The Middle East Channel – FP
Le premesse non veritiere: due decadi di mancata formazione di uno stato.
di Alaistar Crooke
Negli ultimi decenni, Europa e America hanno condiviso una costante convinzione: cioè che Israele, al di là delle proprie necessità, debba cercare di conservare una maggioranza ebraica all’interno del paese. E che con il tempo e una popolazione palestinese in crescita, a un certo punto dovrà adeguarsi all’esistenza di uno stato palestinese per poter conservare tale maggioranza ebraica: è che solo concedendo ai palestinesi un loro proprio stato e quindi liberandosi di una parte dei palestinesi che sono sotto il suo controllo, può essere salvaguardata la maggioranza ebraica di Israele.
Questa semplice asserzione ci ha fornito la dottrina della sicurezza-prima-di-tutto: il corrispondere alla autodefinizione di Israele dei suoi requisiti di sicurezza – si presume – si pone come principio unico e sufficiente, che consente a Israele il passaggio con certezza alla soluzione a due-stati.
Ma Israele non lo ha fatto – nonostante le molteplici opportunità di questi ultimi 19 anni – ed ora non sembra più disposto a “concedere” l’esistenza di uno stato palestinese. Raramente si è chiesto perché, se la logica è davvero convincente, non è apparso evidente avere due stati?
Questa storia della sicurezza-prima-di-tutto è convincente, tanto convincente che la politica europea e americana è stata stravolta quasi completamente per andare incontro all’obiettivo di fornire a Israele una garanzia di sicurezza. Quest’ultimo scopo è stato perseguito fino all’eccesso – e perfino oltre, al punto che qualsiasi sovranità residua che potrebbe rimanere a uno “stato” palestinese di questo tipo equivarrebbe a poco più di una occupazione protratta.
Eppure, per la frustrazione dei leader occidentali e nonostante “l’impennata” di sicurezza di questi ultimi anni, uno stato palestinese sembra lontano più che mai. I leader occidentali, vincolati al modo di pensare dominante, non sembrano avere alcuna soluzione: mentre fanno pressione, insistono su una cooperazione ancor maggiore con Israele nel campo della sicurezza e della costruzione di fiducia .
Ma forse sono sbagliate entrambe le premesse sia quella originale per cui “la sicurezza di Israele richiede uno stato palestinese” che quella ad essa connessa secondo la quale costruire un’associazione per la sicurezza con lo stato di Israele è un necessario sine qua non alla transizione di Israele alla soluzione a due stati. Forse Israele ha avuto un’alternativa alla presunta inevitabilità dei due-stati con uguali diritti politici per tutti i cittadini. Le prove di fatto delle azioni israeliane non confermano in modo lampante la tesi secondo la quale Israele sta preparando la transizione a una soluzione a due-stati con confini definiti e uno stato palestinese sovrano. Al contrario, le prove vanno in direzione opposta: che era deciso a compromettere la soluzione a due-stati all’interno di confini definiti.
In contrasto con ciò che ha presunto l’opinione generale, questo suggerisce ben diverse riflessioni.
Ci indirizza piuttosto a una cultura prettamente militare che si afferma da prima della guerra dello Yom Kippur e che evolve organicamente passando attraverso tre fasi distinte. Le sue radici attengono a una cultura militare non ortodossa sul come difendere l’allora Sinai occupato dall’esercito egiziano. Il successo di questa strategia in seguito si è vista recepita, in primo luogo come struttura difensiva per proteggere il fronte orientale di Israele, e successivamente come base per gestire l’occupazione della West Bank – diretta sempre contro il nemico interno: i palestinesi, piuttosto che proprio contro i nemici esterni.
Nella seconda fase, tanto quanto si diffonde la sua radicale mancanza di rispetto per lo spazio riservato all’esercito e ai confini della politica e diventa prevalente nell’esercito israeliano – questo modo di pensare permea la membrana passando dalla sfera militare a quella politica, per divenire una radicale mancanza di rispetto nei confronti dello spazio amministrativo e giuridico dei Territori Palestinesi Occupati (OPT). Esso porta per palestinesi e israeliani ad una divaricazione strutturale verticale di entrambi i campi, amministrativo e giuridico, e per estensione lascia segni profondi anche nella politica palestinese. Tutto ciò si evolve per diventare una più ampia strategia di gestione per i Territori Palestinesi Occupati.
Nella terza fase, principalmente a seguito del successo della sua estrinsecazione militare avvertita durante e dopo la seconda Intifada, la visione si evolve per diventare ancora una volta un sistema politico per gestire da una sola angolazione tutti e tre i filoni della questione palestinese – i palestinesi degli OPT, i palestinesi che vivono all’interno della Linea Verde e i palestinesi che vivono nei campi profughi.
