Jadaliyya.com
02.03.2012
http://www.jadaliyya.com/pages/index/4532/singular-regime-
Proprio il regime giuridico necessita della soluzione a Stato-Unico.
di Noura Erakat
Questo fine settimana la comunità dell’Harvard University ospiterà la conferenza, “Convegno su lo Stato-Unico: Israele/Palestina e la Soluzione per Uno-Stato”. Il convegno promette di essere un dibattito tonificante sulla possibilità di una soluzione a Due-Stati, i vantaggi della soluzione dello stato unico e le sfide per realizzare l’una o l’altra alternativa. Alla luce di tale discussione, ho ritenuto utile condividere le dimensioni giuridiche che dimostrano come il sistema discriminatorio di Israele all’interno dei suoi presunti confini e nei Territori Palestinesi Occupati (OPT) sia un unico regime di Apartheid. Il carattere unitario di questo sistema giuridico innesca contemporaneamente adeguati rimedi giurisdizionali nel diritto internazionale e sottolinea il taglio pragmatico della soluzione a stato unico.

Dalla sua fondazione, lo stato di Israele ha distinto la nazionalità ebraica dalla cittadinanza israeliana. Infatti non esiste una cosa come la nazionalità israeliana. Invece, la legge sulla cittadinanza del 1952, erroneamente denominata “Legge sulla Nazionalità”, ha abrogato il Decreto di Cittadinanza Palestinese del 24 luglio 1925 grazie al quale è stato concesso ai palestinesi indigeni lo status di cittadini e di componente nazionale del loro paese; ciò ha portato alla “snazionalizzazione” de facto di tutta questa gente. Da quel momento in poi, la legge israeliana ha fatto una distinzione tra popolazione ebraica, che possiede nel contempo “nazionalità e cittadinanza”, e la popolazione non-ebraica, vale a dire palestinesi cristiani e musulmani, che hanno “solo la cittadinanza”. Questa distinzione ha lo scopo di privilegiare i diritti dei cittadini ebrei, ovunque essi siano residenti, e/o ridurre i diritti dei non-ebrei (cittadini arabo-palestinesi), a prescindere dal loro status di cittadini dello Stato, siano essi residenti di Gerusalemme Est, civili che vivono sotto occupazione nei Territori Palestinesi Occupati, o profughi che sono in esilio, per ciò che riguarda i diritti di residenza, la proprietà della terra, la libertà di movimento, la nazionalità, la cittadinanza e il diritto di tornare a vivere nel proprio paese.
Il duplice sistema di Israele agevola l’obiettivo dichiarato dello stato di conservare una significativa maggioranza ebraica anche a fronte della crescita naturale della popolazione. All’interno dello Stato ci sono approssimativamente 1,2 milioni di palestinesi-israeliani che rappresentano il 20% della popolazione. Tenuto conto costantemente della popolazione ebraica dello Stato e considerando il Mandato sulla Palestina nel suo insieme, i palestinesi cristiani e musulmani nel 2025 saranno in numero superiore a quello dei loro omologhi ebrei. Nonostante il dichiarato impegno a essere sia ebraico che democratico, le istituzioni israeliane danno priorità, al di sopra di ogni altra cosa, al carattere ebraico dello stato, anche, e spesso, a scapito del suo essere democratico. Ciò equivale a una serie di leggi, politiche e decreti giudiziari all’interno dello stato e nei Territori Palestinesi Occupati volti a ridurre la presenza dei cittadini non-ebrei, vale a dire una politica di popolazione coatta.
La Legge del Ritorno (1950) definisce di nazionalità ebraica chiunque è nato da madre ebrea o si è convertito al giudaismo e non è membro di una qualsiasi altra religione. Tale nazionalità conferisce diritti e privilegi esclusivi, tra cui quello di entrare in Israele in qualsiasi momento, di ottenere la cittadinanza in qualunque momento e di vivere in Israele e/o nelle colonie della West Bank. In pratica, questa distinzione offre più diritti ai cittadini ebrei che vivono al di fuori di Israele e che non hanno mai visitato o curato di visitare lo Stato di quanto non faccia con i cittadini non-ebrei dello stato stesso.
