Internazionale 1433-29.10.2021
(prima parte rassegna stampa 14.11)
Mohammed el Kurd, The Nation, Stati Uniti
Per mesi gli abitanti palestinesi di Beita hanno protestato contro un avamposto israeliano illegale. Creando un nuovo modello di resistenza.
Non è difficile immaginare in che modo la crudeltà dell’occupazione possa creare delle persone così coraggiose

Coloni ebrei osservano i laser puntati su di loro dagli abitanti di Beita, il 28 giugno 2021
Promemoria costante
La notte della mia visita il discorso torna spesso agli anni della prima intifada. Gli abitanti del villaggio sono stati tra le prime vittime della politica del “rompere le ossa” voluta dall’allora ministro della difesa Yitzhak Rabin, quando all’inizio del 1988 le forze di occupazione fecero irruzione a Beita arrestando venticinque palestinesi per aver partecipato all’intifada. I soldati li picchiarono con le mazze e i calci dei fucili fino a spezzargli le ossa. “Pensavo fosse arrivata la mia ora”, ha ricordato Ribhi Hamdan, che oggi ha 57 anni e fu tra le persone torturate.
Non molto tempo dopo, il 6 aprile, diciotto coloni – due dei quali armati, uno con una pistola mitragliatrice Uzi, un altro con un fucile M16 – scesero al villaggio da un insediamento vicino. Il minareto della moschea avvertì dell’incursione. Quando gli abitanti del villaggio li circondarono, i coloni spararono indiscriminatamente, uccidendo due palestinesi. Inferociti, gli abitanti aggredirono i coloni con bastoni e pietre e ne ferirono alcuni. Un colono fu accidentalmente ucciso dal fuoco amico.
In “risposta”, l’esercito israeliano inviò a Beita carri armati, ruspe e centinaia di soldati. Le forze di occupazione fecero saltare in aria quattordici case palestinesi, sradicarono decine di alberi, spararono a un palestinese uccidendolo, ne arrestarono centinaia ed esiliarono sei uomini in Libano (a due di loro non è ancora permesso rientrare). L’operazione militare durò quattro giorni.
Non è difficile immaginare come la crudeltà dell’occupazione possa creare persone così coraggiose. Le vittime della repressione di Rabin sarebbero poi diventate i padri e i nonni dei difensori della montagna di oggi. Le loro ossa spezzate non hanno formato animi spezzati.
È stato a partire da questa storia che i difensori della montagna si sono consolidati come gruppo nel 2018. Quell’anno i coloni hanno tentato ancora una volta di prendere il controllo di El Urma, un’altra delle montagne di Beita. Non ci sono riusciti grazie alle proteste palestinesi, ma l’allerta è rimasta e la città ha continuato a dispiegare guardiani per monitorare qualunque segnale di attività dei coloni. Per questo i palestinesi erano pronti quando all’inizio di maggio alcuni coloni, sostenuti dall’esercito, hanno occupato la cima della loro montagna e hanno piazzato delle roulotte su terreni che appartengono agli abitanti di Beita e di altri due villaggi: Yatma e Qabalan.
Come tante altre colonie israeliane, anche questa ha diviso i villaggi, troncando legami sociali ed economici, e impedendo ogni futura crescita delle comunità. Situato in alto sopra i villaggi, l’avamposto incombeva su di loro, un promemoria onnipresente del loro imminente sradicamento e della possibilità costante di violenza contro le loro case e le loro attività economiche. Era una chiara violazione del diritto internazionale e israeliano, ma questo non ha impedito al governo israeliano di asfaltare le strade dell’avamposto e di fornirgli l’elettricità.
“Sappiamo cos’hanno fatto i coloni ad altri villaggi. Un colono può dare fuoco a una casa palestinese e andarsene”, ha detto Baraa Hussein, una fotografa di 23 anni, riferendosi al rogo del 2015 che ha bruciato la casa della famiglia Dawabsheh nel vicino villaggio di Douma, uccidendo tutti i membri della famiglia tranne uno. “Non vogliamo che sia questa la nostra realtà”.
Mirare alle gambe
Questo desiderio di vivere liberi dalla minaccia dei coloni, di vivere nel proprio villaggio, senza essere accerchiati e minacciati, è così forte che la gente di Beita è disposta ad affrontare la morte. Il 27 luglio Amjad Hamayel, 25 anni, è sopravvissuto a un’aggressione quasi letale delle forze di occupazione israeliane sulla cima della montagna. Sono andato a trovare Hamayel, che è diventato una sorta di eroe locale, per capire in che misura i soldati prendono di mira i manifestanti.