In un sistema politico generale, quest’ultima manifestazione è parsa offrire agli israeliani la prospettiva di poter conservare le aspirazioni fondamentali ad essere uno stato sionista nel mondo contemporaneo – a costo ragionevole in relazione alla sicurezza – senza dover sottoporre le fondamenta del “progetto” Israele ad una prova troppo severa: questo modo di pensare sembra permettere alla maggior parte degli israeliani di aggirare la maggiore contraddizione esistente tra uno stato ebraico privilegiato ed esclusivamente sionista di contro alle esigenze di una vera democrazia e della parità dei diritti, che risultano non realizzate nel sionismo contemporaneo. Oppure, in termini semplici, sembra consentire agli israeliani sia di sfuggire “all’inevitabilità” del dover dare il consenso a uno stato palestinese allo scopo di preservare una maggioranza ebraica, che di dover rinunciare al sionismo in uno stato con reale parità di diritti per le minoranze non-ebraiche, come nel caso dei palestinesi che risiedono all’interno della Linea Verde.
L’evidente conseguenza dell’esistenza e addirittura della preminenza di quest’altro sistema politico, di questa “logica” alternativa nelle opinioni delle istituzioni israeliane, è data dal fatto che la politica europea e degli Stati Uniti è su una strada sbagliata – ed è stata su una strada sbagliata almeno dalla fine della seconda Intifada. Si suggerisce che la mancata istituzione di uno stato non è data tanto dalla carenza di una qualsiasi sicurezza per i palestinesi, quanto, cosa ancor più importante, dall’ostacolo rappresentato dai timori dei sionisti israeliani in relazione all’inevitabilità di dover concedere pari diritti ai palestinesi che risiedono in Israele. C’è un timore reale che il progetto dello stato ebraico di Israele potrebbe eventualmente implodere nel caso in cui tali fondamenta esclusive venissero ad essere messe a una prova troppo dura da un obbligo di concedere uguali diritti politici e confessionali a tutti i cittadini.
In breve, forse la ragione principale per cui non esiste uno stato palestinese è duplice. In primo luogo, com’è nel momento di una decisione chiave, nell’insieme gli israeliani sono riluttanti di fronte alla prospettiva del precedente sionismo – di risolvere il paradosso di fondo consistente nel cercare di conservare un sistema di diritti e di privilegi speciali in concomitanza con la loro pretesa di uno stile di democrazia occidentale. In secondo luogo, un “sistema” politico che sembra offrire un “soluzione” a un paradosso, ne ha introdotto un altro: sia questa scienza militare non ortodossa che il sistema politico che l’accompagna hanno conferito la legittimità ai coloni di sostenere che il loro sionismo fondamentalista è nel contempo autentico e un’esigenza difensiva, oltre che discendere in linea diretta da quello originale dei “pionieri” del sionismo.
Questo conferimento di legittimità ideologica ai coloni da parte dello stato di Israele, che a sua volta è una diretta conseguenza del mancato rispetto dei confini politici e spaziali, si ripercuote profondamente su ogni prospettiva per la gran parte degli israeliani di confrontarsi con il “sionismo dei coloni.” Sostenendo la legittimità della continuità lineare, i coloni sono riusciti a fondere gran parte del loro progetto di colonizzazione della West Bank con quello originale della fondazione di Israele. Perciò, se si vuole mettere in dubbio l’uno (le colonie della West Bank), di fatto, si deve mettere in dubbio anche l’altro (la fondazione di Israele). In tal modo, il “sionismo dei coloni” e riuscito per lo più a tenere tutto il sionismo in ostaggio della sia specifica definizione di sionismo. La prospettiva di un impegno politico che ruota intorno al fulcro del dilemma che affronta il sionismo, naturalmente, indebolisce ulteriormente qualsiasi effettiva decisione di affrontare il paradosso – e accresce i timori che si sarebbero dovuti provare, che ciò potrebbe portare ad un conflitto civile intestino – mettendo alla prova le radici del sionismo stesso.
Forse allora il problema di garantire che venga affidata a Israele la responsabilità della sicurezza palestinese è una sorta di specchietto per le allodole, dietro al quale si trova un ostacolo molto diverso e fino ad ora insormontabile per l’istituzione di uno stato palestinese. Se è così, esso comporta importanti implicazioni in relazione all’approccio. Suggerisce che la recente politica europea e degli Stati Uniti nei confronti dell’Autorità Palestinese, per ciò che riguarda in primo luogo la modalità della sua sicurezza, è stata sfruttata efficacemente da questo modo di pensare “alternativo”, per facilitare e potenziare un sistema speciale di diritti differenziati per una parte della popolazione, a scapito di quella subordinata.
Il professor Mushtaq Khan, un ex consulente del gruppo di lavoro palestinese a Oslo, in un recente discorso tenuto a Ramallah su questo punto ha fatto notare: “Una delle cose veramente interessanti riguardante la contrattazione che sta dietro a Oslo era che non si basava sulla [formula] terra in cambio della pace” in nessun caso. “In effetti il pensiero palestinese non si basava affatto su di una strategia della contrattazione.”