I tentativi di Israele di conservare una maggioranza ebraica guidano la sua politica di trasferimento forzato in tutta la Palestina del Mandato. Lo spostamento della popolazione si pone l’obiettivo di modificare la composizione etnica di un’area con il portare la gente entro e/o fuori dalla zona stessa. Componenti specifiche della politica di trasferimento della popolazione equivalgono a crimini di guerra in base allo Statuto di Roma (artt.7 e 8) e della IV Convenzione di Ginevra (artt. 49 e 147). La Sotto-commissione di Prevenzione della Discriminazione e per la Protezione delle Minoranze della precedente Commissione per i Diritti Umani ha definito con chiarezza trasferimento di una popolazione come:
lo spostamento di gente in conseguenza dei processi politici e/o economici al quale prendono parte il governo dello Stato o agenzie autorizzate dallo stesso. Questi processi comportano un certo numero di risultati intenzionali o non intenzionali che vanno a ledere i diritti umani della popolazione trasferita, così come gli abitanti di una zona in cui vengono trasferiti i coloni (…..). Il ruolo dello stato può implicare aiuti finanziari, pianificazione, informazione pubblica, intervento militare, ingaggio di coloni, legislazione o altra azione giudiziaria, e persino l’amministrazione della giustizia.
Questa politica è altrettanto diffusa all’interno della West Bank quanto lo è all’interno di Israele. In entrambi i casi si propone di agevolare la migrazione e l’insediamento di cittadini di nazionalità ebraica, pur garantendo nel contempo il loro status dominante e giuridico a scapito dei diritti degli arabi palestinesi, al fine di costringere e/o esigere il loro spostamento forzato. Detta politica, insieme alle altre basate sulla distinzione tra cittadini di nazionalità ebraica e cittadini non-ebrei, viola specificatamente gli Articoli II (c) e II (d) della Convenzione sull’Apartheid.
Le leggi discriminatorie di Israele sulla terra costituiscono una componente fondamentale della politica di trasferimento della popolazione. Questa litania di leggi comincia con la Legge sulla Proprietà degli Assenti (1950), che ha autorizzato lo Stato a istituire un Custode per confiscare le terre di quelle persone che sono ritenute assenti o presenti-assenti. Definisce assenti quei profughi che sono fuggiti durante la guerra e ai quali, come dato di fatto, è stato negato l’ingresso. Allo stesso modo, sono considerati presenti-assenti quei palestinesi che sono fuggiti dalle loro case, ma sono rimasti all’interno di Israele, noti pure come sfollati interni. Anche loro non sono stati autorizzati a far valere i diritti sulle loro case e terre. Secondo la Legge sulla Proprietà degli Assenti, il Custode ha trasferito le terre all’Autorità di Sviluppo (DA – Development Authority) il cui scopo era quello di “operare con le corrispondenti agenzie governative per acquisire e sistemare le terre a favore dei nuovi arrivati immigrati ebrei.” Secondo la legge, l’Autorità di Sviluppo può trasferire la terra solo allo Stato e al Fondo Nazionale Ebraico (JNF) perché venga utilizzata a beneficio esclusivo del “popolo ebraico”. Con questa legge sulla terra, Israele ha tramutato il 93 % delle terre di proprietà o possedute collettivamente dai palestinesi prima del 1948 in “terre di Israele” che non possono essere impugnate in tribunale in quanto nazionalizzate. Si consideri che i palestinesi-israeliani, che costituiscono un quinto della popolazione, oggi, usano o controllano il 3,4 % della terra.
