spostando.

L'importanza di questo episodio mediterraneo risiede nella forte dipendenza di Israele dalla desalinizzazione dell'acqua di mare. In condizioni normali, la desalinizzazione fornisce circa l'80 percento della domanda di acqua potabile in Israele, rendendo la qualità dell'acqua di mare grezza un fattore diretto nella stabilità del sistema di approvvigionamento idrico.

È qui che emerge chiaramente la principale contraddizione ambientale. Distruggere le infrastrutture di trattamento delle acque reflue a Gaza non significa che le conseguenze rimangano all’interno di Gaza.

Il Mediterraneo al largo di Gaza e Israele costituisce un unico sistema marino interconnesso in cui acqua, alghe, materia organica e nutrienti si spostano seguendo le correnti, i venti e le condizioni stagionali, non i confini politici. Il continuo scarico di acque reflue non trattate da Gaza crea quindi non solo minacce per la salute pubblica e l’ambiente dei palestinesi, ma anche un’ulteriore pressione sul sistema costiero da cui dipendono gli impianti di desalinizzazione israeliani.

Gli esperti ambientali israeliani hanno avvertito espressamente che il continuo inquinamento costiero può aumentare i rischi per le infrastrutture di produzione idrica in Israele.

L’apparente mancanza di preoccupazione potrebbe essere determinata non tanto dall’ignoranza quanto dalle priorità politiche e dal fatto che il danno ambientale spesso si manifesta lentamente. Le azioni militari producono risultati immediati, mentre l'inquinamento del suolo, delle acque sotterranee e dell'aria può richiedere tempo per manifestarsi ed è più difficile da misurare.

La situazione è aggravata dai limiti al monitoraggio ambientale.

Ai ricercatori in partenza da Gaza è stato vietato dalle autorità israeliane di portare con sé anche solo piccoli campioni di terreno per ulteriori analisi. Alcuni campioni raccolti sono stati confiscati.

Di conseguenza, gran parte dell'inquinamento può essere valutata solo tramite telerilevamento e modellazione, invece che tramite test di laboratorio. In questo senso, il danno ambientale non solo viene considerato come una priorità inferiore, ma anche gli sforzi per misurarne pienamente la portata sono limitati.

Sottosuolo: una falda acquifera geograficamente collegata

La connessione transfrontaliera non si limita al mare. Le acque sotterranee sotto Gaza fanno parte falda acquifera costiera regionale che si estende lungo il Mediterraneo sud-orientale.

I documenti della Banca Mondiale descrivono il sistema delle acque sotterranee di Gaza come un'estensione della falda acquifera costiera sotto Israele, composta in gran parte da sabbia, arenaria e ghiaia, mentre il sistema più ampio si estende dall’area del Monte Carmelo a nord, attraverso Gaza, fino al Sinai settentrionale.

Già prima dell’attuale guerra, la sezione di Gaza della falda acquifera soffriva di sovrasfruttamento, intrusione di acqua marina e deterioramento della qualità dell’acqua. Anche le acque reflue non trattate erano una fonte riconosciuta di contaminazione.

Le valutazioni della Banca Mondiale hanno documentato come una gestione inadeguata delle acque reflue abbia storicamente contribuito all’infiltrazione di sostanze inquinanti nella falda acquifera, mentre il prelievo di acque sotterranee superiore ai tassi naturali di ricarica ha abbassato i livelli idrici e aumentato l’intrusione di acqua marina.

La guerra ha aggiunto nuove pressioni attraverso lo scarico quotidiano di acque reflue non trattate sul terreno ed in mare, aumentando i rischi per il suolo e le acque sotterranee oltre alla contaminazione da detriti, materiali pericolosi e munizioni.

La continuità geologica della falda acquifera non significa che gli inquinanti che fuoriescono in un punto di Gaza raggiungeranno necessariamente un pozzo all’interno di Israele. Il trasporto di inquinanti delle acque sotterranee dipende dalla direzione del flusso, dai tassi di pompaggio, dalle proprietà geologiche e dal tempo di percorrenza.

Tuttavia, la geologia condivisa della falda acquifera costiera rende comunque la gestione delle acque sotterranee una questione regionale, anche se la direzione dominante del flusso verso il Mediterraneo implica che il movimento diretto degli inquinanti da Gaza verso le acque sotterranee israeliane sia probabilmente limitato.

Altre fonti di inquinamento

Oltre all'acqua, la guerra ha lasciato dietro di sé una enorme massa di detriti che è diventata una fonte di rischio ambientale a lungo termine. Le macerie di Gaza non sono costituite solo da cemento e pietra.

La Valutazione dei Danni e dei Bisogni Rapidi della Striscia di Gaza del 2026 ha stimato che oltre 68 milioni di tonnellate metriche di detriti sono, in parte, mescolati con rifiuti sanitari e infettivi, acque reflue non trattate, carburante, sostanze pericolose e ordigni esplosivi.