Khan osserva che la leadership palestinese non aveva di fatto alcuna possibilità di contrattare o di far pressioni su Israele. Infatti, Il Presidente dell’OLP Yasir Arafat era entrato nel processo di Oslo solo a seguito di una serie di gravi errori di valutazione: le attività di Fatah in Giordania che avevano portato alla sua espulsione; il suo coinvolgimento nella guerra civile libanese che, pure, aveva determinato il ritiro di Fatah; inoltre il sostegno di Arafat a Saddam Hussein nella prima Guerra del Golfo, che ha portato gli sponsor chiave di Fatah a recidere i finanziamenti. Dal 1987, Fatah stava confrontandosi pure con l’ascesa di Hamas a Gaza. Yasir Arafat non vedeva l’ora di tornare in Palestina per arginare il crescente disaccordo nei confronti di Hamas e degli altri movimenti e acquietare la sua stessa preoccupazione che Fatah stesse perdendo il controllo della dirigenza qual’era emersa dalla prima Intifada.
I negoziati di Oslo per i due-stati, suggerisce Khan, si erano basati su un’asserzione degna di nota: Che il potere di contrattazione dei palestinesi era semplicemente irrilevante. Khan ha spiegato ulteriormente, “Tutti erano convinti che il finale di partita fosse chiaro. Alla fine, la soluzione a due-stati sarebbe affiorata solo perché la potenza dominante ……l’avrebbe accettata, nel suo esclusivo interesse…[e] che questo era il solo modo perché Israele potesse assicurarsi una base demografica per il sionismo…Allora, perché abbiamo bisogno di preoccuparci di leggere i documenti? Firmiamo subito…”
Il professor Khan ha osservato che la presunta inevitabilità di uno stato palestinese è stata riflessa nell’impianto di Oslo: Esso è stato costruito interamente come un esercizio di rafforzamento della fiducia, piuttosto che un serio negoziato basato su un potere contrattuale. “Ci si siede a un tavolo, si comincia a conoscerci l’un ‘altro [e] non devi preoccuparti troppo…in quanto alla fine, loro [gli israeliani] ti daranno quello che ti serve.” In realtà, spiega Khan, Oslo non ha portato a tale risultato: “Si sa che Oslo non ha funzionato fin dal primo giorno…Dopo la firma di Oslo, Israele non se ne è andato dai Territori Palestinesi Occupati. Infatti, Israele ha invaso i Territori Palestinesi Occupati in modo ancor più significativo. Ha firmato trattato dopo trattato per ottenere il controllo sulle variabili economiche chiave palestinesi: commercio estero, fiscalità, valuta, movimenti della forza lavoro….L’integrazione con Israele ha assunto questo strano carattere…non si trattava né di integrazione né di separazione, ma della politica di contenimento [asimmetrico] secondo le condizioni di Israele, il che sta a significare che Israele è penetrato entro i Territori Palestinesi Occupati e ha cercato di imbrigliarli dall’interno. Ora, perché lo si vorrebbe fare se si sta cercando di ritornare ai confini del 1967? Che logica c’è in tutto ciò?”
Che cosa stava succedendo, infatti, era l’evoluzione di una logica diversa; che procedeva in senso opposto alla presunzione dell’inevitabilità di uno stato palestinese e che per gli israeliani sembrava aprire ai loro leader una finestra di opportunità politica in grado di posporre o evitare l’enigma che è fondamenta del sionismo: Come conservare diritti differenziati in un’area fisica che comprende una vasta popolazione palestinese.
Lo spettro di come includere politicamente popolazioni di gruppo estraneo (non-ebree) in uno stato sionista ha ossessionato le istituzioni sioniste e più tardi i successivi governi fin dalle origini del sionismo. Che cosa il professor Khan ha notato stessero dicendo, dopo Oslo, i segnali – ignorati in Occidente – era che i leader israeliani ritenevano di essere prossimi all’evolversi di una soluzione per questo enigma riguardante la gestione di diritti differenziati in uno stato a maggioranza sionista, che comprende consistenti minoranze.
Nella concezione sionista, per come viene messa in pratica, Israele non può essere semplicemente uno stato con parità politica e confessionale. Fondamentalmente il sionismo comporta la istituzione di diritti differenziati per ebrei e non-ebrei, e la concessione di una priorità all’immigrazione ebraica. Diritti differenziati si ripercuotono su ogni cosa, in particolar modo sull’accesso alla terra, all’alloggio, al lavoro, ai sussidi, sullo sposare stranieri e sulla migrazione. La rivendicazione di parità di diritti confessionali e politici da parte delle minoranze all’interno di uno stato sionista rappresenta pertanto una contraddizione interna – una minaccia per questo regime di diritti speciali.