Leggi più attuali comprendono la Revisione Temporanea del 2003 alla Legge sulla Cittadinanza e l’Ingresso in Israele. Questa legge sospende la possibilità da parte dei cittadini palestinesi di Israele e i titolari della carta d’identità di Gerusalemme di ottenere il permesso, attraverso il ricongiungimento familiare, di vivere legalmente in Israele o nella Gerusalemme Est occupata con i loro congiunti provenienti dagli OPT o da presunti “stati nemici”. Nel maggio 2002, Israele ha emesso la delibera 1813, che ha congelato per tutti i cittadini israeliani o residenti a Gerusalemme est le richieste che si occupavano di coniugi palestinesi provenienti dagli OPT, per evitare la possibilità di un “diritto al ritorno strisciante” attraverso il processo di riunificazione. La Knesset ha istituzionalizzato questa politica per via giuridica nel 2003 quando ha approvato la legge della Revisione Temporanea . Dal momento che la stragrande maggioranza dei cittadini israeliani che desiderano sposarsi con coniugi degli OPT è data da palestinesi, la legge risulta discriminare in modo sproporzionato questi ultimi e viola il diritto a una vita familiare. Inoltre, l’Emendamento del 2003 non modifica la situazione per i cittadini israeliani che chiedono di essere uniti o a coniugi stranieri o a israeliani che vivono come coloni negli OPT. L’11 gennaio 2012, la Corte Suprema di Giustizia ha respinto un ricorso nei confronti della legge sostenendo che “i diritti umani non sono una regola per un suicidio nazionale”. Anche se la Corte ha dichiarato che la legge promuove la sicurezza nazionale di Israele, essa mette in pratica il divieto di ricongiungimento familiare come politica generale, senza la possibilità di un giusto processo. Il parlamentare israeliano alla Knesset, Otniel Schneller, ha giustificato l’intento discriminatorio della legislazione, quando ha detto che “la delibera articola la logica della separazione tra (due) popoli e la necessità di mantenere una maggioranza ebraica….e il carattere dello Stato.”
Nel deserto del Negev, lo Stato applica una politica molto più palese di popolazione coartata. Il Piano Prawer propone di eliminare trentamila beduini, cittadini palestinesi-israeliani, sistemandoli in agglomerati urbani, per far posto a una foresta e a unità abitative per cittadini ebrei. Gli abitanti palestinesi di Al-Araqib hanno rigorosamente resistito a questo piano ricostruendo non meno di venticinque volte le case demolite dal loro Stato. A dispetto delle norme dei diritti umani e della decenza, lo Stato ha citato in giudizio i residenti per il costo delle demolizioni.
Nella Gerusalemme Est della West Bank occupata, anche i palestinesi che avevano ottenuto il permesso di residenza ma non di cittadinanza sono soggetti a trasferimento forato. Secondo il documento di Israele sulla pianificazione municipale della città, Gerusalemme 2000, lo Stato cerca di modificare entro il 2020 il rapporto tra cittadini ebrei e residenti palestinesi non-ebrei da 60:40 a 70:30. Israele mira a realizzare questa trasformazione demografica attuando una convergenza di politiche che includono lo status inconsistente della residenza soggetto a revoca arbitraria, la sistematica demolizione di case, le politiche abitative e di pianificazione discriminatorie e la confisca istituzionalizzata delle terre senza indennizzo. Si consideri che tra il 1967 e il 2010, Israele ha revocato la residenza a 13.115 palestinesi gerosolimitani senza un giusto processo o revisione in quella che è equivalente a una “deportazione silenziosa” . Nel dicembre 2011, il sindaco di Gerusalemme ha suggerito che anche quei 55.000 palestinesi gerosolimitani che si sono trovati sul versante palestinese del Muro di Annessione dovrebbero perdere il loro status di residenti. Il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per Alloggi Adeguati ha trovato che le politiche di Israele equivalgono ad una campagna di ebraicizzazione.
