un film: Il tempo che rimane

Palestinechronicle

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The Time That Remains - Recensione del film

di Roger Sheety

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In soli tre anni, il Palestina Toronto Film Festival, nato nel 2008 per commemorare il 60 ° anniversario della Al-Nakba, è diventato un grande evento culturale in una città che di questi eventi ne ha molti. La sua riuscita è dovuta interamente agli instancabili volontari e organizzatori del Festival, alla loro determinazione a presentare film della miglior qualità possibile. Uno di questi film è The Time That Remains: Cronaca di una presente assente di Elia Suleiman, che è stato presentato ad un pubblico di oltre 800 spettatori nell'edizione del festival di ottobre 2010. Come pochi registi prima di lui, Suleiman, nato a Nazareth, è stato in grado di catturare non solo la tragedia, ma anche la commedia e l'assurdità della situazione dei palestinesi che sono stati espropriati mentre ancora vivono nella loro stessa patria. In parte ispirato dai diari privati del padre di Suleiman, Fouad, e dalle lettere della madre ai familiari che furono costretti a lasciare le proprie case, The Time That Remains ripercorre la sua storia familiare in quattro episodi distinti, ma intrecciati alla storia, dalla Nakba del 1948 fino ai giorni nostri

 

 

La scena d'apertura con Suleiman che entra in un taxi guidato da un autista israeliano è di fondamentale importanza in quanto pone l'attenzione sia sulla natura del conflitto che sulla dialettica tra colonizzati e colonizzatori. A tarda notte, sulla strada che porta Suleiman verso la sua destinazione (presumibilmente la sua casa di Nazareth) inizia un temporale e l'autista di perde. Colpito dal panico, l'autista disorientato si lamenta continuamente ad alta voce dicendo a se stesso che non ha mai visto prima quelle strade. Anche se a un certo punto chiede al Suleiman silenzioso seduto dietro di lui che cosa accadrà loro, in realtà non lo chiede a lui, ma parla piuttosto di lui e attraverso di lui come se non fosse davvero lì. 

Col panico crescente, l'autista infine ferma l'auto in mezzo alla tempesta e chiama il coordinamento per chiedere aiuto. Quando i suoi ripetuti tentativi di raggiungere il coordinamento falliscono, egli continua a chiedere "Dove mi trovo? Che cosa è questo posto? Come faccio a tornare a casa? Dove mi trovo?" L'ultima domanda è ripetuta fino a quando diventa un motivo esistenziale dell'autista con gli occhi spiritati e lo sguardo perso davanti a sé. Per tutto il tempo Suleiman siede dietro in silenzio, parzialmente nascosto nell'ombra, calmo, guardando e aspettando. Suleiman ci mostra che, a causa della loro insistenza su "Eretz Israel" come loro patria, gli israeliani sembrano spesso fuori luogo, incapaci di trovare un accordo anche con le strade su cui guidano, incapaci di, o non volendo, chiedere indicazioni o consigli alle popolazioni indigene che hanno conquistato e messo da parte. 

Questo tema dei coloni, spaesati e confusi, si ripete molto più tardi e durante tutto il film con i soldati israeliani visti come fossero imprigionati nel loro carri armati e nelle jeep pesantemente corazzate, mentre i palestinesi fanno i loro progetti con i loro telefoni cellulari e ballando in un locale notturno a Ramallah, ignorando comicamente le minacce apparenti e le chiamate per il coprifuoco. A ribadire questo punto è una scena, spesso ripetuta, con Fouad e il suo amico che pescano di notte, mentre una jeep piena di soldati israeliani continua a guidare e si pone di nuovo le stesse domande. Fouad, vecchio e ormai ex combattente della resistenza, è, ovviamente, seguito dai soldati paranoici, ma va semplicemente avanti con la sua vita quotidiana, mette su famiglia e si gode le cose che ama di più. Quando i soldati pongono le stesse domande banali sui documenti di identificazione più e più volte, Fouad e il suo amico, sempre rivolti verso l'acqua e reggendo le loro canne da pesca, si guardano in silenzio sorridendo con uno humour impassibile: entrambi sanno che i soldati insicuri si rifiutano di credere che i giorni di Fouad come un combattente della resistenza sono ormai lontani. Dal momento che nulla si può dire per convincere i soldati del contrario, Fouad e il suo amico non dicono nulla. E poi, perché rovinare loro un divertimento del genere? 