Nel gennaio 2008, Tzipi Livni lo spiegò chiaramente ai negoziatori palestinesi: “Israele è stato creato per diventare il focolare nazionale per gli ebrei di tutto il mondo. L’ebreo ottiene la cittadinanza non appena mette piede in Israele, senza che sappia perciò nulla sulla natura di Israele…Le basi per la creazione dello stato di Israele sono date dal fatto che esso è stato creato per il popolo ebraico….Israele è lo stato del popolo ebraico – e vorrei sottolineare che il significato del “suo popolo” è del “popolo ebraico”….Il vostro stato sarà la risposta riguardante tutti i palestinesi, compresi i profughi” (l’enfasi è dell’autore).
In breve, lo stato sionista deve rimanere aperto a qualsiasi ebreo che bussi alla sua porta, cercando di stabilirvisi. Ma per sostenere un tale diritto in un paese dal territorio molto limitato ne consegue che la terra e l’acqua debbano essere mantenute sotto il controllo israeliano. Altrettanto importante, la conservazione del territorio ha supportato la versione sionista di un legame speciale dell’ebreo con la terra, che ha conferito un’accertata influenza politica. Meno riconosciuto è che pure l’ambiguità spaziale e la differenziazione sono servite per separare i palestinesi dal territorio specifico, dallo spazio delimitato. E ciò ha comportato la loro separazione dall’acqua e dalle altre risorse – da quei punti fissi che servivano appunto per legare i palestinesi alla loro terra in senso fisico.
Questo diverso calcolo politico tra i tanti che sposano la causa di uno stato sionista – di fronte ai pochi che abbracciano quella di uno stato israeliano con parità di diritti nel quale viene conservata una maggioranza ebraica – era ciò che era riposto dietro alla risposta israeliana a Oslo apparentemente contraria, che Khan aveva messo in evidenza nel suo discorso. Le implicazioni di questo ultimo punto, in gran parte assente nei dibattiti sul conflitto israelo-palestinese, vanno al cuore del calcolo di Israele di sfruttare l’istituzione di uno stato palestinese con confini internazionalmente riconosciuti. Confini fissi e ciò che questo comporta per la strategia israeliana sono il cuore del problema.
Così tanta parte della logica alternativa, l’evoluzione della disciplina militare, come pure la sua contestuale visione politica può essere fatta risalire ad Ariel Sharon, e al suo radicale rifiuto della disciplina militare convenzionale della difesa statica, lineare delle frontiere di Israele (che ha inizio con la discutibile opposizione di Sharon alla Linea Bar-Lev situata in prossimità del canale di Suez), e con il suo trattare in modo innovativo lo spazio fisico. La deliberata “radicale mancanza di rispetto” di Sharon per lo spazio militare formale – che lo considera flessibile e dinamico, piuttosto che statico e sequenziale al fine di ottenere una sorpresa tattica ed anche un disorientamento psicologico indotto nel suo avversario – è stato messo in evidenza da Eyal Weizman essere divenuta oggi la disciplina militare principale nella gestione dei Territori Palestinesi Occupati – come pure nel costituire le basi per la difesa di Israele verso l’esterno.
La guerra dello Yom Kippur ha giustificato appieno l’approccio di Sharon consistente in una rete difensiva basata su una matrice di punti di forza sopraelevati diffusi in tutta la profondità del Sinai, che ha agito come una estesa “trappola” spaziale, fornendo agli israeliani un elevato livello di mobilità, paralizzando invece il nemico catturato all’interno della matrice di punti di forza interconnessi. Dopo la guerra, il pubblico israeliano non ha più creduto nell’idea che i confini fossero impermeabili dall’esterno.
Il trauma della campagna del Canale di Suez del 1973 ha inciso profondamente nella coscienza nazionale. Ha gettato discredito sulle strutture statiche da Linea tipo Maginot di Bar-Lev e per estensione sul progetto similare di difesa lineare – il Piano Allon ad est. Il ritorno di Sharon al potere politico, nel 1977, gli ha reso possibile trasporre analoghe considerazioni alla West Bank palestinese, che sarebbe diventata la profondità difensiva per il fronte orientale di Israele. Sharon concepiva la profondità della West Bank nella sua totalità come un’unica “frontiera” vasta e permeabile, e poteva quindi ritenere ogni sottile linea tracciata a matita come un qualche confine politico. Nel 1982, Sharon disegnò la matrice del suo piano “H” di punti forti per le colonie nella West Bank tale da rispecchiare la strategia del Sinai. La matrice della strategia difensiva di Sharon era tuttavia permeabile al “sionismo dei coloni” con un nuovo scopo e legittimità, oltre a riconfermare della versione sionista del legame ebraico con la terra – un fatto che in seguito avrebbe portato a profonde conseguenze politiche.
