La resurrezione del pan-arabismo

AlJazeera.net
11.02.2011
http://english.aljazeera.net/indepth/opinion/2011/02/201121115231647934.html

 

La resurrezione del pan-arabismo

La rivoluzione egiziana ha resuscitato un nuovo tipo di pan-arabismo basato sulla giustizia sociale e non su vuoti slogan. 

di Lamis Andoni

 

La rivoluzione egiziana, influenzata a sua volta dalla rivolta tunisina, ha resuscitato un nuovo senso del pan-arabismo che si basa sulla lotta per la giustizia sociale e la libertà. Il sostegno travolgente per i rivoluzionari egiziani in tutto il mondo arabo riflette un comune senso di unità nel rifiuto di leader tirannici, o quanto meno autoritari, della corruzione e del governo di una piccola élite politica e finanziaria.

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Le proteste arabe di solidarietà con il popolo egiziano danno pure l’idea che c’è una forte nostalgia per il rilancio dell’Egitto quale avanguardia unificatrice pan-araba. Ritratti di Gamal Abdel Nasser, l’ex presidente egiziano, sono stati innalzati al Cairo e nelle capitali arabe da persone che non erano neppure nate quando Nasser morì nel 1970. Le immagini ricordano quelle che hanno percorso le strade arabe negli anni Cinquanta e Sessanta. 

Ma questa non è una semplice replica del nazionalismo pan-arabo di quei giorni. Allora, il pan-arabismo fu la diretta risposta alla dominazione occidentale e alla fondazione dello stato di Israele del 1948. Oggi, è la reazione alla mancanza delle libertà democratiche e alla distribuzione disuguale della ricchezza nel mondo arabo. 

Stiamo assistendo alla nascita di un movimento per la democrazia che trascende il gretto nazionalismo o addirittura il nazionalismo pan-arabo e che abbraccia i valori umani universali che si riecheggiano da nord a sud, e da est a ovest. 

Questo non vuol dire che non vi è alcun elemento anti-imperialista all’interno dell’attuale movimento. Ma, in Egitto e ovunque, le proteste promuovono una più profonda comprensione dell’emancipazione dell’uomo, che costituisce la base effettiva per la libertà sia dalla repressione che dalla dominazione straniera. 

A differenza del panarabismo del passato, il nuovo movimento rappresenta una convinzione intrinseca che è la libertà dalla paura e la dignità umana che permette alle persone di costruire una società migliore e di creare un futuro di speranza e di prosperità. L’antica “saggezza” dei rivoluzionari del passato, secondo la quale la liberazione dalla dominazione straniera precede la lotta per la democrazia, è crollata. 

I rivoluzionari dell’Egitto, e prima quelli della Tunisia, hanno fatto vedere con i fatti – non soltanto con le parole – quanto i leader si comportano da tiranni nei confronti del proprio popolo, mentre sono asserviti in modo umiliante alle potenze straniere. Hanno rivelato l’impotenza dei vuoti slogan che manipolano l’animosità nei confronti di Israele per giustificare una finta unità araba, che a sua volta serve solo a mascherare una oppressione prolungata e il tradimento delle società arabe e le aspirazioni del popolo palestinese. 

Il pretesto palestinese. 

L’era di utilizzare la causa palestinese come pretesto per mantenere le leggi marziali e far tacere il dissenso è finita. I palestinesi sono stati traditi e non aiutati, da leader che praticano la repressione contro il loro stesso popolo. Non è più sufficiente che i regimi di Siria e Iran proclamino di sostenere la resistenza palestinese al fine di soffocare la libertà di espressione e di calpestare spudoratamente i diritti umani nei loro stessi paesi. 

Allo stesso modo, non è più accettabile per i palestinesi Fatah ed Hamas far riferimento al loro primato nella resistenza a Israele per giustificare il sopprimersi l’un l’altro e il resto della popolazione palestinese. Giovani palestinesi stanno rispondendo al messaggio del movimento e abbracciando l’idea che la lotta contro la ingiustizia all’interno – indipendentemente dal fatto che sia messa in pratica da Fatah o da Hamas – sia un prerequisito per la lotta che ponga fine all’occupazione israeliana e non qualcosa da sopportare per il bene di tale lotta. 