Un momento simile e anche più divertente, che riflette la mentalità fuori luogo del conquistatore straniero, si verifica quando le autorità israeliane piombano in casa di Fouad, nel bel mezzo della notte. Tradito da un suo amico che si è unito alla polizia israeliana, Fouad, sua moglie e il figlio si siedono tranquillamente e aspettano che le autorità perquisiscano la loro casa in cerca di armi, distruggendo i loro oggetti di valore. A quanto pare scoprono alcune prove incriminanti; un poliziotto israeliano mostra un piatto pieno di "polvere da sparo" ma, l'ex amico di Fouad, dopo un semplice sguardo, dice, con un tono del tutto impassibile: "Questo è burghul" (grano intero comune nell'alimentazione araba). 

La commedia impassibile, ironica e sobria è la chiave per la comprensione del film di Suleiman. Per esempio, anche quando mostra le milizie sioniste e le bande che saccheggiano la case dei palestinesi nel 1948, muove la macchina da presa più indietro e con attenzione struttura la scena. Così i soldati si vedono tranquillamente uscire da una casa svuotata di recente con i loro tesori rubati: mobili, dipinti e vestiti. Un soldato accende un giradischi rubato e i suoi amici mostrano i dipinti e i vestiti per avere la sua approvazione. La macchina che si muove lentamente su questa scena sempre più inquietante, crea una distanza emotiva e un orrore in cui chiunque può immedesimarsi. L'orrore puro di ciò che sta accadendo è tanto più sconvolgente in quanto ci rendiamo conto che questa commedia nera non deriva dalle qualità positive dell'uomo, ma piuttosto da alcune delle peggiori, 

Altrettanto efficace è l'uso notevole che Suleiman fa del silenzio sia come tema che come metafora. Ho notato che i silenzi, nei film di Suleiman, sono spesso giudicati negativamente dai recensori occidentali e sono intesi come il simbolo di una sorta di fallimento da parte dei palestinesi. È proprio il contrario. Come per il suo uso della commedia impassibile, Suleiman usa i silenzi in modo volutamente ironico e spesso stanno per qualcos'altro. 

Così nella scena della morte di Nadia, la madre di Suleiman, una delle più commoventi che abbia mai visto, non una parola viene scambiata tra di loro. Nadia morente giace in un letto e accarezza tra le mani una foto di suo marito Fouad, ormai morto da tempo, che lo ritrae com'era (e come noi lo conoscevano) quando era più giovane. Quando Suleiman vede la foto, madre e figlio si guardano a vicenda. All'interno di quella foto di suo padre, all'interno di quel quasi insopportabile silenzio e di quel momento apparentemente senza tempo che passa tra madre e figlio, è racchiusa tutta la storia della Palestina e della sua gente. Negata loro la terra, la loro identità, la loro storia, questo silenzio allude a quella verità di cui non si parla, ma che si capisce comunque: che i palestinesi vivono pienamente nel momento presente, conoscono la loro terra, la loro identità e la loro storia. 

Il silenzio tra i personaggi di Suleiman (incluso il proprio) punta ad una conoscenza che è ancora al di là della comprensione della maggior parte degli israeliani, i cui atteggiamenti e la cui mentalità ideologica restano tragicamente quelli di occupanti e colonizzatori, e cioè che, nonostante tutto, i palestinesi resteranno qui. Al di là di ogni altra cosa, però, i personaggi di Suleiman sono completamente esseri umani che si disperano per l'espropriazione, provano paura e desiderio, raccontano oltraggiosamente barzellette divertenti e, a volte, si tradiscono a vicenda, ma sono anche capaci di perdonarsi.

(tradotto da barbara gagliardi)

[Il film è già in distribuzione anche in Italia. La Feltrinelli ha curato un'edizione in DVD corredata da un fascicolo con alcuni articoli]