Quando Ariel Sharon ha “tirato” i bordi della linea di confine di Israele e li ha “fatti cadere” su entrambi i lati della West Bank, al fine di allungare la sua matrice a rete di punti di forza, che sarebbe divenuta pure la nuova ampia “frontiera” di Israele estesa nello spazio, in tutta l’interezza della West Bank, di fatto Sharon voleva dire che i coloni della West Bank rappresentano la linea di frontiera del territorio del pre ’67 spazialmente esteso, tanto quanto di tutte le terre occupate del post ’67. E’ stato proprio questo il suo punto di vista: non importa se Israele è dato dal territorio del pre ’67 o del post ’67 – a suo dire, tutti i confini sono fluidi e mutevoli. Ciò che era importante era la profondità della difesa. Secondo questo modo di vedere, il “sionismo dei coloni” rappresenta semplicemente la frontiera di Israele, da qualsiasi parte si può dire che si trovi – se ancora più lontana all’esterno o più vicina all’interno. Tuttavia, non solo il “sionismo colono” concede ai “coloni sionisti” la copertura della continuità lineare: E’ stato lo stato di Israele a garantire loro una continuità lineare con la fondazione di Israele e a fare di loro una necessità strategica.
La matrice-trappola di Sharon della “frontiera”, estesa, elastica e permeabile, in ambito militare ha dato inizio così al processo di offuscamento delle distinzioni tra un dentro e un fuori politico. Questo e il concetto di Sharon di spazio “mancato di rispetto”, è diventata la costante dottrina militare israeliana.
In un’intervista riguardante l’aggressione di Israele al campo profughi di Balata del 2002, il generale Aviv Kochavi (attualmente a capo dell’intelligence militare israeliano) ha spiegato che “il nemico [i palestinesi] interpreta lo spazio in un modo tradizionale, classico.” Vale a dire, “il vicolo [in un campo palestinese] è uno spazio da attraversare proibito [per il pericolo di cecchini] ai [i soldati israeliani]; ed è proibito passare attraverso la porta [per paura di trappole], ed è proibito guardare attraverso la finestra di una casa palestinese ….Ma non voglio obbedire a questa interpretazione [dello spazio, come pure del diritto internazionale] e cadere nella sua trappola. Voglio sorprenderlo. Questa è l’essenza della guerra. Ho bisogno di vincere. Ho bisogno di saltar fuori da uno spazio inatteso….Questo perché abbiamo scelto di passare attraverso le pareti [delle case palestinesi a Balata]. Siamo capaci di interpretare l’intero spazio in modo diverso.”
Shimon Naveh, ex direttore dell’Istituto di Ricerca di Teoria Operativa (OTRI), l’organizzazione che ha istruito tutti gli ufficiali israeliani di rango superiore sullo “scontro urbano come problema spaziale,” nel 2006 ha commentato, “ Vogliamo confrontare lo spazio increspato della pratica militare tradizionale, fuori moda con la scioltezza che permette il movimento attraverso lo spazio che valica tutti i confini e le barriere. Invece di contenere e organizzare le nostre forze sulla base delle frontiere esistenti, vogliamo passare attraverso di loro.” Uno degli scopi principali dell’OTRI è stato quello di liberare Israele dall’essere fisicamente presente nei Territori Palestinesi Occupati pur mantenendone il controllo di sicurezza. Il suo obiettivo è stato quello di sostituire la vecchia modalità di dominio territoriale con una più recente de-territoriale, che l’OTRI ha chiamato “occupazione attraverso scomparsa.”
Fondamentalmente, il carattere indistinto dello spazio stabilito e delimitato partendo dalla sfera militare israeliana ha progressivamente pervaso quella politica. Inoltre, il principio di rendere indistinto ciò che è dentro da ciò che è fuori è stato esteso allo spazio politico e giuridico dei Territori Palestinesi Occupati. Ciò ha reso possibile modellare uno spazio a due-strati, con il sottoporre ebrei israeliani e arabi ciascuno a matrici di mobilità e di trattamento amministrativo diverse.
Un certo numero di accademici israeliani, come Adi Ophir e Ariella Azoulay, hanno delineato le modalità con cui i palestinesi dei Territori Palestinesi Occupati sono giunti ad essere considerati da Israele come un “nemico” a tal punto che questa “inimicizia” viene ritenuta come una qualità peculiare della società palestinese stessa, che invalida quindi la possibilità che i palestinesi possano essere considerati degni di venire trattati seriamente come “esseri” politici e sicuramente non plausibili per tali diritti – sia giuridici che politici – che di solito Israele conferisce ai suoi stessi cittadini. I palestinesi, con l’essere etichettati come una irredimibile minaccia interna, sono spogliati di ogni visibilità politica: le azioni dei palestinesi vengono lette invece come espressioni di un’ardente e innato sentimento di inimicizia, per cui ogni attribuzione di diritti politici sarebbe una risposta inappropriata. La chiave della conseguenza politica, al contrario di quella militare, è stata il fare e poi l’adombrare la diversità tra la politica israeliana all’interno e gli aspetti giuridico/politici all’esterno – proprio come gli ostacoli fisici determinano una separazione concreta ma poi rendono indistinto il loro significato politico tramite la conservazione di barriere temporanee e mobili.
