Deir El-Balah, nel centro della Striscia di Gaza, 29 luglio 2026. Alcuni palestinesi ispezionano gli edifici danneggiati e distrutti dopo essere stati colpiti dai bombardamenti israeliani la notte precedente. EYAD BABA / AFP
Rami Abou Jamous tiene il suo diario per Orient XXI. Qui denuncia l’assurdità delle pressioni esercitate dai Paesi occidentali affinché si tengano elezioni legislative in Palestina, mentre a Gaza è in corso un genocidio e in Cisgiordania prosegue la pulizia etnica.
Sabato 17 ottobre 2026
In Palestina le elezioni avrebbero dovuto tenersi alla fine di novembre. Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ne ha annunciato il rinvio di un anno. Quattro Paesi occidentali — Francia, Regno Unito, Canada e Australia — gli chiedono ora di tornare sui suoi passi.
A quanto pare, i leader di questi Paesi non si rendono conto di ciò che sta accadendo in Palestina, soprattutto a Gaza. Certo, i palestinesi non vedono l’ora di votare, eleggere nuovi rappresentanti e poter finalmente esercitare il proprio diritto alla democrazia. Del resto, anche l’Occidente si dichiara favorevole all’esercizio di questi diritti da parte dei palestinesi. Ma come si può pensare che sia possibile nelle circostanze attuali, mentre a Gaza è in corso un genocidio? Oggi la Striscia di Gaza si estende su appena il 30 % della sua superficie originaria, e il territorio a disposizione si restringe ogni giorno con l’avanzare della “linea gialla” tracciata dagli israeliani. Qui si concentra ciò che resta dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza, costretti a sopravvivere in condizioni disperate, sotto tende allestite in accampamenti di fortuna. Le loro giornate trascorrono in coda: per avere un po’ d’acqua, procurarsi del cibo, ricevere assistenza medica o far vaccinare i bambini, tra ambulatori improvvisati, cliniche e ospedali da campo. Anche le donne sono costrette a mettersi in fila per andare in bagno. Ogni giorno conviviamo con la morte. Ogni giorno ci sono attacchi missilistici e raid con droni. A volte viene preso di mira un ospedale, altre volte un mercato, un carretto che trasporta persone, un’automobile, un autobus… Respiriamo la morte. Dormiamo con la morte, sogniamo la morte. E ci svegliamo con la morte.
La commissione elettorale non ha il diritto di entrare a Gaza
Ci chiedono di esercitare la democrazia, senza però pretendere prima la fine del genocidio. Questi Paesi occidentali non riescono nemmeno a convincere Israele a lasciar entrare il materiale necessario per organizzare le elezioni: urne, inchiostro e carta per le schede elettorali. Una commissione elettorale esiste, e ha persino un ufficio a Gaza, ma non le è consentito entrare nella Striscia. Per non parlare degli eventuali osservatori internazionali.
E prima di fare pressione sull’Autorità palestinese affinché organizzi le elezioni, questi Paesi occidentali non potrebbero fare pressione sugli israeliani per ottenere semplicemente un piccolo aumento degli aiuti umanitari? Per consentire l’ingresso di un po’ più di farina, di materiale medico e di medicinali per i nostri figli e per chi soffre di malattie gravi, come il cancro, le patologie renali, respiratorie e dermatologiche? Non potrebbero fare pressione su Israele affinché lasci partire più di 20 000 persone che devono essere operate o curate d’urgenza all’estero, perché il sistema sanitario è in ginocchio?
E se non è chiedere troppo, i Paesi che fanno pressione sui palestinesi perché organizzino le elezioni non potrebbero almeno pretendere da Israele che autorizzi l’ingresso di accendini, oggi vietati? E della legna per alimentare i forni di argilla, che tutti sono costretti a usare perché non c’è più gas?
Questi Paesi non potrebbero chiedere a Israele di autorizzare l’ingresso di cacciaviti, viti e chiodi, tutti materiali vietati? E poi di tende e teloni per gli sfollati, dal momento che anche tutti i materiali da costruzione sono proibiti? E di macchinari da cantiere per recuperare i corpi delle migliaia di persone sepolte sotto le macerie? E di pezzi di ricambio per le automobili, oltre a pneumatici e kit per riparare le forature? Presto a Gaza non circolerà più nemmeno un’automobile. E non c’è più olio per i motori: Israele ne vieta l’ingresso sia per i veicoli sia per i generatori di elettricità. Non potrebbero chiedere che l’acqua venga distribuita più spesso, anziché una o due volte al mese?