Le vicende dell’Egitto e della Tunisia hanno rivelato che l’unità araba contro la repressione interna è più forte di quella rappresentata da una minaccia straniera – né l’occupazione americana dell’Iraq, né l’occupazione israeliana hanno galvanizzato il popolo arabo nello stesso modo in cui l’ha fatto il singolo atto di un giovane tunisino che ha scelto di darsi fuoco piuttosto che vivere nell’umiliazione e nella povertà. 

Questo non significa che gli arabi non si preoccupino dei popoli occupati dell’Iraq e della Palestina – in varie occasioni decine, talvolta centinaia, di migliaia sono scesi in strada in tutti i paesi arabi per dimostrare la loro solidarietà con gli iracheni e i palestinesi – ma fa riflettere la consapevolezza che la mancanza di libertà democratiche ha contribuito al perpetuarsi dell’occupazione di quei paesi. 

L’incapacità degli arabi di difendere l’Iraq o di liberare la Palestina è giunta a simboleggiare un’impotenza araba che è stata perpetuata dallo stato di paura e di paralisi in cui è vissuto il cittadino arabo comune, emarginato dall’ingiustizia sociale e schiacciato dall’oppressione dell’apparato di sicurezza. 

Quando è stato consentito loro di mobilitarsi a sostegno degli iracheni o dei palestinesi è stato soprattutto perché la loro rabbia potesse essere distolta dai loro stessi governi e diretta verso una minaccia straniera. Per tanto tempo, hanno messo da parte le loro rivendicazioni socio-economiche per dar voce al loro sostegno a favore degli occupati, solo per svegliarsi il giorno dopo incatenati dalle stesse catene della repressione. 

Per tutto il tempo, sia i governi filo-occidentali che anti-occidentali hanno continuato a fare affari come il solito, il primo campo contando sul sostegno degli Stati Uniti per rafforzare il proprio ruolo di governo autoritario e il secondo su slogan anti-israeliani per conferire legittimità alla repressione del proprio popolo. 

Ma ora, la gente di tutta la regione – non solo dell’Egitto e della Tunisia – ha perso fiducia nei propri governi. Per non sbagliare, quando i manifestanti si sono riuniti a Damasco o ad Amman per esprimere la loro solidarietà con i rivoluzionari egiziani in Tahrir Square, in realtà si stavano schierando contro i loro stessi governanti. 

A Ramallah, i manifestanti hanno ripetuto uno slogan che richiedeva la fine delle divisioni interne palestinesi (che, in arabo, fa rima con la richiesta egiziana per la fine del regime), oltre a chiedere la fine dei negoziati con Israele – mandando un messaggio chiaro che non ci sarà più spazio per l’Autorità Palestinese se questa continuerà a fare affidamento su tali negoziati. 

Negli anni 1950 e 1960, milioni di arabi si riversarono sulle strade determinati a continuare la liberazione del mondo arabo dai resti della dominazione coloniale e dall’egemonia americana in espansione. Nel 2011, a milioni si sono riversati sulle strade determinati a garantire la loro libertà ma anche per assicurarsi che gli errori compiuti dalle generazioni precedenti non si ripetano. Slogan contro un nemico straniero – per quanto legittimi – suonano vuoti se viene posta da parte la lotta per le libertà democratiche. 

I manifestanti al Cairo ed oltre, possono innalzare fotografie di Gamal Abdel Nasser, perché vedono in lui un simbolo della dignità araba. Ma, a differenza di Nasser, i manifestanti stanno invocando un senso di nazionalismo pan-arabo che comprenda che la liberazione nazionale non può andare di pari passo con la soppressione del dissenso politico. Per questo è una vera unità araba galvanizzata dal comune desiderio per le libertà democratiche. 

Lamis Andoni è un analista e commentatore sul Medio Oriente e sulle questioni palestinesi. 

(tradotto da mariano mingarelli)