Eyal Weizman sostiene che la costruzione da parte di Sharon di una barriera di sicurezza nella West Bank non ha contravvenuto alla visione di Sharon, ma l’ha piuttosto confermata. La barriera non è una frontiera e neppure è definitiva. Nel corso degli anni, Israele è stato restio nel definire il suo tracciato e ha cercato di rendere indistinto il suo significato politico. La barriera costituisce piuttosto un ostacolo ulteriore e uno strumento di separazione simile ad un checkpoint prolungato, ma che è situato evidentemente alla più immobile estremità dello spettro di ostacoli affrontati dai palestinesi.
Uno spazio giuridico e amministrativo differenziato ha consolidato perciò il principio politico sionista di diritti politici pure differenziati. Questo sistema a due livelli prevede l’esclusione politica dei palestinesi ma mantiene la dipendenza palestinese e l’integrazione giuridica soggette all’apparato di controllo israeliano. Nella sostanza, il sistema è una eccezione alla sovranità della quale si sono occupati filosofi quali Carl Schmitt e Giorgio Agamben. Di fatto, i Territori Palestinesi Occupati divengono una eccezione temporale e spaziale, qualcosa là fuori, disconnesso dal corpo politico principale all’interno della Linea Verde, ma anche una parte di esso. Si tratta di una geografia mutevole nella quale è sospeso lo stato di diritto sotto la copertura della legge. Pertanto il principio dentro-fuori di Sharon si riflette ora come un sistema politico distinto, così come una disciplina militare.
L’induzione militare sistematica di confini elastici e l’uso calcolato di livelli di violenza militare oscillanti sono destinati a far vivere i palestinesi – dislocati da qualche parte nei loro stessi territori - in modo vulnerabile, mentre l’insicurezza psicologica intrinseca causata dalla manipolazione dello spazio politico (mancata definizione finale dei confini) ha lo scopo di mantenere inerti e condiscendenti i palestinesi, un effetto indotto su un insieme di persone e non molto dissimile dal tipo di disorientamento auspicato nei loro patrocinati da coloro che interrogano.
Questa forma di esclusione-inclusione colpisce pure i palestinesi cittadini di Israele. Essi sono considerati un gruppo estraneo sulla base del sospetto di deficit di fedeltà nei confronti dello stato che ci si immagina essi mettano continuamente in discussione. Ora, questo tipo di modo di pensare si è fatto strada anche in Europa. Ad esempio, di recente David Cameron ha utilizzato argomenti analoghi di eccezionalità e di mancanza di fedeltà in riferimento ai musulmani che vivono il Gran Bretagna – una mossa che rafforzerà probabilmente questa elucubrazione mentale in Israele.
Per i cittadini palestinesi all’interno della Linea Verde, instabilità e incertezza non provengono tanto da uno stato di eccezione al sistema giuridico, ma dalla notevole ambiguità e implicita eccezionalità contenute nelle minacce di scambio di popolazioni sostenute da alcuni leader israeliani. La paura di subire una ridislocazione e di diventare vittime dell’avversione e del pregiudizio dello stato diventa così una fonte di ulteriore acquiescenza politica.
Allora, qual’è la logica di tutto ciò? E’ abbastanza chiaro che l’orientamento di questo modo di pensare sta più nel confondere i confini dello stato di Israele che nel definirli. In una collocazione geografica di questo tipo, i palestinesi si trovano nel contempo al di dentro e al di fuori, collocati in una serie di instabili sacche perforate da una matrice di punti di forza e completamente avvolte da Israele, pur rimanendo estranei alla prospettiva di un sistema statale israeliano. E’ la temporalità stessa dello spazio delimitato che permette all’occupazione di continuare in modo permanente.
Tale logica di esclusione-inclusione risolve pure il dilemma di come mantenere le risorse chiave e la versione sionista di un legame personale ai luoghi storici e religiosi viventi, evitando il rischio potenziale di una guerra civile ebraica interna nel caso in cui il “sionismo dei coloni” dovesse essere definito come una deviazione estrema potenzialmente dannosa alla corrente principale del sionismo. Solo attraverso tale ridefinizione radicale del sionismo moderno, che dissocia il “sionismo dei coloni” dalla sua pretesa di rappresentare la continuità lineare con la tradizione sionista, potrebbe dare origine a una soluzione a due-stati con parità di diritti per una minoranza palestinese.
E perché mai Israele vuole continuare l’occupazione in questo modo? Di nuovo Khan: “Una volta che viene reso esplicito l’obiettivo di mantenere il sionismo all’interno di uno stato a maggioranza ebraica…tutto quello che sta facendo Israele ha un senso.” Naturalmente, la paura sta nel fatto che se Israele diventasse uno stato ebraico a confini definiti, la inesorabile richiesta di totale parità di diritti per le minoranze preannuncerebbe la fine dei diritti speciali e del sionismo – Israele cesserebbe di essere uno stato sionista.