Immaginate se la giornalista e il sindaco fossero stati aggrediti da palestinesi…
Prima di chiedere a Mahmoud Abbas di indire subito le elezioni, non ci sarebbero molte altre cose da pretendere da Israele anche in Cisgiordania? Per esempio, lo smantellamento del muro di separazione e la fine delle violenze dei cosiddetti “escursionisti” – in realtà coloni armati — che bruciano i campi, sradicano gli ulivi e circondano interi villaggi, impedendo ai loro abitanti di andare a lavorare in città.
E come potrebbero votare anche in Cisgiordania? I coloni si sentono onnipotenti e ora aggrediscono chiunque osi avventurarsi nel territorio. Le loro ultime vittime sono una giornalista americana, picchiata selvaggiamente venerdì scorso, e un sindaco francese di 78 anni, con la fascia tricolore, malmenato sabato mentre partecipava, per solidarietà, alla raccolta delle olive nei pressi del villaggio cristiano di Taybeh. Perché i coloni dovrebbero fermarsi, se sono sostenuti dallo Stato israeliano? E se le deboli proteste internazionali sono già state dimenticate? Immaginate per un istante che cosa sarebbe successo se la giornalista e il sindaco fossero stati aggrediti da palestinesi…
E questi Paesi che fanno pressione su Mahmoud Abbas perché organizzi le elezioni, si adoperano altrettanto presso Israele affinché consenta lo svolgimento del voto anche a Gerusalemme Est annessa? Qui a Gaza la gente vuole votare. Ma per chi? Per le diverse fazioni? Per i candidati indipendenti? A quanto pare, l’Occidente non riesce a capire che siamo uno Stato soltanto sulla carta, non nella realtà. Ci chiede di attuare una riforma politica, con nuovi dirigenti e un presidente del Consiglio legislativo, quando sotto occupazione è logisticamente impossibile realizzarla.
Che cosa faranno questi Stati animati dalle migliori intenzioni se Hamas vincerà le elezioni?
Ammettiamo che le elezioni si tengano comunque. Che cosa faranno questi Stati animati dalle migliori intenzioni se a vincerle sarà Hamas? Rifiuteranno il risultato democratico e boicotteranno il nuovo governo, come accadde nel 2006, quando Hamas vinse le elezioni legislative in tutta la Palestina? Mahmoud Abbas ne prese atto e nominò primo ministro un esponente di Hamas. Israele non riconobbe quel governo, e nemmeno gli Stati occidentali. Tutti contribuirono così alla divisione che ne seguì tra Fatah e Hamas.
La Francia e gli altri Paesi occidentali accettano tutto ciò che accade in Israele: l’estrema destra al potere, i terroristi al governo. Condannano le invocazioni all’omicidio di Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, che ora promette di cancellare persino la parola “morale” dal vocabolario militare se, dopo le prossime elezioni israeliane, diventerà ministro della Guerra. Ma che cosa faranno la Francia e gli altri Paesi se un governo del genere andrà al potere? Lo boicotteranno? No, naturalmente. Non faranno nulla.
Perché, quando si tratta dei palestinesi, si applicano sempre due pesi e due misure? Sappiamo benissimo che l’idea di riformare l’Autorità Nazionale Palestinese viene dagli israeliani. E quando Israele parla di riforme per i palestinesi, lo fa soltanto per guadagnare tempo. È la stessa strategia che porta avanti dagli accordi di Oslo del 1993: prima ha fatto la pace con Arafat, poi ha cominciato a definirlo un terrorista, un ostacolo alla pace, sostenendo che l’Autorità Nazionale Palestinese doveva essere “riformata”.
