L'occupazione israeliana e il dilemma dei prigionieri

AIC - Alternative Information Center
05.03.2012
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L’occupazione israeliana e il dilemma dei prigionieri

di  Uri Yaakobi-Keller
 

Il successo dello sciopero della fame di Khader Adnan mostra come la resistenza palestinese sconvolga l’equilibrio dei poteri e possa condurre alla fine delle politiche di occupazione israeliana. 

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Khader Adnan ha concluso il suo sciopero della fame, Israele non rinnoverà l’ordine di detenzione amministrativa. Non morirà in una prigione israeliana e, al contrario, sarà rilasciato ad aprile al termine dell’attuale ordine di detenzione. All’interno della società palestinese, Adnan è diventato simbolo della resistenza mentre in Israele verrà presto dimenticato. Intanto, centinaia di altri palestinesi resteranno nei centri di detenzione israeliani senza che lo Stato muova contro di loro alcuna accusa (e migliaia continueranno ad essere imprigionati in Israele a causa della farsa chiamata “corte militare”). Tutto qua. Caso chiuso. Ma allora perchè è così importante? 

 

Il caso di Adnan è importante soprattutto per quello che simboleggia per il popolo palestinese in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est, un popolo che sta lottando contro l’occupazione israeliana. Ma oltre a ciò, il suo caso esemplifica la situazione generale dell’occupazione e la sua relazione con i palestinesi. Non dovrebbe essere un simbolo solo per i palestinesi, ma per attivisti e governi di tutto il mondo. 

Posto al centro, il caso di Adnan ruota intorno al concetto amorfo di potere. 

I Servizi di Sicurezza Generali di Israele (GSS) sono stati l’istituzione che ha ordinato la detenzione di Adnan. Le esatte considerazioni che hanno condotto a tale decisione non sono note e sono comunque poco importanti dato che il contesto dell’azione è chiaro e cristallino: i GSS, uno dei principali strumenti nelle mani dell’occupazione israeliana e responsabili della sua conservazione, utilizzano terrore e intimidazioni nei confronti dell’intera popolazione palestinese e contro qualsiasi palestinese che osi mostrare apertamente la sua resistenza. I GSS non hanno inventato il metodo della creazione della paura e del sospetto in una popolazione occupata, nell’obiettivo di piegare resistenza e solidarietà. I GSS stanno semplicemente tentando di sviluppare e modificare tali metodi utilizzati già in passato da altri Stati coloniali. 

Date le relazioni di potere tra israeliani e palestinesi, questo non poteva che accadere. L’arresto e la detenzione da parte israeliana di palestinesi è un evento quotidiano nei Territori Occupati, dove quasi ogni famiglia palestinese ha almeno un parente in prigione o ex prigioniero. E non importa si tratti o meno di detenzione amministrava, che manca di qualsiasi forma di giustificazione giuridica, o di scuse legali come l’aver lanciato un sasso o un’altra ridicola accusa. Tutto conduce alle corti militari israeliane, dove la connessione tra legge e giustizia non esiste. Tali azioni, da vedere come una più ampia politica, hanno l’obiettivo di mostrare che le autorità israeliane monopolizzano il potere politico (ed economico) sul terreno. 

La decisione di Khader Adnan di resistere attraverso lo sciopero della fame è una sfida all’intera struttura di potere d’Israele: fondamentalmente Adnan ha mostrato di non voler giocare secondo le regole che conferiscono tutto il potere in mano ai secondini. La cosa importante e interessante da sottolineare è che Adnan ha avuto senza dubbio ragione: il monopolio israeliano del potere, infatti, è solo un illusione che dipende in gran parte sulla stessa cooperazione di Adnan. 

Non è così indubbio che Israele controlli quasi completamente la gestione militare dell’area. Gli israeliani hanno arrestato Adnan con qualche problemi e non avrebbero potuto fare fisicamente con lui tutto quello che avrebbero voluto fare. Tuttavia, i giorni in cui il potere militare e politico era soltanto in mano ad una parte sono ormai alle spalle. Ciò è quanto ha dimostrato Khader Adnan e quello che gli ufficiali dei GSS e i servizi di sicurezza israeliani rifiutano di capire. 

Per questo motivo l’occupazione israeliana è condannata. 

In un’epoca in cui comunicazione e media sono diventati facili da produrre e accessibili e l’agenda del mondo (da cui Israele dipende) prevede democrazia, libertà e legalità (anche se tale agenda è lontana dall’essere completamente implementata), lo sciopero della fame di Khader Adnan ha posto Israele in un vicolo cieco. Una delle opzioni che Israele aveva era quella di rinnovare la detenzione amministrativa di Adnan, decisione che ne avrebbe senza dubbio provocato la morte e conseguenti proteste nei Territori Palestinesi Occupati e la pressione internazionale. L’altra opzione era quella di rilasciare Adnan e riconoscere il fatto che la sua detenzione non aveva alcuna giustificazione e, cosa ancora più importante, che il potere di Israele non è più assoluto. 

Il dilemma di Israele sul prigioniero Khader Adnan ha rovesciato l’equilibrio dei poteri nel quale il dilemma non è quello del prigioniero, ma quello delle sue guardie. Una volta che Adnan si è mostrato risoluto a proseguire lo sciopero della fame senza curarsi delle conseguenze, ha costretto Israele a prendere una decisione per la quale avrebbe comunque perso. Alla fine la decisione di Israele di lasciare libero Adnan si è tradotta in un “contenimento dei danni”, ma non c’è errore: lasciandolo andare, Israele ha perso la battaglia (e l’avrebbe persa anche nel caso in cui Adnan fosse morto). 

Questa è una fondamentale analogia con la condizione generale dell’occupazione: in questo gioco i palestinesi non possono che resistere. Per le stesse ragioni per cui Israele non avrebbe potuto fare quello che voleva con Khader Adnan, Israele si limita a dialogare con le autorità palestinesi. Israele ha commesso, sta commettendo e commetterà atti orrendi, ma nell’attuale realtà politica globale ognuna di queste azioni danneggia il regime. Fino a quando i palestinesi continueranno a resistere alle politiche israeliane, le opzioni del regime di apartheid israeliano saranno solo quelle che alla fine lo distruggeranno. 

Hana Al-Shalabi, detenuta amministrativa palestinese, sta ripetendo la stessa battaglia di Adnan proprio in questi giorni. Non si sa ancora se le autorità israeliane affronteranno il suo caso, ma una cosa è certa: qualsiasi sia la decisione che prenderà, Israele danneggerà se stesso. 

Tradotto in italiano da Emma Mancini (Alternative Information Center)