Una soluzione a due-stati, perciò, non agevola il problema sul come conservare il sionismo; ma rischia di indebolirlo. La dimensione del gruppo estraneo può essere ridotta dal 40-50 % al 20 % della popolazione dominante ebraica, ma la contraddizione intrinseca di un gruppo estraneo non-ebraico rimane irrisolta in entrambi i casi.
Pertanto, non è sorprendente che il ragionamento sionista di conservare indefiniti i confini, lasciando i palestinesi in uno stato di incertezza sistematica, ma conservando la loro dipendenza dalla benevolenza israeliana, mentre si mantengono gli strumenti di controllo sui palestinesi e sulle risorse di acqua e di terra, è il calcolo che ha prevalso.
Il problema è che la coalizione che sostiene sempre la soluzione a due-stati a un certo punto crolli, perché, come ha sottolineato Mushtaq Khan, se ci fosse l’intenzione di permettere l’accesso ai diritti differenziati al 15 o 20 % della popolazione, perché non dovrebbero esserci diritti differenziati per il 35 o 40 % della popolazione e mantenere intatta la visione sionista a seguito dell’appropriazione della West Bank o per lo meno di ampi tratti della stessa? Questo è il punto in cui si inserisce il sistema politico di Sharon: esso sembra fornire il modo in cui tutto ciò può essere fatto senza mettere troppo a repentaglio la sicurezza.
Dal punto di vista strategico, questo modo di pensare sionista desidererebbe avere in rapporto ai palestinesi ovunque nei Territori Palestinesi Occupati o all’interno della Linea Verde un confine impegnativo? La risposta di Khan è nò. “Che cosa ci guadagna Israele se rinuncia alla terra…quando alla fine della giornata, ci sarà ancora il problema di giustificare di fronte al mondo perché deve mantenere diritti differenziati per un numero consistente dei suoi cittadini?” Alcuni israeliani sosterranno che il problema delle minoranze non-ebraiche all’interno di uno stato a maggioranza ebraica potrebbe essere risolto col garantire a tale gruppo diritti pressoché equivalenti. Ma per la maggioranza degli israeliani, a quanto pare, ciò rappresenta l’estremità sottile del cuneo che porta alla fine del sionismo. Ormai, la maggior parte della sinistra israeliana non fa nulla per nascondere le sue aspirazioni per un sionismo che trionfi sulla piena parità democratica.
Di fatti, la posizione contrattuale di Israele perderebbe effettivamente forza se essa fosse al punto di creare uno stato palestinese sovrano riguardante sia i palestinesi all’interno della Linea Verde che i profughi della diaspora. La gestione da parte di Israele di questi altri due gruppi estranei, dei profughi e dei palestinesi all’interno della Linea Verde, si basa soprattutto sulla sua capacità di continuare a controllare i Territori Palestinesi Occupati.
Mantenendo il controllo anche a distanza dei territori Palestinesi Occupati, Israele conserva aperta la possibilità di trasferire cittadini palestinesi di Israele all’interno dei Territori Palestinesi Occupati tramite scambi territoriali di limitata consistenza. Gli assicura pure la capacità di farsi valere nei confronti del futuro ritorno dei palestinesi al fine di insediarsi nella loro patria, mentre se ci fosse uno stato palestinese sovrano, quest’ultimo potrebbe rifiutarsi di accogliere i profughi, rilanciando a Israele l’onere di dover risolvere in qualche parte il problema dei profughi. Khan sostiene che sarebbe sbagliato immaginare che Israele consideri come apparentemente distinti questi filoni – dei profughi, dei palestinesi che vivono in Israele e dei palestinesi che abitano nei Territori Palestinesi Occupati – come questioni politiche diverse e disgiunte. Dal punto di vista sionista, sono intimamente interconnesse e dipendenti dal fatto che Israele non perda il controllo sul territorio e sulle frontiere.
Se uno stato palestinese minacciasse di minare il sionismo in questo modo, non c’è da sorprendersi che tale occasione non si proporrebbe. E’ semplicemente inconcepibile immaginarsi che ciò avvenga attraverso negoziati con palestinesi privi di potere contrattuale – perché per creare uno stato sovrano e legittimato sarebbe necessario che i palestinesi fossero in grado di costringere Israele a concedere un qualcosa che molti ritengono non sia suo interesse dare: La rinuncia al sionismo. Qualsiasi concessione in questo settore (del sionismo) apre inevitabilmente un vaso di Pandora con il rischio di innescare una guerra civile tra i diversi filoni del sionismo. Si addice maggiormente a Israele avere uno “stato” palestinese senza confini, in modo da tenere negoziati sui confini e fare affidamento su uno stato di incertezza indotta per conservare l’acquiescenza palestinese e internazionale.