L’Occidente ha sostenuto la posizione israeliana, come continua a fare oggi. Eppure, il progetto di Israele è chiaro: qualunque sia il “governo” palestinese, in Cisgiordania potrà amministrare soltanto degli enclavi, nemmeno dei comuni, con un’unica funzione: sollevare Israele dai costi dell’occupazione. Chi paga le infrastrutture, la sanità, l’istruzione e l’elettricità? Il bilancio dell’Autorità Nazionale Palestinese, finanziato in gran parte dalla comunità internazionale. Israele ci guadagna due volte: non solo non spende nulla, ma trae profitto dall’occupazione. I palestinesi, per esempio, sono costretti a comprare l’elettricità da Israele. Lo stesso vale per l’acqua: gli israeliani la estraggono dalle falde acquifere della Cisgiordania… e poi la rivendono ai palestinesi a prezzi esorbitanti. È l’occupazione meno costosa del mondo.
Chi è occupato, invece, deve amare chi lo occupa, deve essere una vittima docile.
Eppure, quella che viviamo è una vera e propria occupazione. Israele controlla tutto. Chiunque voglia spostarsi, anche all’interno dei territori palestinesi, deve chiedere il permesso all’esercito. Ma per gli israeliani la questione più importante riguarda i programmi scolastici. Non vogliono che nei libri di testo si parli dell’occupazione della Palestina. Vogliono cancellare la storia: la nascita di Israele sul territorio della Palestina storica, resa possibile da milizie che massacrarono civili prima di trasformarsi nell’esercito israeliano, e la distruzione di centinaia di villaggi. Non vogliono che ai nostri figli venga insegnato che bisogna resistere all’occupazione. E l’Occidente è d’accordo.
Gli occidentali, invece, non hanno nulla da obiettare sui libri di testo israeliani, né sull’educazione all’omicidio nelle colonie. I coloni insegnano ai propri figli come comportarsi con gli “arabi” — per loro, i palestinesi non esistono: bisogna ucciderli. Ai figli di chi occupa si può insegnare a odiare chi è occupato, a bombardarlo e a ucciderlo. Non si tratta soltanto di odio: è qualcosa che va oltre. Chi è occupato, invece, deve amare chi lo occupa, deve essere una vittima docile.
Gli occidentali ignorano tutto della cultura palestinese. Non sanno che, da noi, l’amore per la patria non si impara sui libri, ma si trasmette di generazione in generazione. I palestinesi della diaspora, in Egitto, in Libano, in Europa e negli Stati Uniti, sono altrettanto legati alla propria patria. Eppure, non sono stati educati attraverso libri di testo palestinesi. L’amore per la Palestina è nei loro cuori. Secondo gli occidentali, non dovremmo ascoltare il nostro cuore né insegnare ai nostri figli a resistere. Non so perché.
Tutti i palestinesi vogliono elezioni, ma vogliono anche una vera sovranità. Prima, però, chiedono la fine del genocidio a Gaza e che Israele smetta di strangolare la Striscia.
Bisogna infine parlare della politica interna palestinese. In realtà, non è stato Mahmoud Abbas a decidere di rinviare le elezioni, ma le diverse fazioni: quelle dell’OLP, ma anche Hamas e la Jihad islamica. I loro dirigenti hanno ritenuto che non fosse il momento giusto, soprattutto per ragioni politiche. Sanno che la popolazione è furiosa con la classe politica nel suo complesso. Rinviare il voto, dunque, fa comodo a tutti. L’impasse è totale.
Certo, vorremmo rappresentanti che difendessero davvero i nostri interessi. Ma come fare in una Cisgiordania fatta a pezzi e in una Gaza ridotta al 30 % del suo territorio? Come accettare di rinunciare a Gerusalemme Est? C’è chi propone di fare tutto su Zoom: riunioni su Zoom, voto su Zoom. E alla fine, uno Stato su Zoom? La sovranità non è questo. Se non fate nulla per porre fine alle sofferenze dei palestinesi, almeno rispettateli.
Giornalista fondatore di GazaPress, un’agenzia di stampa che forniva aiuto e traduzioni ai giornalisti occidentali, nell’ottobre 2023 ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza City insieme alla moglie Sabah, ai figli di lei e al loro figlio Walid, di tre anni, sotto la minaccia dell’esercito israeliano. Si sono rifugiati a Rafah, poi a Deir al-Balah e successivamente a Nuseirat. Dopo un nuovo trasferimento a seguito della rottura del cessate il fuoco da parte di Israele il 18 marzo 2025, Rami è tornato a casa con la sua famiglia il 9 ottobre 2025.
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