In tutta la West Bank, il trasferimento forzato israeliano della popolazione non è meno ingannevole. La Valle del Giordano, che costituisce il 40% della West Bank, è stata dichiarata quasi interamente una zona militare chiusa ed è stata sede di sistematici spostamenti. In quell’area, le autorità israeliane hanno accelerato l’espansione degli insediamenti e l’installazione di coloni. In aggiunta, lo stato ha drasticamente limitato l’accesso all’acqua della Valle riservandola all’uso esclusivo del suo apparato militare e delle comunità dei coloni, obbligando gli indigeni palestinesi a trasferirsi per poter sopravvivere. Secondo l’Ufficio di Coordinamento per gli Affari Umanitari, Israele sta mettendo in atto politiche di questo tipo per consolidare il suo controllo e favorire la dislocazione degli arabi palestinesi che vivono in Area C, la quale costituisce il 62 % della West Bank.
La realtà di fatto del controllo di Israele sulla totalità dei Territori Palestinesi Occupati è stata colta dagli israeliani che hanno fatto pressione per l’annessione unilaterale della West Bank in violazione del diritto internazionale e delle norme sui diritti umani. Mentre la comunità delle nazioni continua a distinguere tra Israele vero e proprio e gli OPT, questi non fa una tale distinzione in quanto privilegia i cittadini di nazionalità ebraica e/o circoscrive i diritti degli arabi palestinesi in tutta la Palestina del Mandato, indipendentemente dalla cittadinanza o dalla residenza. Questa politica unitaria nei confronti degli arabi palestinesi del territorio mette in discussione l’adeguatezza della Legge sull’Occupazione, per porre rimedio, soltanto, alle continue e gravi violazioni commesse da Israele.
Si consideri che, anche se una soluzione a Due-Stati dovesse essere messa in atto sui confini del 1967, come farebbe questa a tenere conto dei diritti di quei cittadini non-ebrei che, pur essendo cittadini dello Stato, sono sottoposti a trasferimento forzato e a un trattamento da quinta colonna all’interno del paese stesso? Inoltre, come fa una soluzione di questo tipo ad affrontare i diritti dei profughi palestinesi che in nessun caso hanno diritto alla cittadinanza ebraica e sono perciò esclusi istituzionalmente dai benefici della legge del ritorno, comprensiva di ingresso, cittadinanza e residenza? Invece, giuristi e avvocati suggeriscono la necessità che la legge sui diritti umani, che accorda parità di trattamento, tratti globalmente questa malattia endemica.
Al di là di sistemi giuridici appropriati è una questione di pragmatismo. Mentre i sostenitori dei Due-Stati sottolineano il carattere pragmatico di tale soluzione in relazione a quello idealistico di coloro che propongono uno Stato unico e democratico, in primo luogo sul terreno i fatti dimostrano la distribuzione inestricabile delle popolazioni arabe palestinesi ed ebraiche. Infatti, la Striscia di Gaza potrebbe essere l’unico territorio ove c’è una popolazione omogenea. Alla luce di tutto ciò, realizzare una soluzione a Due-Stati renderebbe necessario non solo uno scambio di territori, ma anche trasferimenti di popolazioni ebraiche e palestinesi, che verrebbero ostacolati dalla comunità internazionale in quanto suscettibili di alimentare affrettate politiche di pulizia etnica, simili a quelle osservate nella ex-Jugoslavia. Promuovere l’uguaglianza fra i cittadini di uno stesso stato è forse più pratico che supportare la rimozione forzata di popolazioni volta a conseguire delle entità etnico-nazionali omogenee. Nella rapida trasformazione del Medio Oriente dove cittadinanza, democrazia e pluralismo hanno acquisito sempre più importanza, è particolarmente preoccupante sostenere in Israele e nei Territori Occupati tendenze opposte. Non solo la soluzione a Due-Stati non è in grado di trattare le violazioni israeliane dei diritti palestinesi, ma non è neppure praticabile.
[Per leggere un’ottima analisi di queste leggi e della politica di trasferimento forzato della popolazione, leggere Presentazione di BADIL alla 80° sessione del Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale]
Noura Erakat - E' avvocato palestinese attivista per i diritti umani. Attualmente è professore aggiunto di diritto internazionale umanitario nel Medio Oriente alla Georgetown University e coordinatore associato al BADIL Center for Palestinian Refugee and Residency Rights