Il Vice Primo Ministro israeliano Moshe Ya’alon era sincero quando ad una domanda posta lo scorso anno in un’intervista, “Perché tutti questi giochi di negoziati immaginari?” aveva risposto: “Perché…ci sono delle pressioni. Dall’interno da parte di Peace Now, e da parte di altri elementi dall’esterno. In tal modo si deve manovrare….[noi] dobbiamo…intrallazzare con gli americani e gli europei, che sono sostenuti da ambienti israeliani, [e] che creano l’illusione che si possa giungere ad un accordo….Dico che il tempo lavora a favore di coloro che sanno farne buon uso. I fondatori del sionismo hanno saputo…e noi al governo sappiamo come fare uso del tempo.”
Sever Plocker, il vice capo redattore di Yediot Aharonot, il 25 gennaio scrisse che il recente piano del Ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman per uno stato palestinese senza confini su metà della Giudea e della Samaria, sulla base di precedenti discussioni, era più o meno anche il piano del primo Ministro Benjamin Netanyahu. Poi, “Netanyahu [aveva] sostenuto essere l’attuale situazione sul campo in Giudea e Samaria stabile e sicura, e costituire, a tutti gli effetti, una soluzione per il conflitto. I palestinesi detengono già tre quarti dello stato…hanno una bandiera, un prefisso telefonico internazionale…Ciò che rimarrà da fare al governo, accennò Netanyahu, è solo quello di cambiare il nome dell’entità da “autorità” a “stato” e lanciarle qualche osso in più, un po’ di espressioni simboliche di sovranità, come ad esempio il diritto di coniare la propria moneta – e la pace regnerà per altri 70 anni a venire.”
Da quell’editoriale, molti in Israele, compreso il Ministro degli Esteri e l’Istituto Reut, hanno sostenuto l’idea di uno stato palestinese con confini provvisori.
Ma può aver successo veramente questa inclusione che esclude? Da un lato, questo sistema politico tecnico-spaziale, nonostante la sua pretesa di legittimità filosofica, alla radice non è nulla di più dell’evoluzione del paradigma associato allo stratega chiave del sionismo, Vladimir Jabotinsky: Un modo diverso per far “scomparire” i palestinesi. Ma dall’altro lato, l’apparente successo militare della Forze di Difesa Israeliane nel controllo dei Territori Palestinesi Occupati, utilizzando questo approccio radicale allo spazio, ha convinto molti israeliani, compresa la maggior parte di coloro che appartengono alla leadership israeliana, che esso offre pure la prospettiva contemporanea di un successo politico.
Tuttavia, il suo disprezzo radicale per le norme del diritto internazionale e convenzionale è al contempo una sua novità come pure il suo tallone d’Achille. Diritti speciali per alcuni e inclusione che porta alla sua esclusione per la minoranza, in un contesto politico a due livelli, segnano una chiara contraddizione nel rendiconto dei valori occidentali – e, in quanto tale, mettono in discussione la legittimità di Israele nel proporsi quale faro della civiltà occidentale nel Medio Oriente, minacciando così la legittimità a lungo termine di Israele.
Qui il punto sta nella percezione. Fintanto che la maggior parte degli israeliani avrà fede in questo sistema politico di inclusione-escludente, la politica statunitense dei due stati a pari diritti sarà proprio l’equivalente di fischi nel buio. Non porterà lo stato palestinese a una reale sovranità. Coloro che sono responsabili dell’attuazione della politica occidentale non vedono davvero nulla di tutto ciò? Tutti i loro progetti si accordano in modo così perfetto con il disegno dell’OTRI di “occupazione attraverso la scomparsa”, con tutti i processi occidentali legati alla realizzazione di una effettiva collaborazione di sicurezza palestinese all’interno di una matrice globale di controllo da parte di Israele. Sembra troppo perfetto, troppo strategico per essere casuale.
Non lo si vede davvero? Forse vedono, ma non possono semplicemente sfuggire alla loro stessa premessa non veritiera di un Israele che, ignorando del tutto la testimonianza di una logica “alternativa”, è vincolato alla propria necessità di concedere uno stato palestinese. O è forse, in alternativa, che dei realisti europei e statunitensi sono giunti a concludere che l’acquiescenza palestinese deve essere imposta? Forse solo grazie a una tale acquiescenza Israele può superare le contraddizioni interne alla sua personale ideologia sionista. Queste contraddizioni, se non appianate, potrebbero mettere a rischio la sopravvivenza definitiva di Israele nella regione. Comprendono, cioè, certi leader statunitensi ed europei che c’è l’impossibilità politica per Israele di rinunciare al suo credo sionista e ritengono che Israele possa conservarsi solo facendo accedere delicatamente i palestinesi entro “un’occupazione attraverso la scomparsa” alleviata , che viene spacciata per statualità?
Alastair Crooke è un ex membro dello staff della Commissione d’Inchiesta del senatore Mitchell sulle cause dell’Intifada. E’ autore, direttore e fondatore di Conflicts Forum.
(tradotto da mariano mingarelli)