È orribile quanti israeliani sostengano l’espulsione dei palestinesi

di Hanin Majadli

Haaretz, 9 febbraio 2025

Cominciamo dalla fine: non è stato Trump a inventare l’idea di trasferire la popolazione di Gaza altrove, né a normalizzare il Genocidio in atto nella Striscia di Gaza.

Nemmeno le minacce di Avigdor Lieberman di trasferire la popolazione araba di Israele sono state un’innovazione. Se il trasferimento della popolazione è diventato un’idea accettabile per la maggior parte degli israeliani, non è per colpa di Trump.

È perché è già avvenuto una volta ed è radicato nel “DNA” di questo Paese. Sì, mi riferisco al 1948, ancora una volta, qualcosa che molti israeliani preferiscono non sentire. Ma quell’espulsione è stato l’evento che ha plasmato la realtà in cui viviamo adesso.

La storia è come una ruota panoramica. Nel 1948 i sionisti credevano che espellere gli arabi dalle loro case avrebbe garantito loro tranquillità all’interno dei confini del loro nuovo Stato. Facendo un salto in avanti di 77 anni possiamo dire che non è andata così. La Deportazione non portò sicurezza allora e non la porterà neanche adesso, anche se potrebbe portare qualche proprietà immobiliare. Vorrei sapere se c’è qualcuno che vuole vivere sopra a una fossa comune, ma se questo non ha disturbato nessuno a Tantura, potrebbe non scoraggiare nessuno nemmeno a Gaza.

Non mi sorprende che la destra in Israele sia estasiata dal piano di Trump. Ciò che è rivoltante e nauseante, tuttavia, è vedere la stessa tendenza nel campo del centro-sinistra, che improvvisamente concorda, quasi entusiasticamente, con l’idea del trasferimento sostenuta da persone che apparentemente odiano meno di quanto odiano gli arabi, ovvero le persone all’estrema destra. La sinistra condivide la loro fantasia, che ricorda la Soluzione Finale.

Senza battere ciglio, dicono: “Qual è il problema con la ricollocazione? Gaza non è più abitabile, forse è un bene per i gazawi che cercano una vita migliore”. È interessante chiedersi perché Gaza non sia più adatta alla vita. Una vita migliore? È sorprendente che vedano una tale ricollocazione come se fosse la stessa cosa di trasferirsi a Berlino o New York, come un’opportunità per una vita migliore per gli abitanti di Gaza.

Quando non si dispone di un passaporto straniero, un po’ di soldi per iniziare, un lavoro che ti aspetta all’estero, un visto digitale temporaneo o un permesso di soggiorno per artisti, e ovviamente una casa in cui tornare alla fine di una vacanza o di un viaggio, non c’è niente di magico in una ricollocazione. Come si può seriamente credere che persone che hanno perso tutto: famiglie, coniugi, figli, proprietà, salute, molte delle quali soffrono di gravi ferite, amputazioni o post-traumi, troveranno una “vita migliore” in esilio, come stranieri.

La distorsione di fondo e di lunga data del dibattito su Gaza, e più in generale sulla questione dei palestinesi, è che questa discussione avviene sempre all’insaputa dei gazawi, che sia negli anni del Mandato Britannico, nello Studio Ovale di Trump o nell’Ufficio del Primo Ministro in Israele.

Ancora una volta, Israele, gli israeliani e gli elementi coloniali stranieri si rapportano ai palestinesi come a persone senza alcun attaccamento alla loro terra. Forse alcuni palestinesi di Gaza a questo punto vorrebbero andarsene , ma sappiamo tutti che una volta che se ne sono andati, non avranno modo di ritornare.

Che il piano di trasferimento di Trump venga realizzato o meno, e scommetto che non andrà avanti, dato che Trump è un illusionista imbroglione che usa giochi di prestigio, e a causa delle molteplici complessità geopolitiche, la consapevolezza di vivere in un paese in cui il 72% della popolazione sostiene apertamente la perpetrazione di un altro Crimine contro l’Umanità su un altro popolo, è agghiacciante e orribile. Non riesco a smettere di pensare a cosa provavano gli ebrei in Germania negli anni ’30. Quando potremo iniziare a fare questo paragone?

 

Traduzione basata sulla versione di Contropiano