Il pomeriggio in cui sono arrivato Hamayel era seduto in una camera doppia all’ultimo piano, ancora incompiuto, dell’appartamento dei suoi genitori. Una coperta floreale gli copriva la gamba ferita, le stampelle erano poggiate al muro. La finestra si affacciava sulla montagna. Intorno al letto diversi ospiti erano seduti su sedie di plastica. Ascoltavano assorti e interrompevano solo per offrire qua e là un po’ di contesto storico. “Stavamo tenendo un’iniziativa sul patrimonio culturale palestinese nel parco di fronte al monte Sabih. Non c’erano stati neppure scontri”, ha ricordato Hamayel. “Mi sono stupito quando ho sentito il primo proiettile passarmi accanto all’orecchio”. Presto ne sono seguiti altri. Mentre Hamayel tentava di scappare verso i medici, uno l’ha colpito alla gamba, distruggendogli le arterie e i tessuti muscolari. Come Hamayel ha scoperto più tardi, si trattava di un calibro 22, sparato da un fucile Ruger, fabbricato negli Stati Uniti. Questi proiettili spesso rimbalzano all’interno del corpo umano e possono essere letali, nonostante gli israeliani sostengano che siano “non letali”. “Vogliono paralizzare tutti i giovani di Beita”, ha commentato Hamayel.
Il padre del giovane ci ha interrotti per chiedere se me la sentivo di guardare le foto della ferita. Si è avvicinato e mi ha mostrato le immagini. Forse “esplosa” è l’unico aggettivo adatto a descrivere l’aspetto di quella gamba.
I soldati israeliani “sparano per mutilare”, mirando alle gambe in modo che la persona non possa mai più opporre resistenza fisica, un’evoluzione raffinata della politica del rompere le ossa di Rabin, in cui i calci dei fucili sono stati rimpiazzati dai cecchini. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, durante la grande marcia del ritorno del 2018 – organizzata nella Striscia di Gaza per chiedere il diritto al ritorno dei profughi palestinesi e denunciare il rigido blocco israeliano – l’87 per cento delle ferite da armi da fuoco riguardavano gli arti inferiori. In questo modo il regime israeliano può paralizzare o rendere disabile un’intera popolazione, evitando al tempo stesso le accuse di uccisioni di massa.
Nel caso di Hamayel, i medici ritenevano che la sua gamba dovesse essere amputata. “Il dottore ha detto ai miei genitori che la mia gamba era come una ‘rosa appassita’”, ha ricordato Hamayel. “Potete provare ad annaffiarla e sperare che fiorisca di nuovo”. Invece l’intervento dei dottori è andato a buon fine. Hamayel oggi aspetta con impazienza di finire la fisioterapia e “non vede l’ora di tornare sulla montagna”.
“Non c’è niente di cui aver paura”, ha detto a proposito della sua decisione di tornare sul luogo dov’è quasi morto.
“Beh, ci sono i proiettili”, ho risposto. Lui ha riso.
Senza vergogna
Lo stesso giorno in cui Hamayel è stato ferito, le forze israeliane hanno ucciso Shadi Salim, 41 anni, l’ingegnere idraulico del villaggio. Gli abitanti del posto raccontano che gli israeliani tagliano regolarmente l’acqua come strumento di punizione collettiva. Salim è stato colpito mentre tornava dal lavoro, nel tentativo di rifornire il villaggio di acqua. Gli assassini affermano che stava “avanzando rapidamente” nella loro direzione “con un oggetto sospetto”. Le autorità israeliane hanno trattenuto il suo corpo in ostaggio per più di due settimane usandolo come moneta di scambio (è un metodo usato spesso per spingere le comunità a sottomettersi, ritenuto legale dalla corte suprema israeliana).
Eppure, i difensori della montagna continuano a marciare. Non gli interessa cosa ne pensano gli altri; non si esibiscono per un pubblico. La resistenza qui è dura, e né la repressione sionista né l’approccio etnocentrico degli occidentali la potranno stemperare. I difensori della montagna hanno capito che essere santi non è più un prerequisito per la solidarietà internazionale, quindi marciano e cantano senza vergogna. Riuniscono gli abitanti, con i copertoni in fiamme in spalla, mentre i minareti annunciano la rivolta.
Paragonati all’esercito israeliano, i difensori della montagna sono svantaggiati in questa battaglia. Cos’è una fionda di fronte a un cecchino? Ma guardare un fucile negli occhi e dire ancora la verità significa essere un gigante. I difensori della montagna sono padroni di questa narrazione, nonostante gli esperti furiosi in tv e i diplomatici spaventati che gli sussurrano nelle orecchie.
“Non ci si dimentica della montagna”, mi ha detto un difensore. “Quando una cosa è tua di diritto, combatti per difenderla”.
L’AUTORE Mohammed el Kurd è uno scrittore, poeta e attivista palestinese. Dal settembre 2021 è il corrispondente dalla Palestina del settimanale statunitense The Nation