Man mano che questi materiali si decompongono o vengono esposti alla pioggia, il lisciviato contaminato può muoversi nei suoli circostanti e potenzialmente infiltrarsi verso le acque sotterranee, creando rischi a lungo termine oltre i detriti stessi. Ciò solleva anche preoccupazioni per il futuro dell'agricoltura nelle aree colpite, sebbene siano ancora necessarie analisi sistematiche del suolo per determinare dove la contaminazione abbia raggiunto livelli tali da rendere la coltivazione pericolosa.

I periodi in cui le discariche ufficiali sono diventate inaccessibili hanno portato anche all’espansione dello scarico incontrollato e della combustione all’aperto in oltre 200 siti temporanei, alcuni dei quali hanno ricevuto anche rifiuti sanitari dopo che gli impianti di trattamento sono stati distrutti da Israele. Questi materiali non rimangono necessariamente dove sono stati depositati. Le particelle fini generate dal crollo degli edifici o dalla movimentazione delle macerie possono entrare nell’aria, mentre le precipitazioni possono trasportare contaminanti solubili nel suolo e nelle acque sotterranee.

Cosa è successo all'aria sopra Gaza?

Uno studio del 2025 che ha utilizzato i dati del satellite Sentinel-5P, insieme ad analisi statistiche e tecniche di apprendimento automatico, ha rilevato chiari aumenti di monossido di carbonio, dell’indice degli aerosol ultravioletti, di anidride solforosa e di metano sopra Gaza dopo l’inizio della guerra. Il ricercatore ha collegato questi cambiamenti alla combustione, alla distruzione delle infrastrutture e al collasso dei sistemi di gestione dei rifiuti e delle acque reflue.

Sebbene lo studio non abbia tracciato il trasferimento di questi inquinanti verso Israele, uno studio precedente sul trasporto dell'inquinamento atmosferico nel sud e centro di Israele ha dimostrato che masse d'aria e inquinanti si spostano dalla costa verso l'interno, e ha documentato casi in cui l'area di Bir al-Saba è stata colpita da emissioni provenienti dalla Striscia di Gaza.

Data la stretta vicinanza geografica, il territorio israeliano è tra le prime aree che potrebbero essere colpite dall’inquinamento transfrontaliero quando le condizioni meteorologiche trasportano gli inquinanti verso est o sud-est. Ciò dovrebbe spingere Israele a indagare sulla composizione chimica della polvere e dei gas generati dalla guerra, poiché si moltiplicano le prove che il danno ambientale causato a Gaza non si limita ai confini della Striscia.

Quando l'inquinamento torna alla sua fonte

Il mare, le falde acquifere e l’atmosfera sono sistemi interconnessi, e le acque reflue non trattate, gli inquinanti, i detriti e le emissioni che vi vengono immessi possono espandersi oltre i confini di Gaza ed esercitare un’ulteriore pressione sull’intera regione, compreso Israele, a causa della sua vicinanza geografica e dell’interdipendenza ambientale.

Per i palestinesi, tuttavia, queste conseguenze sono già immediate e di gran lunga più gravi. Oltre alle urgenti esigenze umanitarie, l'Autorità Palestinese per la Qualità dell'Ambiente ha sviluppato un piano di soccorso ambientale e di recupero precoce per Gaza, mentre l'Autorità Palestinese per le Acque ha avviato iniziative per ripristinare l'impianto di trattamento delle acque reflue Sheikh Ajleen nell’ambito della ripresa precoce.

Inoltre, il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente ha richiesto l’effettuazione di analisi sistematiche del suolo, la ricostruzione delle infrastrutture idriche e fognarie, la rimozione sicura delle macerie e la gestione dell’amianto, dei metalli pesanti e di altri materiali pericolosi, problemi i cui effetti potrebbero persistere per anni o addirittura decenni.

L'interdipendenza ambientale solleva questioni anche per Israele. Israele non può separare la propria sicurezza ambientale dalla distruzione causata a Gaza.

Disattivare gli impianti di acque reflue, degradare la costa e distruggere i sistemi di gestione dei rifiuti non produrrà una crisi ambientale palestinese isolata. Essi creano fonti di inquinamento capaci di raggiungere l'ambiente israeliano.

I confini politici possono separare le popolazioni, ma non possono impedire agli inquinanti dell'acqua e dell'aria di trasportare oltre tali confini le conseguenze della distruzione ambientale.

Islam Elhabil è un ingegnere ambientale di Gaza, con un dottorato in ingegneria chimica e di processo. Residente in Malesia, è specializzata in microplastiche e trattamento delle acque reflue.

Water crisis in Israel can't be separated from Gaza genocide | The Electronic Intifada

Traduzione a cura di Associazione di Amicizia Italo-Palestinese di Firenze ODV